Collana Fernandel

Andrea D'Agostino, Mi mangiassero i grilli


Mi mangiassero i grilli
Pagine: 96
Isbn: 9788887433555
Collana: Fernandel
Data di pubblicazione: marzo 2005



«Minchia, quanti carabinieri!»

Il protagonista di Mi mangiassero i grilli si chiama Vinicio, anche se Vinicio non è il suo vero nome. Ha all’incirca vent’anni, è siciliano. Orfano di madre e di padre ignoto, cresce coi nonni. La nonna ha un pessimo carattere e la tendenza a chiudere a chiave la porta della cucina.
Il nonno, stanco dei digiuni e avendo scoperto di essere burocraticamente morto, scappa di casa e si rifugia da un cugino, nell’Oltrepo pavese. Poco dopo Vinicio diserta, raggiunge il nonno e si mette a lavorare con lui in campagna. Dopo qualche settimana di vendemmia, però, Vinicio e il nonno sono costretti a tornare in Sicilia.
Mi mangiassero i grilli è un breve romanzo dallo stile sobrio e incisivo. Descrive due realtà rurali (Enna e l’Oltrepo pavese) geograficamente distanti ma accomunate da solitudine e case abbandonate in via di disfacimento. Descrive un tentativo di fuga, fuga da sé, dal proprio mondo, da affetti interrotti. Ma, a quanto pare, gli affetti interrotti pretendono il conto e una linea di fuga per Vinicio e il nonno non c’è.
Illustrazione di copertina di Alessio Sacco.
Andrea D'Agostino

Andrea D’Agostino è nato a Trieste nel 1977, ma è siciliano. Ha fatto l’asilo in Puglia, mezza terza elementare in Sardegna e ha cambiato tre città durante il liceo: Enna, Imola e Voghera. Ha fatto parecchi lavori e il servizio civile al carcere minorile di Torino. Mi mangiassero i grilli è il suo primo romanzo.

Come inizia

Andavo in terza elementare quando ho scoperto che le ostie intinte nel miele sono buone. Era un sabato pomeriggio caldo e assolato, c’era catechismo. Suor Camilla ci aveva portato in una stanza umida e si stava esibendo in uno dei suoi assoli sui sette vizi capitali. Avevo fame, la nonna non aveva cucinato niente a pranzo. Mi infilai il mignolo nel naso, stuzzicai con l’unghia qualche capillare. Aspettai che il sangue fosse colato fino al mento, poi chiesi il permesso di uscire. Sgusciai fuori. Andai in bagno e mi lavai con acqua fredda, bloccai l’epistassi. Bighellonai per i corridoi scuri, stipati di incomprensibili porte chiuse. Uscii nel chiostro e mi sdraiai su un muretto, al sole. Lo stomaco mi si contorceva come un lombrico: non avevo fatto neanche colazione perché la nonna aveva buttato i biscotti dalla finestra. Entrai in chiesa, era vuota. A quell’ora le vecchie vestite di nero si incollavano alle telenovele brasiliane. Spostai con fatica il trono in mogano e raso rosso su cui padre Franco si assopiva ogni domenica. Lo portai sotto il tabernacolo, ci salii sopra e tirai fuori la pisside. Avevo un vasetto di miele all’eucalipto in tasca. Ero nascosto sotto l’altare e stavo masticando il mio ultimo biscotto, uno strato di miele fra due strati di ostia, quando spuntarono i sandali di padre Franco e i suoi piedi nudi. Smisi di masticare tenendo mezzo biscotto in mano, all’altezza della bocca. I piedi si fermarono davanti a me, potevo osservarne i talloni neri. Trattenni il fiato. I piedi ruotarono di 180 gradi, mostrandomi le unghie lunghe e gialle. Il miele mi scendeva sulle dita. Padre Franco si abbassò, la sua testa comparve sotto l’altare, alla rovescia. Mi fissò a lungo, aveva le sopracciglia grigie intricate come un rovo. Non sbatteva mai le palpebre. Poi, quando il miele era colato fino al gomito, mi afferrò per un orecchio e mi trascinò verso il portale, lungo il corridoio delimitato dalle panche. L’orlo del saio gli accarezzava le caviglie mentre il mio orecchio diventava molle e scarlatto come i bargigli di un gallo. Sul sagrato si fermò, mi tirò verso l’alto fino a sollevarmi in punta di piedi e mi diede un calcio sul culo così violento che il sandalo gli volò in aria. Aspettai che se ne fosse andato e, piangendo, corsi sotto l’altare a riprendere il barattolo di miele e il mezzo biscotto che mi era sfuggito di mano. Da allora, sono ateo. Vinicio non è il mio nome, ma io mi chiamo così [...]

Rassegna stampa

«Un libro poetico, dolce, malinconico, ma capace di catturarti» (www.arcilettore.it, 16 maggio 2005)

Il protagonista di questo racconto un po’ surreale è Vinicio, anche se questo non è il suo vero nome. La madre di Vinicio è scappata, come anche il padre, quando è nato e lui è stato allevato da una nonna, quella che gli ha imposto un nome imbarazzante, davvero dispotica che non esita a chiudere a chiave la cucina lasciando tutti a digiuno.
Il nonno è l’unico che lo chiama Vinicio e anche lui è scappato alla fine per fuggire dalla moglie che lo affama. Si è rifugiato da un cugino che lavora ad una vigna nell’Oltrepò pavese. In risposta alla sua fuga, la nonna di Vinicio lo ha fatto dichiarare morto.
Ad un certo punto della sua vita anche Vinicio è costretto a scappare, ma la sua fuga non è priva di conseguenze: ha disertato.
D’altra parte lui si sente sempre più abbandonato, specie dopo che l’unica donna che lo ha amato e che lui ha amato, Matilde, lo lascia.
Quello di Vinicio è un mondo precario, incapace di accettarlo e, quindi, di amarlo.
L’unico rifugio è il nonno, l’unico rimasto ad ascoltarlo ed è con lui che, alla fine, condividerà il suo destino. Mi mangiassero i grilli è un libro poetico, dolce, malinconico ma capace di catturarti impedendoti di lasciarlo fino alla fine.

«Un esordio vittoriniano» (Marcello D'Alessandra, «Stilos», 21 giugno 2005)

Vinicio, il protagonista narratore, è un siciliano ventenne, privo dei genitori, cresciuto con i nonni. Il nonno, stanco della moglie e dopo aver scoperto di essere burocraticamente morto, decide di fuggire (un novello Mattia Pascal, sebbene dall'inizio ben più disincantato) per trovare rifugio nell'Oltrepo pavese, presso un cugino in campagna. Non passa molto che Vinicio diserta il servizio militare e raggiunge il nonno, cui è legato da un destino comune, votato alla fuga. Insieme lavorano nei campi; col cugino torbido figuro i rapporti sono tesi, fino alla definitiva, violenta rottura. Di nuovo, nonno e nipote sono costretti a fuggire, questa volta in un viaggio a ritroso, alla casa in Sicilia da cui erano fuggiti: un ritorno, controvoglia, alle origini. «Solo uno stupido come Giufà chiosa amaramente il protagonista, rifacendosi a una figura della tradizione siciliana tornerebbe nel posto da cui sta scappando». E' la constatazione della impossibilità di una via di fuga. Vinicio ha disertato, col servizio militare, tutto un destino che lo attendeva: è fuggito dalla ragazza che lo aveva lasciato, da una famiglia che non aveva (orfano di madre, il padre è ignoto), da un paese, nell'entroterra siciliano, che non lo ha mai accettato, nato com'era dal peccato. Ma al proprio destino non si sfugge. Vinicio è un personaggio che oppone il rifiuto alle cose del mondo, che si afferma negando, questo solo egli può dirci: ciò che non è, ciò che non vuole essere. Non è ad esempio il nome che la nonna ha scelto per lui, giudicato troppo brutto: per questo, assieme al nonno, si è dato nome Vinicio; e non vuole essere soldato, per questo diserta e fugge. La narrazione procede, con uno stile sobrio, scarno come il paesaggio rurale sullo sfondo, per segmenti di testo, in un continuo andirivieni temporale. Un viaggio attraverso il tempo che conduce il lettore ora avanti ora indietro, come a voler richiamare altro viaggio, quello nei diversi luoghi compiuto dal protagonista della storia. Una costruzione certo non facile che l'autore sa proporci con convincente maestria. Una lontana eco, una suggestione vaga, mi ha accompagnato nella lettura del libro, come un lochiamo, 0 una sorta di filiazione. Mi riferisco a Conversazione in Sicilia di Vittorini. E sarà il viaggio, il ritorno alle origini, il dato più scopertamente somigliante e, certo, i] mondo offeso percepito dal protagonista, ma soprattutto devono essere le tinte forti con sui sono fermati sulla pagina i personaggi, Vinicio e il nonno (quest'ultimo perfetto esemplare, se si vuole, di Gran Lombardo). A voler dar seguito alla suggestione, e in senso visivo, plastico, il richiamo è al tratto forte, marcato, dei disegni di Guttuso dedicati allo stesso romanzo di Vittorini. Tutta diversa, invece la scelta linguistica operata dai due scrittori: vibrante di accensioni liriche la pro sa di Conversazione; incisiva nella sobrietà, mono‑colore quella di D'Agostino. Ma sarà bene non indugiare oltre nel la suggestione, che facilmente andrebbe a scapito dello scrittore esordiente.

«Una fiaba senza eroi e senza lieto fine» (Guido Gambacorta, Daemonmagazine.it, 23 giugno 2005)

Cataldo detto Vinicio vive in Sicilia, a Enna. Ha circa vent'anni, è innamorato di Matilde e non ha risposto alla chiamata alle armi; scappa di casa e va a fare la vendemmia a Mondandone raggiungendo il nonno, fuggito nell'Oltrepo pavese dopo essere stato dato per morto a causa di un errore dell'anagrafe, fino a quando i due decidono di rientrare insieme in Sicilia andando incontro al proprio comune destino. La storia di Mi mangiassero i grilli, esordio narrativo di Andrea D'Agostino, è tutta qui, concentrata in poche pagine: più che un romanzo breve un lungo racconto da leggere tutto d'un fiato in un pomeriggio di fine primavera mentre si prende il sole in campagna o al parco in città.
Quella di D'Agostino è una scrittura lineare ed estremamente semplice, anche acerba se si vuole, che riesce a non sfaldarsi e a mantenere una sua consistenza perché vivida, ispirata molto probabilmente da particolari autobiografici (l'autore è nato nel 1977 a Trieste ma è di origini siciliane) e nutrita da colori, odori e sapori catturati con stupore fanciullesco ("Sono belle le ragnatele quando si sgualciscono sotto il peso della rugiada. Al tramonto nei filari ancora intatti, la luce le attraversa di sbieco, le ammanta di ambra e corallo. Invece, dopo la vendemmia, sono come case dopo un terremoto. L'alito che sale dalla valle ne sventola mollemente i brandelli"). E sono proprio una certa tangibile ingenuità di fondo e gli scarsi riferimenti temporali attraverso i quali viene dipanata la trama a far sì che antinomie universali quali amore/tradimento, partenza/ritorno, coraggio di fare scelte/rimpianti vengano affrontate dallo scrittore con mano lieve e proiettate in una dimensione quasi fiabesca. Una fiaba senza eroi e senza lieto fine.

«Dove aleggia lo spirito di Mattia Pascal...» (Silverio Livolsi, girodivite.it, 25 luglio 2005)

Mi mangiassero i grilli di Andrea D’agostino (Fernandel 2005) racconta le vicende di Vinicio, giovane ennese che viene abbandonato dai genitori e vive con i nonni. Ma come può accadere in Sicilia, dove aleggia lo spirito di Mattia Pascal, in una scena del romanzo, il protagonista che legge Pirandello vede scomparire il nonno, creduto morto all’anagrafe. La sua vicenda successiva lo porterà però a raggiungerlo, in una campagna dell’Oltrepo pavese, luogo dove l’anziano nonno tenta di rifarsi una vita che gli risulta più balorda della precedente. In quella sperduta campagna però Vinicio si rifugia perché anche lui è scappato: dai carabinieri che sicuramente lo staranno cercando in quanto disertore al sevizio di leva. Uomini in fuga, nonno e nipote, decideranno di tornare in Sicilia: alla ricerca delle radici, della Grande Madre, del tempo perduto? O piuttosto per capire perchè a volte saltano certi grilli in testa, quando si è giovani e innamorati. Tra le tante meritorie note che al romanzo si possono fare e che si sono fatte, aggiungiamo solo che si tratta di un romanzo Postmoderno, se questo ha tra le sue precipue caratteristiche ‘l’emarginazione e la periferia’ (Guia Boni): lo sfondo della storia è il paesaggio rurale dell’ennese e del pavese, i personaggi abitano ai margini e addirittura ‘nascosti’ o sono ‘inesistenti’ per la società. La provincia di Enna è come dire il sud del sud con i suoi pochi - ma noti - negozi, i venditori ambulanti, le fave abbrustolite, il pane buono, l’immancabile nebbia della città più alta d’Italia (1100 metri sul livello del mare), il mercato dove le ‘voci di chi vende e chi compra come nel teatro di Morgantina tendono verso l’alto, sorvolano la fontana colma di spazzatura, sfiorano il sagrato di Montesalvo, attraversano il portale, accarezzano il chignon delle vecchie in preghiera, dribblano l’altare, filtrano nel tabernacolo, stappano la pisside e si mescolano alle ostie: il corpo e il sangue di Cristo e, soltanto per oggi, l’eco delle contrattazioni estenuanti’: testimonianze un pò malinconiche e pittoresche della ‘piccola città’. Il romanzo risulta gradevole e spinge, ancora una volta, alla riflessione sul senso del narrare come viaggio e sull’autobiografia come occasione di scrittura, visto che l’autore in fondo parla e descrive luoghi in cui ha veramente dimorato. La scrittura chiara e accattivante, la storia frizzante e dal buon ritmo, mai pesante o noiosa, fanno di Mi mangiassero i grilli un libro scorrevole, essenziale nell’intreccio ma profondo e intenso nella dinamica e nei moti delle persone e delle cose di cui narra.

«Una diserzione e, quindi, una fuga» (Ernesto Milanesi, «Il manifesto», 12 agosto 2005)

Non tanto dalla cartolina precetto e dai carabinieri. Piuttosto da una vita incompiuta che cerca uno sbocco e ha bisogno di spezzare l'orizzonte dell'incompiutezza. Il ventenne Vinicio scappa da Enna, dalla nonna, dalla fidanzata, dalla condizione di orfano e dalla divisa da adulto. Si ricongiunge al nonno (anagraficamente deceduto, dunque un fantasma) che vendemmia nell'Oltrepo pavese alle dipendenze dell'arcigno cugino Peppe che nasconde un segreto.
È la trama del romanzo d'esordio di Andrea D'Agostino (Mi mangiassero i grilli, Fernandel, pagine 92, 10 euro) che ha vissuto attraverso l'Italia da quando è venuto al mondo nel 1977 a Trieste. Siciliano, all'asilo era in Puglia e a metà elementari in Sardegna. Liceo itinerante fra Enna, Imola e Voghera. Ora studia lettere all'università, dopo il servizio civile al carcere minorile di Torino. D'Agostino è un'altra voce narrante del nuovo universo letterario giovanile, che si può seguire «in presa diretta» anche grazie al blog del portale splinder.com che si chiama come il libro.
Un romanzo sincopato con un linguaggio dosato. Un viaggio dall'anima della Sicilia alla campagna lombarda (e ritorno). Una scoperta tutta maschile delle macerie dei legami di sangue. In 17 agili capitoli, D'Agostino mette in campo il mondo di Vicinio (per altro, nemmeno il suo nome vero) cresciuto dai nonni e preso a calci in culo dal parroco che lo sorprende a degustare ostie al miele. Spasima a modo suo per Matilde che non lo vuoi più sposare, si abitua alle mattane della nonna che spranga la cucina e viene informato del piano di fuga del nonno, che va in municipio per divorziare e scopre di essere domiciliato nella fossa 550 del cimitero comunale.
Basta una lettera a cambiare tutto. Vinicio scappa al nord. Orfano, disertore e con il cuore spezzato, crede di lasciarsi alle spalle i carabinieri e la nonna. Vinicio non va all'avventura. Anzi. Si piega al lavoro in mezzo ad altri campi. Sta con il nonno. Impara a diffidare del cugino padrone. Eppure gli resta sempre la testa piena di grilli. Tant'è che la vendemmia nell'Oltrepo pavese si conclude con l'esplosione dei rapporti fra il vecchio, il parente e il giovane. D'Agostino serve al lettore un paio di colpi di scena, ma sempre con la sua scrittura essenziale. Mi mangiassero i grilli si rivela un po' diaristico, un po' block notes, un po' teatrale. Ma possiede la forza di attraversare i luoghi comuni e restituire quasi intatto il panorama della diserzione.
Ruderi e fatica. Silenzi ed abitudini. Accenni e rancori. Non cambia niente, una volta scappati dalla Sicilia. Se mai, al nord, si annida più violenza. I soldi innescano un duello. Giustizia, religione, famiglia sono parole vuote. Rispunta per la seconda volta un segreto inconfessabile, dal posto che simboleggia meglio di altri l'ipocrisia. E Cosi occorre scappare di nuovo. Una fuga al contrario. Il vecchio fantasma e il giovane disertore hanno lottato per dimenticare e devono alzare le mani per aprirsi una via di salvezza dagli orrori del mondo di Peppe. Non c'è scampo per questa bizzarra coppia di emigranti, che suonano come metafora anche a chi legge.
Nonno e Vinicio salgono sul treno-tradotta. Tornano a casa. Era, appunto, una fuga che non si poteva trasformare in un'alternativa. Il «morto» deve vivere agli ordini della consorte. Il ragazzo deve scoprire perché Matilde si era sottratta al matrimonio. Alla fine, inevitabilmente, «Minchia, quanti carabinieri».

«Grilli nomadi tra Sicilia e Spagna» (Roberto Carnero, «l'Unità», 23 agosto 2005)

Andrea D'Agostino nasce nel 1977 a Trieste, ma è siciliano. Ha frequentato l'asilo in Puglia, mezza terza elementare in Sardegna, il liceo in tre città: Enna, Imola e Voghera. Al momento vive pendolando fra Voghera, Torino e il Portogallo.Ha fatto il servizio civile al carcere minorile di Torino e molti lavori, prevalentemente d'estate: ha raccolto patate, pere, prugne, mele, pesche, cipolle; ha abbattuto vecchi peschi esausti; ha vendemmiato in Oltrepo pavese; ha fatto il baby‑sitter; il cameriere; il copy writer (lo slogan «Nuova linfa alle tue parole» che campeggia sul Nuovo dizionario di Tullio De Mauro è opera sua, dubita però che qualcuno se lo ricordi); lo speaker in una radio ennese; la comparsa in un film di Gianni Cornelio; ha venduto disegni in velluto a rilievo da colorare a Torino, San Remo e Marsiglia; per due anni ha fatto l'operaio informatico in una web agency. Un attacco di fuoco di Sant'Antonio l'ha convinto a rimettersi a studiare. Mi mangiassero i grilli (Fernandel, pp. 96, euro 10,00) è il suo primo e per ora unico libro. Sul numero di luglio della rivista Fernandel è uscito un suo racconto, dal titolo Manca l'acqua. «Mi mangiassero i grilli, spiega l'autore, «è un romanzo, il cui protagonista si chiama Vinicio, anche se Vinicio non è il suo vero nome. Ha all'incirca vent'anni, è siciliano. Orfano di madre e di padre ignoto, cresce coi nonni. La nonna ha un pessimo carattere e la tendenza a chiudere a chiave la porta della cucina. Il nonno, stanco dei digiuni e avendo scoperto di essere "burocraticamente morto", scappa di casa e si rifugia da un cugino, nell'Oltrepo pavese. Poco dopo Vinicio diserta, raggiunge il nonno c si mette a lavorare con lui in campagna. Dopo qualche settimana di vendemmia, però Vinicio e il nonno sono costretti a tornare in Sicilia...». D'Agostino, dove trascorre la prima vacanza da scrittore? «In Sicilia, come le estati precedenti. Andrò a trovare i miei nonni, ma questa volta ne approfitterò per fare qualche presentazione del mio libro». Che cosa leggerà in questo periodo? «Mi piacerebbe rileggere I Malavoglia, letti a scuola anni fa e dimenticati. Ma prima dovrò studiare parecchio per gli esami universitari. Sono iscritto a Lettere, anche se un po' fuori corso... Cose farà al ritorno dalle vacanze? «A settembre partirò per Madrid, dove farò I'Erasmus. In Spagna spero di finire gli esami, redigere la tesi, cominciare a scrivere qualcosa che diventi il mio secondo romanzo».

I grilli di un giovane autore. Conversazione con Andrea d’Agostino (Salvatore S. Lovolsi, aurorarivista.it, 30 settembre 2005)

Mi mangiassero i grilli, il recente romanzo di Andrea D’Agostino (giovane autore, siciliano d’origine e nato nel ’77), pubblicato da Fernandel, narra le vicende di Vinicio, ventenne orfano di madre e di padre ignoto, che cresce coi nonni ad Enna. Il nonno, stanco della moglie, ‘affettuosamente oppressiva’, avendo scoperto di essere per lo stato civile morto, scappa e va a lavorare nella campagna di un cugino, nell’Oltrepo pavese. Vinicio, forse per un amore andato a finir male, forse per mille altre e valide ragioni, diserta il servizio militare, raggiunge il nonno e si mette a lavorare con lui. Dopo qualche settimana, il viaggio di ritorno in Sicilia di nonno e nipote, la loro discesa agli inferi, al loro piccolo e bastardo posto, nelle grinfie di una nonna-moglie matrona e terribile. Un bel primo romanzo, di un promettentissimo narratore, dalla scrittura accattivante, dall’andamento brioso e piacevolmente scorrevole, capace di suscitare, all’interno di una trama chiara ed essenziale, parecchie riflessioni e curiosità. Di alcune abbiamo discusso con l’autore.

Il tuo è un libro di uomini e galline. Vinicio viene minacciato di venire sgozzato e decapitato come una gallina, suo nonno ha mani gialle e voce roca strozzata come una gallina. Le galline per tutto il libro subiscono un’inaudita e crudele violenza. Cos’è, la rappresentazione di un universo concentrazionario dove la violenza vissuta dagli uomini, in un ambiente deprivato, desolato e opprimente, viene scaricata sulle galline, cioè sulla natura, sul suolo, sul proprio territorio?
I Grilli è un libro zeppo galline, hai ragione, con una copertina piena di mosche. Confesso che la prima volta che l'ho riletto dopo la pubblicazione, arrivato in fondo ho pensato che Vinicio e nonno mangiavano solo galline e mi sono sorpreso, mica me lo ricordavo. Eppure, per scrivere la sciocchezza che è Mi mangiassero i grilli, ho impiegato sei anni, con ampie pause di riflessione in mezzo. Cioè: avrei dovuto accorgermene prima della insinuante presenza di galline. Invece. A essere sincero, non c'è un progetto alle spalle di questa scelta. Le galline ci sono perché ho incrociato spesso galline. Mio nonno, quando ero piccolo, allevava galline e conigli, a Enna. Li teneva in una grotta vicino casa, qualcosa vendeva, ma l'allevamento era per la famiglia e per lui un modo di passare il tempo e ricordarsi di quand'era bambino. Quand'aveva 11 anni ha cominciato a fare il pastore, è sempre stato in mezzo agli animali. Ricordo con dolcezza l'uovo ancora caldo che mi dava da mangiare, o con due fori ai poli oppure spaccato a metà, solo il tuorlo, con l'aggiunta di marsala. Oggi che le galline, poche, ce le abbiamo a casa, ogni tanto al mattino lo faccio ancora, quello col marsala. Come energetico corroborante. Appunto: da qualche anno le galline le abbiamo a casa, quindi ho avuto modo di osservarle. Gli porto da mangiare quasi ogni giorno, spesso mi è capitato di litigare col gallo. L'ultimo, quello attuale, è antipatico e vigliacco. Gli abbiamo promesso la pentola, ma ancora non abbiamo trovato il tempo. La scena della decapitazione cruenta, mentre il nonno osserva e poi procede col suo metodo rapido apparentemente indolore, nasce da un racconto diretto. Mio fratello aveva una volta ammazzato una gallina in questa maniera. E il suo racconto, metabolizzato, è diventato esperienza di Vinicio. Io, dopo averlo letto su un libro di Tom Robbins, ho cercato di fare svenire una gallina facendola ruotare velocemente. La gallina non è svenuta, allora l'ho data a mia mamma che le ha tirato il collo. Da qui nasce la scena corrispondente del libro, dove Vinicio prova a farla svenire ma non ci riesce e si arrabbia, la dà al nonno e gli dice di ucciderla lui, di farlo veloce che sta per prendere a calci questa bagascia. Una cosa del genere, dice. Che poi Vinicio abbia paura di venire sgozzato come una gallina fa parte del gioco, ossia: ha preso parte a quel tipo di assassinio, è naturale che abbia paura di finire allo stesso modo, in fondo è l'unico che conosce. E non gli piace. La voce del nonno di Vinicio è quella di mio nonno, anche lui è roco come una gallina spennata.

È un testo anamorfico, con un ritratto cupo, pessimistico e tragico da intravedere in una storia, in superficie, da favola, amara sì, ma ironica, dei nostri tempi?
Hai ragione. Mi è stato fatto notare che, nascosta sotto una superficie dolce e malinconica, si nasconde una storia amarissima. Senza scampo o vie di fuga né per Vinicio né per il nonno. Per il mondo, personalmente, ho molti pensieri cupi. Ma penso di non essere il solo e nemmeno il più brillante. Coi Grilli non do un ritratto dei nostri tempi, una cosa tanto vasta non era neanche nei miei più ottimistici progetti. Già il solo fatto di esserci arrivato, a scrivere una storia, a riuscire a pubblicarla, mi fa felicissimo. Mi piace andare in giro a parlare dei Grilli, a parlarne con persone che non mi conoscono e che per caso passano si fermano e decidono di comprare il libro. È capitato, una paio di volte, ed è stato esaltante. Io spero di riuscire a scrivere altro, ma chi lo sa mai. E spero che l'ironia che sottilmente percorre i Grilli ci sia ancora, perché a me piace un sacco. Laddove non vi sono galline, vi sono preti e suore. Un’andata e ritorno da Enna, quella di Vinicio, tra una suora becera che apre il racconto e un’altra che, nel treno che va verso la Sicilia, di notte, russa scristianamente: sembrano scandire un tempo circolare della storia che avviene in un mondo privo anche di religione.

È una rappresentazione della periferia nell’epoca del suo degrado: mondo senz’anima dove la violenza spira tra le stanze della vita quotidiana?
Come sopra: non pensavo ai massimi sistemi scrivendo. Pensavo al mio passato, esperienza diretta. Sono stato per anni chierichetto, ho fatto catechismo per anni di sabato pomeriggio, annoiandomi a morte. Una cosa divertentissima che facevo in chiesa era suonare le campane, appendermi alla corda e lasciarmi trascinare in alto, come una frustata. A un certo punto sono diventato ateo anch'io, come Vinicio. I preti spesso mi stanno antipatici, ma tento di non generalizzare. Le suore peggio. Hai ragione quanto alla circolarità, con una sottigliezza: suor Camilla io la immagino secca e cattiva, quella del treno invece è grassa, la sua veste sconfina sul posto del nonno, russa come un trattore, scristianamente, la parola mi piace. Padre Franco si spacca un sandalo con una pedata sul culo di Vinicio, Vinicio con le ostie come biscotto, blasfemo già da piccolo. In una versione precedente, l'ultima frase non era Minchia quanti carabinieri. Al posto di minchia c'era una bestemmia. Tolta poi non per moralismo ma perché era una bestemmia inventata da un mio amico, poco comprensibile, anche se continuo a pensare sia bellissima: dio molle. Minchia ha il vantaggio di essere decisamente siciliano. I Grilli sono la rappresentazione di una periferia, certamente. Addirittura sono la rappresentazione della periferia della periferia: provincia più povera, disoccupazione alle stelle, commercio ipertrofico (cattivo segno, ho studiato per un esame di geografia economica). Da Enna la gente continua a emigrare, la mia famiglia l'ha fatto dieci anni fa perché prospettive non ce n'erano, mio padre lavorava fuori, in continente da anni, si era stancato di viaggiare da solo. E anche l'Oltrepo è una zona periferica, sud di Milano. Voghera, la città dove viviamo ora è triste, alle 8 deserta, la gente va presto a dormire perché all'alba c'è il treno per Milano, per andare al lavoro. Città dormitorio. In campagna, le case si disfano come quelle che si disfano nelle campagne di Enna.

«Un “mal di Sicilia” che a lungo andare annebbia ogni altra cosa» (Gianluca Mercadante, «Pulp», novembre-dicembre 2005)

Si fa chiamare da tutti Vinicio il protagonista del romanzo d’esordio di Andrea D’Agostino, nonostante il suo nome autentico sia un altro. È un biglietto da visita, questo gesto, e la fuga di Vinicio dalla Sicilia che il libro racconta ne sottolinea in pieno tutto il disagio: un sacrosanto rifiuto viscerale, maturato nel giovane siciliano alle prese con una nonna nevrotica all’ennesima potenza. Non a caso il nonno, unica figura maschile in grado di suscitare in Vinicio sentimenti di sincera ammirazione e rispetto, un bel mattino scappa di casa: se ne va a raggiungere in gran segreto un parente nell’Oltrepo pavese, complice l’insofferenza mal repressa nei confronti della consorte, ma soprattutto l’incredibile scoperta di essere ufficialmente defunto da diversi anni, stando all’anagrafe. Lo stesso non accade a Vinicio, che per quanti sforzi faccia a farsi chiamare così dalla gente, il suo vero nome l’esercito lo sa e quando arriva il momento della chiamata alle armi, Vinicio, o chi per lui, diserta. Va a raggiungere il nonno, lassù, nel Continente, come in Sicilia si usa chiamare tutto il resto dell’Italia. Non prima però di avere scardinato la porta della cucina, un punto fermo nella lista delle paranoie di sua nonna, che la chiude sempre a chiave. Con una tecnica che salda ogni flashback al filo conduttore principale in maniera fluida e molto brillante nello stile, D’Agostino drammatizza con toni ironici ma non riduttivi una storia di andate e ritorni. Un confronto tra due generazioni, quella di Vinicio e quella cui appartiene idealmente il nonno, che scappano per ragioni diverse in un’unica direzione, miseramente avvilite nel tempo da un “mal di Sicilia” che a lungo andare annebbia ogni altro scopo di vita. Quella nostalgia che ti spinge indietro, illuso contro qualunque evidenza che un posto per te, a casa, dev’esserci ancora.

end faq