Collana Fernandel

Gianluca Morozzi, L'abisso


L'abisso
Pagine: 192
Isbn: 9788887433814
Collana: Fernandel
Data di pubblicazione: marzo 2007
Leggi come inizia



Vertiginoso, comico, incalzante: l’abisso che c’è fra quello che sembri e quello che sei...

Gabriele è un ex bambino prodigio, uno studente modello, unica soddisfazione della madre vedova e ormai anziana. Da qualche anno ha lasciato il paesello natio fra i monti e le capre, si è iscritto all’università come sognava la madre, ha superato tutti gli esami a prodigiosa velocità e col massimo dei voti. Oggi, finalmente, è il giorno della sua laurea: la madre si sta preparando a lasciare il paesello per andare alla laurea del figlio, il sogno di tutta la sua vita. È commossa e raggiante: è molto debole di cuore, e vive solo per quel figlio così intelligente e bravo negli studi. C’è però un piccolo problema: gli esami superati brillantemente, la laurea stessa, non sono che una bugia. Gabriele ha passato gli anni a falsificare libretti universitari e a millantare esami mai sostenuti, sempre convinto di poter recuperare con un prodigioso sprint finale. Ora è seduto sul divano del suo appartamento da studente fuorisede, ubriaco, e ha davanti a sé poche ore per trovare una via d’uscita...
Copertina di Luca De Luise.

Gianluca Morozzi con gli occhiali scuri

Gianluca Morozzi è nato nel 1971 a Bologna, dove vive. Autore prolifico e estremamente generoso, per Fernandel ha pubblicato la sfilza di titoli che trovate più sotto. Di libri ne ha pubblicati quasi altrettanti per l'editore Guanda, a partire da Blackout (2004) e L'era del porco (2005).
Anche se si considera il peggior chitarrista del mondo, suona e ha suonato in diverse cover band locali.
Wikipedia gli dedica una voce piuttosto dettagliata.

Come inizia

Quasi l’alba, adesso.
Tra ventiquattro ore mia madre si alzerà tutta giuliva, s’infilerà nel suo tailleur rosa confetto, farà colazione canticchiando, uscirà di casa camminando su nubi di soffice vapore.
«Vado alla laurea di mio figlio!» ripeterà ai vicini di casa, logorroica come un nastro spezzato. «Vado alla laurea di mio figlio! Mio figlio diventa dottore! Presto sarà un avvocato!», e detto questo centomila volte salirà in macchina tutta contenta, guiderà giù per i tornanti di montagna che ama tanto, arriverà a Bologna puntualissima, pronta a cingermi la fronte con la corona d’alloro.
In perfetto orario per la laurea di suo figlio. Il momento che aspetta da tutta una vita.
Tutto bellissimo. Quasi commovente.
Se escludiamo il dettaglio che non ci sarà nessuna laurea, domattina. Sarebbe un po’ pretenzioso volersi laureare con quattro soli esami sul libretto.
Il libretto vero, intendo.
Non quello a uso e consumo di mia madre. [...]

Breve intervista a Gianluca Morozzi

Il protagonista dell’Abisso, nel suo tentativo di costruirsi una vita parallela a quella reale, sembra non voler mai “diventare grande”. Tutta la sua storia è un tentativo di rimandare le responsabilità e le scelte della vita adulta. È una scelta voluta?
Gabriele è cresciuto convinto di essere un genio, uno destinato a cose grandi, a un destino meraviglioso. Per quello si tiene tutte le strade aperte: quando la cosa grande verrà a cercarlo, qualunque essa sia, dovrà trovarlo libero, svincolato da lavori, mogli, figli... C’è anche da dire che Gabriele, dopo l’incidente, ha una testa che viaggia su binari tutti suoi...

Fino a che punto ti riconosci in Gabriele, il protagonista de L’abisso?
Come con altri miei personaggi, tipo Kabra o Lajos, ci sono cose in cui mi riconosco e altre che mi sono estranee. La situazione familiare di Gabriele, il rapporto con la madre, le sue origini in un paesino di montagna, sono elementi a me estranei. La vicenda universitaria invece mi è un po’ più familiare. Sono stato iscritto per undici anni a giurisprudenza e non mi sono laureato... Anch’io come Gabriele, ai tempi delle medie, ho avuto una crescita improvvisa che mi ha trasformato in uno spilungone goffo e dinoccolato che i compagni di classe chiamavano Zombie. E anch’io una volta sono stato investito da un’auto durante una gita scolastica, a Mantova, in terza media. Qualche tempo fa ho presentato un libro nel terrazzo di un caffè all’aperto che si affacciava proprio sul punto in cui sono stato investito. Poi, be’, mi sa che anch’io sono cresciuto convinto di essere un genio destinato a qualcosa di speciale. Ho cominciato un po’ a dubitarne solo quando sono arrivato a ventinove anni, con ancora due esami alla laurea, senza un soldo e con tre miseri racconti pubblicati in dieci anni di tentativi... poi ci ho creduto di nuovo subito dopo.

Sullo sfondo del tuo romanzo c’è ancora una volta Bologna. Questa scelta dipende solo dalla tua confidenza con la città oppure Bologna racchiude in sé delle caratteristiche che la rendono una perfetta “protagonista”?
Bologna è una città estremamente duttile, e uno sfondo perfetto per le mie storie. Serve uno sfondo per una storia di band che provano ad emergere dalle cantine? Bologna è piena di band e di cantine! Una storia di movimenti studenteschi, di manifestazioni di piazza dopo il G8 o l’11 settembre? Non lo devo neanche dire. Una storia che si svolge nell’ascensore di un palazzo di periferia in una città deserta per l’estate? Basta andare in periferia, a Borgo Panigale...
Questa storia in particolare, poi, ha come fulcro l’università ... e non poteva svolgersi che qui.

Il finale è aperto. Prelude forse a un seguito?
La vicenda di Gabriele, per quanto mi riguarda, termina qui. Questo romanzo è un po’ la chiusura di un ciclo, per me, l’esorcismo finale agli undici anni assurdi che ho passato a studiare codici e leggi senza motivo e senza voglia, e a tutte le storie che ho architettato in quegli anni passati a trascinarmi carico di libri tra le biblioteche e le sale studio notturne... una delle quali, appunto, era la vicenda de L’abisso. In compenso, oltre all’apparizione di un certo surreale personaggio che già era comparso e di nuovo comparirà (un edicolante pazzo sosia di Nicholas Cage, convinto di essere un supereroe) c’è una vicenda che a un certo punto si intreccia con quella di Gabriele in modo quasi incongruo... quella della ragazza intenzionata a dare la caccia al Corvo che ha ucciso la sua amica. Ecco, quella storia continuerà altrove. Decisamente.

La scrittura ancora una volta è divertente, e in più di un’occasione riesce a strappare un sorriso anche davanti a situazioni critiche. È un tuo tentativo per sdrammatizzare o è di nuovo la testimonianza dell’incapacità del protagonista di prendere coscienza della propria situazione?
Un po’ ho cercato di sdrammatizzare, non volevo che questo fosse un romanzo alla Blackout... anche se alcune scene, tipo quella con Scaglia, quella di notte in casa della madre o la corsa finale contro il tempo sono abbastanza ansiogene. Però c’è anche il fatto che Gabriele ha una testa stranissima, un cervello borderline, capace di intuizioni geniali ma anche di scivolate clamorose... sembra quasi che si renda conto solo a intermittenza della situazione in cui si è cacciato, e solo quando è realmente con le spalle al muro.


Rassegna stampa

«Una bugia che merita un centodieci e lode» (Massimiliano Panarari, «Il Venerdì di Repubblica», 30 marzo 2007).

La vita di Gabriele, dal paesello di Monteritorto all'Università di Bologna, sino al giorno della laurea a pieni voti. Tutto è pronto, e la mamma sta per arrivare in città a festeggiare il brillante figliolo. Solo che le cose non sono esattamente come lui le ha raccontate...Un' esilarante storia di studenti ed emilianità del bolognese Gianluca Morozzi.

Quasi l’alba, adesso, e inizia a venir fuori la verità. (Ilaria L. Silvuni, «Mania Magazine», aprile 2007).

Quella costruita per non deludere le aspettative e mettere l’ultima pennellata sul quadro che mamma Gelida vorrebbe appendere in ingresso; ripugnante per un figlio. Gabriele – ex bambino prodigio – si consola con una nenia: dormire, vorrei dormire qualche minuto. Per ragionare, usciere da questa situazione che uscite, in apparenza, non ne ha. Per non affrontare la realtà e nascondersi nella legnaia. È nel doppio finale che Morozzi si scopre mostrando la sua bravura, il suo stile agrodolce e quel tocco d’eccentricità che trasforma ogni suo testo in qualcosa da conservare.

Imprevedibile. La lunga notte di un ex ragazzo prodigio (Luca Martini, «Glamour», luglio 2007)

che al mattino dovrebbe laurearsi a pieni voti ma che ora è accasciato su un letto, ubriaco...
Ve lo consiglio perché: "Morozzi è uno scrittore dal ritmo rock, con il gusto dello humor e della suspance, e la capacità di rendere appieno l'impossibilità di essere normali"

«Sprofondato nell’abisso» («Letture», gennaio 2008).

Nel nuovo romanzo di Gianluca Morozzi, L’abisso, pubblicato da Fernandel (2007, pag. 186, euro 13,00), si rievocano le gesta di Gabriele, studente universitario a Bologna, La vicenda del protagonista, orfano di padre e con una madre molto anziana e debole di cuore che sogna di vedere il figlio laureato, inizia 24 ore prima del giorno fatidico, il momento in cui tutte le menzogne verranno fuori; come potrà reagire sua madre, che dal paesino arriva agghindata di tutto punto, davanti a una simile verità? Occorre trovare una soluzione e alla svelta, e soprattutto prendere tempo, perché si può sistemare sempre tutto. Fino all’ultimo istante. (a. cam.)

«Un conto alla rovescia da restare col fiato sospeso» (Alessandro Besselva Averame, «Mucchio Selvaggio», marzo 2007)

È possibile escogitare un romanzo ricco di colpi di scena - sotto l'apparente assenza di evoluzioni, anzi, quello a cui assistiamo è il profilarsi di un vero e proprio cul de sac esistenziale dal quale non sembra esserci una via d'uscita - a allo stesso tempo accuratamente introspettivo, eppure lontano da certe piccole vicende private, un po' anemiche e un po' minimali, che attecchiscono con troppa facilità presso le ultime generazioni di scrittori italiani? Un romanzo leggero e a tratti addirittura comico, secco e teso alla prosa, che parte da una vicenda spesso presente nelle cronache, quella dello studente che millanta esami sul libretto facendo credere ai genitori di avere ormai in pugno la laurea e sulla soglia di una discussione che non avrà luogo si lascia prendere dal panico, con soluzioni a grado variabile di tragicità?
Sì, è possibile, Gianluca Morozzi è riuscito nell'impresa e ha intitolato il risultato L'abisso, titolo che inquadra perfettamente non solo la vicenda narrata, ma anche l'abilità di restare in bilico tra i registri, tra farsa e tragedia. Morozzi ha condito la storia, come spesso è avvenuto nelle sue opere passate, con qualche sprazzo autobiografico (gli studi di giurisprudenza mai completati, tratto comune con il protagonista di questa vicenda, la passione per il Bologna), mettendo nero su bianco certe angosce da ultime ore della notte prima di un esame che si è certi di non passare, immergendole in una Bologna in cui è inevitabile riscontrare echi delle atmosfere di Andrea Pazienza, influenza mai nascosta, un Pazienza che però si limita ad osservare in un angolo senza intervenire, al massimo annuendo.
Il conto alla rovescia che accompagna i capitoli fino alla stretta finale prende al collo e non molla ami, costellato da alcuni personaggi che difficilmente passano inosservati e da un labirinto di situazioni che riportano la voce narrante all'inevitabile ostacolo iniziale.
E la scelta del finale aperto e solo apparentemente rassicurante dona alla storia una sorta di inquietante circolarità, dando spessore al di là della piacevolezza di uno stile che sa come accudire le aspettative di entertainment del lettore.

«Sprofondare nell'abisso: i disastri universitari di Morozzi» (Matteo "Ferrato" Bordone, Dispenseronline, 26 marzo 2007)

Parliamo di Gianluca Morozzi. Perché, direte voi? Perché sì. Morozzi prolifico al punto che scrive tipo un libro ogni sei mesi. La cosa bizzarra è che lo faccia per due editori diversi. I due editori sono la classica coppia che si dà il cambio, cioè prima il piccolo scopre e poi il grande interviene quando il successo è arrivato. Questa volta è andata come non va mai e si sono affiancati uno all’altro. Un po’ come con numeri leggermente diversi ha sempre fatto Camilleri per Montalbano e la Sellerio. Qui Guanda pubblica il suo, e Fernandel, che ha scoperto l’autore e l’ha spinto per bene come continua a fare, ugualmente pubblica il suo. Morozzi con questa strategia di onestà e tranquillità e alla luce delle forti dosi di ironia che ci sono nei suoi libri, ha costituito uno zoccolo duro di lettori che stravedono per lui anche nel giocare ai fan. L’ultimo romanzo di Morozzi è per Fernandel e si intitola L’abisso. L’abisso è quello in cui precipita, o meglio si cala, il protagonista della storia, che purtroppo ha deciso di raccontare alla madre una palla sulla propria carriera universitaria. Le ha detto di aver finito gli esami e di doversi laureare. Ovviamente non li ha davvero finiti. Anzi, ne ha dati una manciata. C’è uno in Francia, e ne avevamo anche parlato, che ha fatto la stessa cosa col lavoro, e in realtà andava a leggere il giornale nelle piazzole di sosta o nei boschi, e poi un giorno ha ammazzato tutti tranne sé stesso. L’abisso è decisamente più lieve di così e racconta di questa terribile presa di coscienza. Leggiamo un estratto dalle prime pagine del libro...

«Come fingere una laurea e cadere nell'abisso» (Pietro Spirito, «Il Piccolo», 27 marzo 2007)

Giovedì 5 aprile, alle 18, alla libreria In Der Tat di via Diaz 22, Gianluca Morozzi presenterà il suo ultimo libro, L’abisso, pubblicato da Fernandel (pagg. 186, 13,00 euro). L’occasione è ghiotta per conoscere uno degli autori più interessanti e prolifici fra quelli apparsi sulla scena negli ultimi cinque-sei anni. Morozzi è uno scrittore di culto soprattutto fra i giovani, e può essere considerato una specie di anti-Moccia. Nato con l’editrice Fernandel di Ravenna, Morozzi ha pubblicato anche con Guanda («Blackout» e «L’era del porco»), concedendosi incursioni nel fumetto assieme al disegnatore Squaz con «Pandemonio». Si potrebbe definire l’anti-Moccia, dicevamo, per la capacità di raccontare storie di adolescenti e postadolescenti in modo non consolatorio ma sempre ironico e dissacrante. I giovani di Morozzi non sono i bellocci griffati iper-innamorati, ma sfigati delle periferie bolognesi alle prese con impossibili sogni d’arte, sbronze colossali, amori sfibranti. Meno consolatori ma assai più divertenti. Come Gabriele, il protagonista de «L’abisso». Gabriele è un giovane dai trascorsi di bambino prodigio, super intelligente ma piuttosto imbranato, ai tempi della scuola preso di mira dai ragazzi più ignoranti ma più svegli. In particolare due: Scaglia e Drugo, teppistelli senza futuro di cui Gabriele, dopo un incidente- rivelazione, diventerà inseparabile amico. Giunto all’università lasciando il paesello natìo, Gabriele si avvia senza problemi a una carriera di studente modello in Giurisprudenza, macinando esami su esami. Finché incontra la bella Marianna, per la quale perde la testa e poi anche gli appelli. Potendo disporre di un libretto universitario in copia, Gabriele comincia a falsificare gli esami per tenere buona la madre vedova, e soprattutto per continuare a usufruire dei fondi materni che gli permettono di vivere nella ubertosa e trasgressiva Bologna. Finché, esame falso dopo esame falso, arriva il giorno in cui, a conti fatti, Gabriele si deve laureare. La madre aspetta questo giorno da sempre, per lei è il riscatto di una vita grama, se dovesse scoprire la verità le verrebbe un infarto. Che fare? Come risolvere la questione? Il romanzo gira intorno ai tragicomici tentativi di Gabriele per trovare una via d’uscita alla situazione in cui si è ficcato, un «abisso», appunto in cui spesso naufragano sogni, speranze, amori, progetti: il mondo di tanti giovani. Andate a sentire - e leggete - come ce lo racconta Morozzi.

«Una struttura molto ben ritmata» (Gianluca Mercadante, «Pulp», giugno-luglio 2007)

Gabriele è un ragazzo prodigio, o per lo meno ci prova: al liceo l’intelligenza non primeggia fra i requisiti che i compagni apprezzano. Specialmente i più spacconi. Insomma, Gabriele fa presto a guadagnarsi il soprannome di Zombie, e lo mantiene alla grande, almeno fino alla fatidica sera dell’incidente che cambierà la sua vita. Eccolo infatti che ci appare dalle prime pagine sull’orlo di un abisso personale, seduto malamente sul divano della casa per studenti dove da anni divide il tetto con altri universitari mesi come lui, o forse peggio. Di sicuro, però, non saranno molti quelli che si sono ritrovati per le mani, in maniera più o meno fortunata, ben due libretti d’esame – cosa che invece accade al nostro. Su quello ufficiale, Gabriele ne ha conseguiti quattro regolarmente. Su quello non ufficiale, ventuno: tutti quelli necessari al passo successivo: la tanto temuta tesi. Per questo, ubriaco, attende l’arrivo della madre che convinta della validità effettiva dei ventuno esami falsi, verrà a vedere laurearsi suo figlio l’indomani. Agrodolce tentativo di romanzo di formazione, l’abisso gode di una struttura a flashback molto ben ritmata e gioca insieme al lettore su una tempistica narrativa che cresce proprio grazie alle altalene temporali fra passato e presente e sviluppa così in chi legge tutta l’ansia del protagonista, fino al catartico finale che assomma tutto. Un due più due capace di dare un quattro abbastanza traumatico, in verità, ma tutto sommato consolante. E persino comico, com’è nello stile ormai consolidato dello scrittore bolognese.

«Cosa mi invento stavolta, come ne esco?» (Irene Merli, «Tribe», aprile 2007

Gianluca Morozzi, classe 1971, è nato e vive a Bologna. Ed è lì che ha creato questo romanzo che rappresenta davvero l’abisso. O per lo meno l’abisso di uno studente universitario, figlio di madre vedova, una madre che da sempre non ha avuto altro sogno che vederlo laureato. Gabriele, infatti, è un ex bambino prodigio, intelligente, intelligentissimo, che mamma Gelida ha allevato in un paesino appenninico di poche case, due bar e una chiesa. Ma quando Gabriele si trasferisce a Bologna dà da solo quattro esami. Poi la vita da pub e una delusione amorosa lo portano quasi senza che se ne accorga a non dare più esami, ma a farsi foraggiare lo stesso dalla madre. Perché per un caso della vita si trova ad avere due libretti universitari e inizia così a falsificare esame su esame. Ma l’abisso si spalanca quando sta per arrivare il presunto giorno della laurea. Mancano 24 ora prima che mamma Gelida si infili il tailleur confetto, prenda l’auto e arrivi a Bologna per l’ambita proclamazione. “Il cuore di mia mamma è molto, molto debole. Se scopre che le ho mentito mi muore sul portone della facoltà. Cosa mi invento stavolta, come ne esco?”, si dice Gabriele, ubriaco, seduto sul divano della sua casa da studente fuorisede. Ammetterete che la situazione è da brivido e il finale non sarà affatto scontato. Come nulla lo è in questo libro geniale e pieno di humour. Del resto, per capire dove siamo e con chi stiamo basta la frase di Lou Reed in calce alla narrazione: “C’è solo un aspetto positivo in una piccola città. Ed è che che te ne vuoi andare”.

«La salvezza è falsificare il libretto» (Marcello D'Alessandra, «Stilos» 12 giugno 2007)

Gabriele è un ex bambino prodigio, bravissimo a scuola e per questo deriso dai compagno, soprattutto da Drugo e Scaglia, che lo chiamano Zombi. Fino al giorno in cui, durante una gita scolastica, per una bravata commissionatagli dai due, Gabriele viene investito da una macchina: si rialza ma il suo cervello subirà, per così dire, un’alterazione; i due compagni da quel giorno diventeranno suoi amici inseparabili. All’università i primi tempi tutto fila liscio, proprio come si aspetta sua madre. A quel tempo è fidanzatissimo con Marianna e assieme preparano gli esami: la vita gli sorride.
Ma poi Marianna lo lascia e per Gabriele è la disperazione, il vuoto. Salta un appello, si lascia andare. Il caso, che sarà bene qui non anticipare, lo mette sulla strada di una salvezza temporanea, quello che gli occorre per non deludere sua madre; giusto il tempo necessario – si autoconvince – e poi tutto sarà risolto, tutto riprenderà come e meglio di prima. Falsificare i voti sul libretto universitario, questa la salvezza. Ma sarà la sua condanna.
Con questo romanzo, Morozzi – è da presumere, a leggere certe sue dichiarazioni – ha cercato di esorcizzare l’ossessione che ha costituito per lui Giurisprudenza: tanti anni spesi su codici e codicilli senza cavarne nulla, fino all’abbandono.
Al contempo il romanzo può leggersi, indugiando sui rimandi autobiografici, come una rivendicazione sulla propria vita così com’è, un’adolescenza prolungata forte di un’intima e insopprimibile speranza: “Io lo so, l’ho sempre saputo, che prima o poi nella mia vita succederà qualcosa di grande. Io sono sempre stato realista nell’immediato e ottimista per il futuro, io sono sempre stato quello che non accetterebbe mai un impiego alle poste, la sveglia alle sette, gli scatti di anzianità”. Sono parola di Gabriele, che Morozzi, c’è da credere, sottoscriverebbe, e a giudicare dai tanti libri pubblicati e dal successo che gli arride, alla fine non c’è che dire, ha avuto ragione lui.
Pietro Spirito ha definito Morozzi, su “Il Piccolo”, l’anti – Moccia: “Per una capacità di raccontare storie di adolescenti e postadolescenti in modo non consolatorio ma sempre ironico e dissacrante”. I suoi amori – prosegue Spirito – soprattutto sono più divertenti. Difficile dargli torto.
A voler abbozzare un giudizio su questo suo ultimo romanzo, nel quadro della sua produzione già così florida a dispetto dell’età, dopo L’era del porco (Guanda 2005), il suo romanzo più maturo e compiuto, era lecito attendersi un salto di qualità superiore. L’abisso – sia detto – non aggiunge molto.
Il rischio, per il lettore, è quello della ripetizione, del déjà vu e, peggio, dell’assuefazione a un gioco destinato a incantare sempre meno. D’altra parte, bisogna riconoscere, con Morozzi si corre il rischio di aspettarsi delle cose, alla luce del suo talento, che a lui per primo forse non interessano, né, c’è da presumere, ai suoi lettori più appassionati – e non sono pochi.

«Un libro leggero e intenso» (Nunzio Festa, «Il quotidiano della Basilicata», 30 marzo 2007)

L’ultimo romanzo di Gianluca Morozzi, L’abisso, è un libro leggero e intenso. Dove questi due caratteri, in questa prova che è fra Blackout e Despero, sono la forza di uno degli scrittori, come si diceva una volta e tuttora si dice, più bravi della sua generazione. E non solo, a leggere il romanzo. L’autore, comunque, dopo quell’esordio con Fernandel (che sembra lontano ma è vicino) è uno delle firme dei Creativi a cui si fa più attenzione. Ad è giusto. Gabriele, ovvero il protagonista libero e incatenato del volume, ha la testa scombussolata dopo uno sciocco incidente. Uno d’infanzia. Uno degli incidenti che fanno tanto in questa nuova prova letteraria dell’autore bolognese. Per Morozzi questo romanzo rappresenta la chiusura di un ciclo, “l’esorcismo finale agli undici anni assurdi che ho passato a studiare codici e leggi senza motivo e senza voglia, e a tutte le storie che ho architettato in quegli anni passati a trascinarmi carico di libri tra le biblioteche e le sale studio notturne…” Infatti Gianluca Morozzi si è laureato proprio a Bologna. E annuncia persino che, da questo volume, “oltre all’apparizione di un certo surreale personaggio che già era comparso e di nuovo comparirà (un edicolante pazzo sosia di Nicholas Cage, convinto di essere un supereroe ) c’è una vicenda che a un certo punto si intreccia con quella di Gabriele in modo incongruo… quella della ragazza intenzionata a dare la caccia al Corvo che ha ucciso la sua amica. Ecco quella storia continuerà altrove”. Un bell’annuncio, perché la ragazza citata dallo scrittore è personaggio fine. Un corpo di quelli nati per avere futuro letterario, proprio. Questa ragazza che il protagonista Gabriele incontra sui colli bolognesi, dove praticamente in fuga il giovane si era rifugiato per meditare o scomparire. Perché lui, che è diviso fra Monteritorto, paesino dove è nato e dove sta la mammina, è la città col culo appunto sui colli, ha preso per il sedere fatidico la povera mamma. L’anziana mamma che in un momento di delirio immagina, ma col fisico accanto a quello suo, di soffocare. Le vicende si svolgono nelle “ultime ore”, quelle che separano l’incontro fra la madre e la laurea fasulla, perché una laurea fatta di documenti falsificati non è possibile. In mezzo a ciò sbucano amici e comparse, veloci dialoghi sussurrati nella mente di colui che sta sull’abisso. Che deve trovare una soluzione, un rimedio che il caso trova al posto suo. E’ vero che non siamo affatto nel territorio del noir, ma nonostante non ci sia suspance eccessiva e manchino gli altri pezzi del mosaico, le parole danno emozioni quanto un noi di alto livello, anzi come un buon libro. Il testo è piacevole tantissimo. Non solamente perché ti fa pure fare la risata che sdrammatizza e che ti è inventata per sdrammatizzare, ma perché il lettore deve correre da seduto. Perché l’ansia scritta la prendi tutta nel petto. Risata a parte, senti che qualcosa di bello ti sta scoppiando nella gola. Infondo dovere della scrittura è anche quello di cospargere di situazioni che vedi e che tocchi le paure e quanto ti potrebbe accadere nel “reale”. Poi quel tocco di autobiografia magari si incrocia con altri soffi di autobiografie, e il bello è sempre più grande. Ti devi trasformare in un supereroe per non lasciarti scalfire da questa bravura.

«Io non resisto. Quando esce un libro di Morozzi lo devo prendere e leggere subito» (L'Alligatore, www.smemoranda.it, 6 settembre 2007)

Pagina dopo pagina lo divoro voracemente divertendomi un sacco.
Sarà perché siamo nati con un anno e un giorno di differenza (è una questione cosmica), sarà perché il suo editore respinse un mio manoscritto dicendomi "…La nostra casa editrice ha già pubblicato un libro che tratta gli stessi argomenti, è di Morozzi..." e da allora ho deciso di sapere tutto su quel rott***... che mia aveva preceduto, sarà perché scrive bene, tanto bene, troppo bene.
Che parli dei fans di Bruce Springsteen (Accecati Dalla Luce, forse il suo libro più bello) o dei tifosi del Bologna, di un giovane alle prese con la fondazione di una band rock o di uno scrittore agli inizi, Morozzi riesce sempre ad incollare i miei occhi alla pagina del suo scritto. È stato così anche con L'Abisso, esilarante romanzo con l'unica pecca di un titolo troppo nero, da pamphlet sui mali del paese (economici, sociali...).
Sì, ci sono momenti bui ne L'Abisso, ma a dominare è il solito spirito dello scrittore bolognese. L'intreccio sembra una storia già sentita, di quelle buone per qualche giornale di provincia: uno studente di legge ha imbrogliato per anni la madre, vecchia vedova, fingendo di aver superato brillantemente tutti gli esami; in realtà ne ha fatti solo quattro. Il giorno della finta laurea si avvicina e lui non sa proprio come cavarsela. Gli eventi si succedono sempre più velocemente, il giovane rivede i momenti più importanti della sua vita, pensa a tragiche soluzioni definitive, cerca una via d’uscita impossibile... fino al farsesco finale.
Frasi brevi e secche alla Hem, capitoli lunghi il giusto, piccole divagazioni mirabilmente intrecciate e gustose citazioni pop-rock come Tondelli ci ha insegnato. La coda de L'Abisso si avvicina a tratti all’assurdo pirandellian-dickiano, e sembra di essere capitati, come dice lo stesso sventurato studente, dentro un film come Tutto In Una Notte.
Il libro ideale per chi si appresta a cominciare l’avventura universitaria (pure per i genitori) e la resa dei conti definitiva con i fantasmi personali del Morozzi, iscritto a Giurisprudenza per undici anni senza laurearsi. Bravo!...

«L'abisso, intervista a Gianluca Morozzi» (Simone Olla per www.opifice.it. 13 settembre 2007)

Si intitola L’abisso (Fernandel) l’ultimo libro del prolifico Gianluca Morozzi, una storia che rimanda sottilmente alla crisi di senso dei nostri tempi, dove tutto è differibile e le responsabilità possono sommergerti fino a farti sprofondare.
Abbiamo incontrato Gianluca Morozzi e con lui abbiamo parlato della sua ultima fatica e non solo.

Il tuo ultimo libro L’abisso può essere interpretato come il differimento perpetuo – se fosse possibile – delle proprie responsabilità. Il protagonista del tuo libro è l’esempio italiano di trentenne che verrà? Ti sei mai ritrovato in un abisso simile a quello che hai descritto nel libro?
Mi sono trovato in un vero e proprio abisso a ventinove anni, quando mandavo racconti alle riviste e le riviste li rifiutavano, cercavo di scrivere un romanzo e il romanzo non mi usciva, non avevo un lavoro fisso e neanche lo cercavo, convinto com’ero di voler fare lo scrittore, trascinavo l’università oltre il limite dell’umano, il concorso da bibliotecario (il mio unico contatto con il mondo dei concorsi non letterari) non l’avevo passato... e a un certo punto, letteralmente sulla soglia dei trent’anni, sono stato al punto “o la va o la spacca” e ho mandato il mio primo romanzo a un editore (“Despero”, all’editore Fernandel). Se fosse andata male... boh, forse avrei fatto il benzinaio o l’edicolante, chissà... 

Gli scrittori spesso trovano ispirazione nel quotidiano che vivono, nelle strade che percorrono e nelle genti che incontrano. Sapevi che a Cagliari tanti anni fa c’è stato un caso simile a quello che hai descritto nel tuo libro? Solamente che lui c’è riuscito. Non solo ha uccellato i familiari dicendo che si era laureato, ma poi è riuscito pure a farsi assumere al Comune. Tornando a noi: quanto la tue storie sono influenzate dal mondo che vivi, dal mondo di Morozzi Gianluca?
Guarda, sto presentando L’abisso su e giù per l’Italia da sei mesi e ovunque vado qualcuno mi dice “sai che è successa proprio la stessa cosa a qualcuno che conosco?” Si vede che di finti laureandi (e finti laureati!) ce ne sono tanti...
Il mondo in cui vivo mi influenza tanto, com’è ovvio... il rock, il calcio, i fumetti e i libri che mi sommergono, i miei cd, i gruppi in cui suono, le ragazze che ho avuto, gli amici... qualcosa filtra sempre dalla vita alla pagina.

Nella parte finale de L’abisso è presente una “stilettata” nei confronti di Marianna, donna-bussola per il protagonista del romanzo, che quando viene meno la sua presenza inizia l’abisso di Gabriele. La mia testa è questa qua dice Gabriele concludendo il libro. Avrebbe potuto dire che la vita ideale non esiste se non in ognuno di noi? E ancora: quello di Gabriele è un abisso necessario per ritrovare un minimo di equilibrio?
Be’, L’abisso è un romanzo in cui si parla delle aspettative di vita che qualcuno (mamma Gelida) ci crea intorno contro la nostra volontà, e in fondo Gabriele è un po’ uno Zelig, che riesce ad essere il bravo fidanzatino per Marianna e il finto studente modello per sua madre e il compagno di bravate di Drugo e Scaglia, anche perché ha una personalità abbastanza fluida...
L’abisso di Gabriele non credo che lo porti all’equilibrio, tanto che alla fine tutto quello che ottiene è di aver guadagnato tempo... uno come lui l’equilibrio non lo troverà mai...

Quali autori hanno influenzato la tua scrittura?
Tantissimi... ogni volta che mi fanno questa domanda do una risposta diversa, non perché cambio idea tutti i giorni, ma perché mi vengono in mente solo alcuni nomi alla volta. Come influenze direi Paolo Nori, Stephen King, John Fante, Peter David, ultimamente David Sedaris. Poi ci sono autori che amo molto anche se non mi hanno influenzato, come Philip Roth, ad esempio...

Per te scrivere è una necessità?
Certo. Non avrei potuto fare nient’altro nella vita, e se non ho il mio computer a portata di mano divento pazzo. Io che viaggio sempre leggerissimo, quando vado in vacanza per più di tre giorni mi carico il portatile nello zaino, pur di averlo con me...

Esiste a tuo modo di vedere la letteratura giovanilista? Cosa rispondi a chi ti addita come scrittore giovanilista?
Be’, due o tre anni fa io e il mio amico e collega scrittore Marco Rossari siamo stati sottoposti a un processo per giovanilismo dall’associazione culturale I libri in testa di Roma. La precisa e puntuale requisitoria del Rossari ha dimostrato che anche John Fante e l’insospettabile Philip Roth potevano essere tacciati di giovanilismo, in base ai capi d’accusa. E siamo stati assolti.
Detto questo, be’, se giovanilista vuole dire che i miei protagonisti spesso si aggirano intorno ai trenta, trentacinque anni e che parecchie volte cito nomi di gruppi rock, ah, allora sono giovanilista. Dato che al momento non ho intenzione di scrivere un romanzo di ottocento pagine sulla lenta morte di un anziano che guarda dalla finestra il lento, meraviglioso lavorio delle formiche nel suo cortile, probabilmente lo resterò ancora per un po’.

«La bella vita, insomma» (Argeta Brozi, Sololibri.net, 11 settembre 2009)

"L’abisso" di Gianluca Morozzi è un libro ironico, divertente, da leggere sotto l’ombrellone o quando non si ha voglia di studiare... Perché? Perché mette di buon umore, ci fa sorridere, è leggero, non stanca, è da leggere d’un fiato!
L’università? Ah, non è un problema... anzi, per il protagonista di questo romanzo è un gioco da ragazzi! Basta falsificare il libretto con esami mai eseguiti, mettendoci dei bei voti come piace a noi e mostrare a mamma orgogliosi la nostra bravura scolastica, che - da brava mamma qual è - felice ci ricompensa con dei soldi. La bella vita, insomma. Questo protagonista ci si mette d’impegno a complicarsi la vita: voglia di studiare zero, voglia di divertirsi mille. Allora ne approfitta per sfruttare al meglio le occasioni, e la mamma. Sì, perché più bei voti "prende" e più soldi guadagna! Saranno che i soldi non fanno la felicità, ma come dice il protagonista di questa storia almeno fanno il divertimento e fanno dimenticare quanto indietro siamo con gli esami... Ma come si fa se un giorno la madre decidesse di venire alla famosa laurea che non avverrà mai? Ecco perché mentire non va bene... come si dice: le bugie hanno le gambe corte, se poi il protagonista non sa usarle nemmeno per scappare dalla situazione dove si è cacciato...
Bugie su bugie, questo solare e divertente romanzo dispiega le proprie ali con leggerezza, è scorrevole, si divide tra realtà e sogno, tra verità e menzogna. E in mezzo alla verità e alla menzogna ci sta giusto l’abisso: l’abisso dove cadere naufraghi delle proprie bugie, dove è difficile innalzarsi, salvarsi. Questo libro, chissà perché, fa venire voglia di ritornare sui libri e darsi da fare! È l’ideale per quegli studenti che stanno mollando la spugna, perché strappa un sorriso.

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I libri di Gianluca Morozzi pubblicati da Fernandel:

I fumetti di Gianluca Morozzi pubblicati da Fernandel: