Collana Fernandel

Alberto Forni, Cronache da un mondo pop


Cronache da un mondo pop
Pagine: 128
Isbn: 9788887433074
Collana: Fernandel
Data di pubblicazione: maggio 1999



Una raccolta che sembra un album musicale, dove i vari pezzi vanno a comporre un mosaico delle mode, delle tendenze e delle manie dell’io narrante, un ragazzo che racconta il mondo pop della fine degli anni Novanta. Un mondo fatto di oggetti e di nomi stranieri, di gruppi musicali anni ’80 e di case con i muri dipinti di nero. Alberto Forni è stato definito «un Nick Hornby all’italiana», forse ancora più maniaco e divertente con il suo stile rapido e scaltro, dove l’ironia è lo strumento per raccontare consapevolmente il momento presente. Anzi, forse la forza di questo libro è proprio la sua assoluta contemporaneità, il labile confine fra la pagina e la realtà. Una raccolta divertente e facile da leggere, storie calate nell’immaginario collettivo.

Alberto Forni

Alberto Forni è nato a Bologna nel 1965 e vive a Milano. Per Stampa Alternativa ha curato il volume della collana Eretica Mondo Hacker 1.0 e il millelire Scrittrice precoce a pochi mesi scriveva il suo nome. Alcuni dei racconti che compaiono in Cronache da un mondo pop sono già apparsi su riviste e antologie.
Il libro è stato ripubblicato nel 2001 da Baldini Castoldi Dalai con il titolo Avanti veloce.

Come inizia


Volevo dirti questo: oggi è venuta a trovarci mia sorella Laura e alla fine se l'era fatto per davvero. Aveva bisticciato così tanto con la mamma, per via degli aghi e tutto il resto, che pensavo avrebbe desistito. Infatti mamma, prima aveva tirato fuori la storia delle infezioni della pelle, poi aveva puntato sul fatto che di una cosa indelebile ci si può sempre stancare. Alla fine, sapendo di non poter competere in energia e motivazioni, ha cercato di prenderla per stanchezza e le ha detto solo «Pensaci». Tanto era sicura che presto le sarebbe venuta una nuova fissa. Ma lo sai com'è fatta Laura, da quell'orecchio non ci sente proprio, e alla fine anche questa tattica non ha funzionato. Così quando la mamma ha visto il tatuaggio bellefatto, è corsa in bagno senza dire una parola. Io e Laura siamo rimasti in salotto, interrogandoci con sguardi reciproci sui rumori che arrivavano dal bagno. Piccolo ricatto: abbiamo sentito agitare nervosamente un flaconcino di pillole, ma il rumore era eccessivo per crederci davvero. «Musica sudamericana?» ho detto per sdrammatizzare, ma la mia ironia non ha avuto alcun effetto su di lei, visto che ha aperto la porta di scatto ed è corsa in cucina a spaccare qualcosa. Dal rumore mi è sembrato un piatto. Quello che mi turba di più, è realizzare che mia madre appartiene a una generazione di nevrotici, che manifestano il male di vivere prendendo psicofarmaci o tirando le suppellettili di casa contro il muro. Di fronte a scene così infantili, mi viene spontaneo domandarmi se la mia sarà una generazione migliore, in qualche modo più consapevole, oppure ci sarà sempre una fregatura per cui dopo i quarant'anni anch'io mostrerò una forma di squilibrio. Cerco solo di immaginarmi come si manifesterà e mi sembra evidente che avrà a che fare, in qualche modo, con la tecnologia. «Tanto non mi faccio più venire dei sensi di colpa» ha detto Laura facendo spallucce. «È un vecchio trucco, saranno almeno due anni che l'ho sgamata. Questa». Non sono riuscito a capire se "questa" si riferisse a qualcosa di implicito, tipo storia, situazione, o indicasse proprio la mamma. Tanto adesso mia sorella può permettersi tutto, visto che vive con papà. E nonostante sia una situazione edipica in sé giustificabile, nessuno riesce a levarmi dalla testa che per lei sia soprattutto una scelta vantaggiosa. A livello di soldi intendo. Però devo dire che avvicinandomi al suo tatuaggio ho dovuto ammettere che era proprio bello. Quella serie di righe di vario spessore con i numerini sotto era capace di ipnotizzarti. L'avrei guardato per ore. «È così… a caso?» ho domandato. «No no» ha detto Laura «è proprio il codice a barre dell'ultimo singolo dei Teenage Suicide. Uguale uguale». [...]