Collana Fernandel

Federico Platania, Buon lavoro. Dodici storie a tempo indeterminato


Buon lavoro

Radio e Tv


  • Intervista di Francesco Locane a Radio Neon (30 aprile 2006)

  • Intervista a Rai Radio 3 Fahrenheit (1 maggio 2006)

  • Intervista di Arianna Cameli a Radio Città del Capo (14 maggio 2006)

  • Intervista di Alessia Fedele a Nessuno TV (9 giugno 2007)

  • Pagine: 160
    Isbn: 9788887433661
    Collana: Fernandel
    Data di pubblicazione: aprile 2006
    Leggi le prime pagine



    Non sempre il posto fisso è la soluzione a tutti i problemi...

    I protagonisti di questo libro scoprono a loro spese che un contratto a tempo indeterminato può trasformarsi in una trappola claustrofobica, senza alcuna possibilità di crescita professionale e umana.
    Buon lavoro racconta di questo appiattimento, mettendo in scena vicende d’'ufficio che si svolgono in anonimi palazzi aziendali e che inesorabilmente scivolano verso conclusioni inquietanti.
    È il racconto di una nuova generazione di “colletti bianchi”, che delinea un quadro sconfortante e grottesco della vita impiegatizia contemporanea.
    Foto di copertina di Riccardo Grandi.

    Federico Platania

    Federico Platania è nato nel 1971. Vive a Roma, dove lavora come impiegato presso una grande azienda. Buon lavoro (2006) è stato il suo primo libro, a cui sempre per Fernandel sono seguiti Il primo sangue (2008) e Bambini esclusi (2012). Nel 2013 ha pubblicato per l'editore Gallucci il romanzo Il Dio che fa la mia vendetta.
    Wikipedia gli dedica una pagina.

    Intervista all'autore

    Buon lavoro è un libro molto coerente sulla routine e l'insensatezza di certi lavori a tempo indeterminato. Quando e come è nata l'idea di mettere insieme tutte queste storie?
    Negli ultimi tempi sono stati pubblicati molti libri dedicati al tema del precariato. Criticare questa forma neanche troppo occulta di sfruttamento è sacrosanto. Ma non per questo si deve smettere di affrontare in letteratura la realtà del posto fisso. Solo constatando la povertà umana della condizione impiegatizia si può capire fino in fondo lo stato davvero tragico dei precari, di questo sottoproletariato aziendale che non può vantare nemmeno quella povertà. Il lavoratore precario vede nel posto fisso la fine dei suoi tormenti, la conquista di un lido sicuro. Ma è davvero così roseo questo traguardo? Buon lavoro prova a dare una risposta a questa domanda.

    In apertura di Buon lavoro citi una frase di un celebre gruppo degli anni ’70, gli Area: «L'estetica del lavoro è lo spettacolo della merce umana». Si può dire che questa frase sintetizza il progetto?
    Uno dei titoli di lavorazione di Buon lavoro era proprio «Lo spettacolo della merce umana» e questo la dice lunga su quanto quella frase abbia pesato nello sviluppo della raccolta. Non è uno spettacolo quello a cui prendiamo parte come attori/spettatori quando siamo in ufficio? Gli ascensori, le telefonate, i monitor, i distributori di caffè, la fila alla mensa, il disordine sulle scrivanie. È innegabile che in tutto questo ci sia un’estetica che io trovo al tempo stesso squallida e sublime.

    Nel tuo libro l'ambiente di lavoro risulta sempre ostile. Le macchine non funzionano, gli ascensori si rompono, le porte si incastrano. Insomma, il mondo circostante appare sempre in conflitto con la fisicità dei personaggi. Perché questa scelta?
    Ma non è una scelta stilistica, è la realtà! A volte, quando vago per i corridoi dell'immenso palazzo dove lavoro, vedo me e i miei colleghi come corpi estranei all'interno di un organismo che sta attivando i suoi anticorpi per espellerci, neutralizzarci. L'ambiente di lavoro è sempre indifferente e a volte apertamente ostile nei confronti dell'umanità che lo abita. E lo è perché questa umanità impiegatizia di fatto ha ben poco di umano. Le macchine (computer, ascensori, telefoni, fotocopiatrici...) sono molto più consapevoli degli uomini e si rifiutano più spesso di questi di fare le cose stupide che gli vengono chieste.

    Lo stile di scrittura che usi è molto importante per creare la giusta ambientazione. In Buon lavoro i dialoghi sono molto asciutti eppure del tutto realistici, così come le descrizioni dei luoghi e dei pensieri. Sembra quasi che tu abbia scelto un modo chirurgico di procedere, dove ogni piccolo dettaglio è importante per indirizzare la percezione del lettore.
    Ammetto che c'è un'attenzione maniacale alla scelta delle parole. L'importante, per me, era che i dialoghi non esprimessero mai un senso positivo, di comunicazione che si compie. Questo perché per me il grande serraglio-azienda è il luogo supremo dell'incomunicabilità. Per quanto riguarda l'asciuttezza dello stile, i protagonisti delle varie storie li ho immaginati così: dipendenti che hanno appena subito un trauma e che - ancora sotto shock - raccontano ciò che è accaduto. Volendo, ma è solo uno dei modi, è possibile leggere i racconti come deposizioni dove chi è parla sta bene attento a ciò che dice, non dà giudizi di merito sugli accadimenti, ma si limita a riportare i fatti.

    Rassegna stampa

    «La letteratura del precariato» (Roberto Carnero, «Il mattino», 25 aprile 2006)

    Sarà perché, come recita un titolo recente, «il momento è atipico». Fatto sta che nelle ultime settimane sembrano essersi letteralmente moltiplicati i libri che affrontano il tema del lavoro, soprattutto quello instabile, poco importa che «flessibile» o «precario» si preferisca chiamarlo. Come ha fatto Aldo Nove in Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese..., ha scelto la strada dell’inchiesta anche Marilisa Monaco, responsabile della comunicazione di Nidil-Cgil, nel già citato volume Il momento è atipico, pubblicato da Terre di mezzo Editore (pagg. 112, euro 7). Cinque dialoghi fra lavoratori dipendenti e precari: i primi ancorati al posto fisso, i secondi che spesso si trovano a sperare di ammalarsi quando sono in ferie (visto che in molti casi «il diritto alla malattia» non è loro riconosciuto). Ecco dunque, a confrontarsi, un anziano metalmeccanico e l’addetto di un call center, due ricercatrici (una assunta a tempo indeterminato, l’altra precaria), il dirigente di un’impresa no-profit e il collaboratore di una Ong. Storie esemplari, come quelle raccolte da Angelo Ferracuti nel suo ultimo libro Le risorse umane (Feltrinelli, pagg. 228, euro 12). Lo scrittore marchigiano ha attraversato l’Italia in lungo e in largo, alla ricerca di vicende di lavoro dotate di una loro dimensione epica, rese tra il racconto e il reportage. Come quelle degli operai dei cantieri navali di Monfalcone, dei minatori italiani emigrati in Belgio, dei camionisti sui loro tir, ma anche dei dirigenti d’azienda, degli impiegati e degli sportellisti delle poste, o, ancora, dei lavoratori immigrati. Un saggio è invece il libro degli economisti Maurizio Sacconi e Michele Tiraboschi, Un futuro da precario? Il lavoro dei giovani tra rassegnazione e opportunità (Mondadori, pagg. 232, euro 17). Più di duecento pagine per difendere la legge Treu (1997) e la legge Biagi (2003), le normative, cioè, che hanno prima introdotto e poi riformato la flessibilità nel mercato del lavoro. La tesi - forse un po’ troppo ottimistica - è che nel campo della legislazione del lavoro non sia possibile tornare indietro, magari in omaggio a una posizione ideologica di tipo assistenzialista. Bisogna invece puntare su una scuola più efficiente, integrata il più presto possibile da esperienze nelle aziende. Non mancano, infine, i libri di narrativa vera e propria. Come il romanzo di Marco Desiati, Vita precaria e amore eterno (Mondadori, pagg. 224, euro 15), il cui protagonista, il trentenne Martin Bux, lavora a Roma in un call center, luogo-emblema della flessibilità più selvaggia. La sua vicenda di precariato lavorativo rimanda però a una più ampia situazione di precarietà esistenziale, che si coglie nell’indefinitezza del suo carattere, nell’incapacità di assumere decisioni. La sua situazione sul lavoro è speculare a quella della vita privata, ancora peggiore: un senso di frustrazione che si trasforma in pregiudizio, intolleranza, disperazione. Ma, anche questa volta, forse l’amore può salvare. Sul lavoro a tempo indeterminato si incentrano invece i dodici racconti di Federico Platania. Romano, classe 1971, impiegato in una grande azienda della capitale, è l’autore della raccolta Buon lavoro, pubblicata da Fernandel (pagg. 160, euro 13). Le sue storie sono ambientate in anonimi palazzi aziendali, dove anonimi impiegati si trovano a vivere anonime situazioni, che spesso però, nel finale, virano inaspettatamente verso una soluzione tragica. L’autore, evidentemente, voleva dimostrare che la sicurezza del posto fisso, in realtà, è soltanto un’illusione. Perché l’azienda a volte può diventare il luogo della più profonda incomunicabilità. Come dimostrano i ”dipendenti” chiamati a raccolta da Platania. Gente che, per un verso o per un altro, ha subìto un trauma, che, magari ancora sotto choc, ora si trovano a raccontare.

    «Impiegati per sempre fra Kafka e Beckett» (Fabrizio Francione, «Il cittadino, quotidiano di Lodi e Sudmilano», 27 aprile 2006)

    Secondo la vulgata comune la Legge 30, detta anche “Legge Biagi” dal nome del suo autore, il giuslavorista Marco Biagi barbaramente assassinato dalle nuove Br, ha stabilizzato l’esercito dei precari. Ciò si è riverberato anche sulla letteratura che nel giro di qualche anno ha ripreso temi come il lavoro e l’alienazione che procura ai lavoratori il precariato. Controcorrente arriva nelle librerie la raccolta di racconti di Federico Platania. Lo scrittore romano al suo esordio narrativo, sembrare scartare l’ipotesi precariato, anche se a ben vedere i suoi personaggi vanno alla ricerca (ottenendolo) del primo impiego. Per sempre. In quest’attimo congelato c’è tutta la forza narrativa e di scrittura di Platania che trasfigurando le proprie passioni letterarie, Samuel Beckett (è il provider del sito italiano dedicato al centenario drammaturgo irlandese, samuelbeckett.it) e Franz Kafka, consegna al lettore una galleria di uomini e donne che potrebbero essere – ecco le persone – amici, parenti, conoscenti, della “porta accanto”. Ma, in un gioco di specchi e di riflesso questi potremmo essere noi stessi. D’altronde, non è stato scomodato lo scrittore praghese a caso, che ha contrassegnato la sua stessa esistenza in un piccolo lavoro impiegatizio, difatti le situazioni in cui agiscono (meglio sono agiti) i Nicola, Stazza, Garofano e i tanti “io…” sparsi nei racconti sono sofisticatamente debitrici a Kafka. Al contrario, la scrittura con le sue modulazioni e ripetizioni come a cercar di riprodurre il tran tran quotidiano ha senza dubbio come ascendente Beckett, le bipartizioni estreme dei racconti (Com’è. Come non è) sono un forte debito beckettiano contratto da Platania e del quale si sente non può farne ameno.

    «Platania, dodici storie a tempo indeterminato» (Francesca De Sanctis, «l'Unità», 27 aprile 2006)

    Lavoro. Parola chiave per i giovani con contratti a tempo determinato, collaborazioni a progetto, posti fissi... Comunque lavoro. La battaglia si sa, siamo abituati a combatterla per i precari, ma questo non vuol dire che per chi ha un posto fisso la vita è tutta rose e fiori. Basta leggere il romanzo d’esordio di Federico Platania per crederci: Buon lavoro, edito da Fernandel, pagine 160, 13 euro. Platania, classe 1971, vive a Roma dove lavora come impiegato in una grande azienda. Nel suo romanzo d’esordio racconta dodici storie a tempo indeterminato. L’idea è buona.Nella prima parte - «Com’è. Come non è. Un giorno ti ritrovi dentro» - Platania ci presenta dei normalissimi ragazzi alle prese con il primo colloquio di lavoro, con la fine della parola «disoccupazione». Nella seconda - «Dentro» - i protagonisti delle storie si accorgono che un contratto a tempo indeterminato può trasformarsi in una trappola claustrofobica. Infine, l’ultima parte del libro - «Com’è come non è.Un giorno ne sei fuori» - racconta la fine di certe esperienze aziendali. È la nuova rivoluzione dei "colletti bianchi", che svelano situazioni grottesche. Peccato per lo stile, troppo freddo, per nulla accattivante. Il libro, introdotto da Michele Governatori, è stato presentato ieri al Melbook Store di via Nazionale.

    «I tempi narrativi del lavoro. Cordiali saluti al pieno boom del precariato» (Piersandro Pallavicini, «La Stampa Tuttolibri», 29 aprile 2006)

    C'era una volta il mondo del lavoro come serbatoio e fucina di storie, c’erano i libri dell'Italia che si scopriva potenza economica in crescita e che raccontavano l'epopea dell'industrialotto, la solidarietà tra operai, il senso di appartenenza alla Grande Impresa, e di converso anche lo straniamento, l'alienazione, le invidie e i fallimenti dentro un mondo che esplodeva economicamente e generava grandi e leggendarie ricchezze insieme a coscienza di classe e sofferenze. C'erano, questi libri, e Il Memoriale lo firmava Volponi, Donnarumma all'assalto Ottieri, Il Maestro di Vigevano e Il Meridionale di Vigevano Mastronardi, La vita agra e Il lavoro editoriale Bianciardi, Gymkhana Cross Davì. C'erano, uscivano in quell'Italia in pieno boom che era il nostro paese tra la fine dei 50 e l'inizio dei 60, e poi per lunghi anni non ci sono stati più. Forse la delusione dello «sboom» dei tardi 60, forse la politica totale dei 70, forse il post-moderno e la frenesia vitalistica degli 80, forse il crollo delle ideologie e la confusione dei 90, ma fatto sta che, per chi legge soprattutto scrittori italiani felice di farsi raccontare il proprio mondo da chi ci vive in mezzo, trovare storie che del lavoro facessero il proprio nucleo centrale è stato, per lunghi decenni, pressoché impossibile. Fatta salva la notevole parentesi de Il Dipendente di Sebastiano Nata (1995) c'è voluta la globalizzazione, il berlusconismo, la legge Biagi e il distruttivo effetto a valanga della esecranda «flessibilità» perché nella testa degli scrittori italiani scattasse qualcosa e si ricominciasse a pensare che anche raccontare di lavoro avesse un suo fascino. O una sua necessità. Nel 2004 esce il romanzo polifonico Pausa Caffè di Giorgio Falco (Sironi) che stigmatizza la frantumazione della società parallela alla frantumazione del mondo del lavoro, precipitato nell'inferno del precariato, dell'insicurezza, delle vessazioni. Nello stesso anno tocca alla fabbrica, e cioè al lavoro nella Grande Impresa, con il romanzo di Francesco Dezio Nicola Rubino è entrato in fabbrica (Feltrinelli), ma non c'è troppa differenza: l'Italia è a pezzi, qualcuno ha tagliato a zero non solo speranze e prospettive, ma anche buon senso, buon gusto e buoni sentimenti, così che, nella Fabbrica, gli operai si disgustano se provi a riconoscerli tali, e quanto a senso di appartenenza rimane solo quello del condividere un piccolo catalogo di spazzatura quotidiana fatto di reality show, squadra del cuore e sesso spoetizzato. Nel 2005 Andrea Bajani racconta in punta di penna il precariato dentro agli uffici e, sfumandoli con la scolorina dell'ironia, in Cordiali Saluti mette davanti agli occhi del lettore la violenza del licenziamento, il senso di amarezza e di tradimento che prova chi viene mandato via o chi vede il proprio contratto non rinnovato. Nello stesso anno un paio di racconti nella raccolta di Igino Domanin, Gli ultimi giorni di Lucio Battisti (Pequod) aggiungono al quadro un flash sul frastornato, incerto mondo dei venditori di nulla dentro la bolla speculativa dell'economia internettiana. Già, d'improvviso tanti libri sul lavoro, e tutti insieme: ma se si guardano le biografie e la storia editoriale di questi autori ci si accorge che sono all'esordio o poco più in là, che sono dei giovani intorno ai trent'anni, e che è la bruciante esperienza diretta, è l'immersione in prima persona nel precariato, nella sofferenza del nuovo concetto di lavoro, a far scaturire la necessità di scrittura e a far nascere le storie. Niente prospettive, futuro incerto, umiliazioni, il grottesco affrontato tutti i giorni, il minimo per sopravvivere portato a casa con le unghie: è di questa l'avventura che scrivono questi autori, avventura che tocca a una fascia anagrafica che, quanto a generazioni, ne copre ormai un paio. E cioè ancora: l'avventura del parare i colpi o, semplicemente, del sopravvivere. Sono sempre queste le storie di vita che raccontano le interviste di Mi chiamo Roberta ho 40 anni guadagno 250 euro al mese di Aldo Nove (Einaudi 2006), simili a quelle trasformate in fiction nell'antologia Tu quando scadi? Racconti di precari (Manni 2006). Ed è ancora l'avventura del sopravvivere che fa scrivere a Giovanni Accardo (altro esordiente) il frenetico romanzo Un anno di corsa (Sironi 2006), epopea tragicomica di un siciliano laureato a Padova che passa da un lavoro all'altro, piccolo contratto dopo piccolo contratto, in quello che continuiamo a credere un Nord pieno di opportunità.
    Viene allora da chiedersi: ma è proprio tutto così, il lavoro, al giorno d'oggi? O meglio: solo questo è il lavoro di cui si racconta? Solo ciò che il depotenziamento contrattuale, il diffondersi del lavoro interinale, la quasi completa cancellazione dei diritti trasformano in lotta per tirare fine mese? Una risposta inattesa arriva dalla raccolta di racconti Buon Lavoro (Fernandel 2006), dove l'autore, Federico Platania, ambienta le sue storie nel mondo degli impiegati e dei quadri con contratto a tempo indeterminato. Ebbene: anche a questo livello più solido e contrattualmente decoroso c'è confusione, approssimazione, disorientamento. Cosa devo fare, qual è il mio lavoro? Questo sembrano chiedersi gli impiegati chiusi in questi racconti, stretti nel disagio della mancanza di una missione: tutti armati di un laptop, tutti più o meno in grado di aprire un manuale e arrangiarsi con un programma di gestione, anche loro lavorano senza la felicità di essere dentro alla costruzione di qualcosa, privati anche del sogno di avventurarsi verso un qualsiasi obiettivo.

    «Il precario ha almeno questo vantaggio, che se dovesse andarsene praticamente non perderebbe nulla» (Elisa Bellintani, «Match Music Magazine», aprile 2006)

    Il più classico degli auguri mattutini prima di uscire dalla porta di casa diventa un libro su gioie (poche) e dolori (tanti) del lavoro a tempo indeterminato, morgana del XXI secolo per tanti giovani in cerca di stabilità. Sono 12 le storie che Platania ci racconta, fatte di relazioni umane grottesche e situazioni comunicative sconfortanti, dove la routine è intervallata da ascensori rotti e porte bloccate, metafora dell’intrinseca ostilità all’individuo dell’ambiente lavorativo. I nuovi "colletti bianchi" in tutto il loro avvilimento – della serie, che stia forse meglio chi sta peggio? Come mai l’idea di scrivere un libro "in controtendenza", visto che oggi va tanto di moda la letteratura sul precariato? "Per un motivo squisitamente autobiografico, innanzitutto, visto che non ho mai lavorato come precario. Poi perché - appunto – di precariato hanno già scritto in molti. E, infine, perché sono convinto che nella condizione di chi lavora vi sia un qualcosa di sinistro, di malato, che io ho voluto indagare attraverso i miei racconti". Il lavoro a tempo indeterminato è ancora quell’oasi felice di cui parlano tanto tutti? "Il lavoro a tempo indeterminato probabilmente non esiste più. E in questo senso i miei racconti sono davvero ‘letterari’: parlano di un tempo andato". Quali sono le trappole nascoste dietro la garanzia di un lavoro a tempo indeterminato? "La trappola è questa: se sei uno di quei fortunati che hanno il posto fisso, ma quel posto lo vivi come un inferno, che fai? Con quale coraggio dici agli altri che molli perché lì non ce la fai più? Ecco, facendo una provocazione il precario ha almeno questo vantaggio: se ne va. E praticamente non ha perso nulla".

    «A leggerne la trama suona quasi come una provocazione» (Giovanna Mancini, Il Sole24ore.com, 5 maggio 2006)

    A leggerne la trama, in epoca di lavoro precario, suona quasi una provocazione: dodici storie che descrivono l’annichilimento e l’inquietudine degli impiegati a tempo indeterminato all’interno di grandi e anonime aziende. Federico Platania, romano, classe 1971, ha scelto questo tema “fuorimoda” e controcorrente per il suo libro d’esordio, “Buon lavoro. Dodici storie a tempo indeterminato”, pubblicato dalla casa editrice Fernandel. “Intanto perché questa è la realtà che io conosco – spiega l’autore, da dieci anni assunto a sua volta in una grande azienda italiana -. E poi perché la sacrosanta critica alle nuove forme di lavoro precario rischia di far dimenticare le condizioni di disagio, difficoltà e appiattimento che spesso caratterizzano gli ambienti di lavoro, a prescindere dalla formula del contratto”.
    Con l’aggravante, per chi ha un posto fisso, di un senso di claustrofobia che nel libro di Platania sembra fare da filo conduttore alle dodici storie, che insieme formano un “testo narrativo unico”, come dice lui stesso: non un romanzo, ma nemmeno una semplice raccolta di racconti. La struttura si articola in più parti: tre episodi descrivono un primo giorno di lavoro, altri sei la vita all’interno dell’azienda e infine altre tre la variante di un ultimo giorno. La sensazione di unità e continuità è suggerita dalla ricorrenza di alcuni elementi descrittivi, di frasi e situazioni che proprio per la loro ripetitività e similitudine finiscono per rendere ancora più sinistra la già inquietante atmosfera dominante.
    Macchine che non funzionano, ambienti grigi, squallidi e soffocanti, lunghi corridoi e palazzi anonimi a più piani, rumori metallici, espressioni banali e vuote fanno da cornice alle storie, tutte raccontate in prima persona attraverso uno stile asciutto e rapido che aggiunge sapore realistico al testo.
    Il leitmotiv è questo meccanismo psicologico di inquietudine e claustrofobia accentuato dal finale sospeso o tragico delle vicende e da elementi tipici del genere horror, come dice lo stesso Platania: “Non ho seguito un particolare modello letterario di riferimento, anche se alcuni elementi surreali possono richiamare alcune atmosfere kafkiane, soprattutto nella descrizione di grandi organismi lavorativi che finiscono per funzionare a prescindere da chi vi abita o lavora e che sfuggono alla nostra comprensione, un po’ come accade nel Castello o nel Processo”.
    “Non sono racconti surreali – spiega ancora Platania, grande appassionato di Samuel Beckett – piuttosto si tratta di storie al limite del reale, ma comunque verosimili, qualcuno ha parlato di realismo caricaturale e mi sembra una definizione azzeccata”. Il senso di soffocamento e angoscia prende la forma di piccoli particolari che diventano dominanti o che ritornano in diversi racconti: la polvere, la sporcizia, gli uffici seminterrati, gli ascensori, la mensa affollata e squallida, la luce fioca del sole o quella fredda di neon malfunzionanti, ma anche animali e insetti che interferiscono con le attività degli impiegati: piccioni, topi e quaglie morti, cimici e tarme. E ancora, sagome nere che si muovono furtive, luccichii e suoni sinistri, finestre aperte e dialoghi assurdi pur nel loro realismo.
    Per non dimenticare, insomma, che anche l’ormai mitico “posto fisso” è tutt’altro che la soluzione a tutti i mali agognata come un eden da chi vive situazioni di precarietà lavorativa.

    «Dodici storie di automuniti e militesenti» (Alessandra Iadicicco, «Il giornale», 11 maggio 2006)

    «Come faccio a far capire a mia moglie che anche quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?». La domanda, di Joseph Conrad, vale bene tutto il romanzo che ha ispirato, di Marco Missiroli (Senza coda, Fanucci), che la cita a mo' di precetto esemplare nel frontespizio. Ma può ispirare tutta una serie di interrogativi similari. Come faccio a far capire a mio padre che non sto perdendo tempo? Come faccio a convincere qualcuno a pagarmi per mettere a frutto come credo il mio tempo? Come faccio a persuadere il mio capo che, forse, tempo indeterminato, orario rigido, lavoro stabile e posto fisso hanno alla fine più contro che pro? Nella moderna, zygmuntbaumaniana Vita liquida, per chi nuota nella corrente, portato da orari fluttuanti, buttato a riva per mettersi all'opera dove e quando capita, paletti, contratti e postazioni sicure rischiano di fare l'effetto di ostacoli e impedimenti. E il Buon lavoro che la nonna augura al nipotino quasi quarantenne il giorno del suo colloquio per un'assunzione, suona ironico se riprodotto nel titolo delle «Dodici storie a tempo indeterminato» di Federico Platania (Fernandel, pagg. 156, euro 13). Sono dodici storie di giovani - o sempre pretesi tali: come sempre li si vuole laureati, militesenti, automuniti e pronti a guidare a proprie spese - in cerca di lavoro. Le disavventure di «Bello di nonna» e altri undici aspiranti colleghi che, della vita impiegatizia, di palazzi aziendali, riunioni, uffici e scrivanie forse forse non ne vogliono sapere. Opprimente fino alla comicità grottesca è proprio l'ambiente che lo scrittore - giovane? suona ironico se riprodotto nel titolo delle «Dodici storie a tempo indeterminato» di Federico Platania (Fernandel, pagg. 156, euro 13). Sono dodici storie di giovani - o sempre pretesi tali: come sempre li si vuole laureati, militesenti, automuniti e pronti a guidare a proprie spese - in cerca di lavoro. Le disavventure di «Bello di nonna» e altri undici aspiranti colleghi che, della vita impiegatizia, di palazzi aziendali, riunioni, uffici e scrivanie forse non ne vogliono sapere. Opprimente fino alla comicità grottesca è proprio l'ambiente che lo scrittore - giovane? È nato a Roma nel 1971 – descrive: trappola claustrofobia blindata da porte scorrevoli, ingabbiata tra tornelli meccanici, sovrastata da orologi giganteschi e illuminata da crude luci al neon. Un posto (fisso) da cui scappare. Non fosse che è sempre più difficile capitarci dentro.

    «Un libro atipico, perché i dodici racconti che lo compongono non descrivono vicende di lavoro precario, bensì del tanto sognato posto fisso» (Michele Barbolini, ilcritico.com, 13 maggio 2006)

    Negli ultimi due anni il tema del lavoro precario ha letteralmente invaso il nostro mercato editoriale; numerosissime le antologie sui lavoratori atipici e molti anche i romanzi che per sfondo hanno scelto la nuova realtà del lavoro flessibile che dall’ America, passando per la Gran Bretagna della Lady di Ferro, è ormai largamente diffuso in Europa (pensiamo alle recenti manifestazioni francesi contro il CPE) e nel nostro Paese. In questo proliferare di testi, (ultimo arrivato il libro di Aldo Nove Mi chiamo Roberta, ho quarant’anni…) alcuni davvero notevoli altri decisamente più deboli, spunta un libro “atipico” come Buon lavoro, dell’esordiente Federico Platania, classe 1971. “Atipico” per l’appunto, perché i dodici racconti che lo compongono non sono vicende di lavoro precario ma bensì del tanto sognato posto fisso.
    Della routine snervante e avvilente del lavoro a tempo indeterminato in grandi aziende nelle quali, una volta entrati, si rischia di marcire insieme alle suppellettili. Dodici storie unitarie che non compongono tanto una vera e propria antologia quanto piuttosto un romanzo scandito in tre momenti: il primo ingresso in azienda quando ancora si guarda al lavoro come grande opportunità; la fase della disillusione quando ormai si è parte del sistema aziendale ed è chiaro che le prospettive di crescita personale sono minime; e la fase finale in cui l’azienda in un modo o nell’altro ti elimina.
    Federico Platania ci offre un ritratto desolante della grande azienda italiana, dominata da un’immobilità sconcertante, sorretta da ritualità burocratiche incomprensibili, da rapporti tra colleghi tesi solo alla sopraffazione reciproca. La ripetizione quotidiana di gesti senza senso, talmente reiterati da sfociare nel surreale è resa felicemente tramite l’adozione di un linguaggio neutro, asettico, ripetitivo. Una scatola linguistica chiusa come le pareti degli uffici in cui si muovono i protagonisti dei racconti. E tuttavia proprio questa scelta stilistica rende la lettura piacevole, corrosiva e penetrante.

    «Una società allucinata e demotivata che vive la sua piatta esistenza con impiegatizia rassegnazione» (Pasquale Bottone, iltempodileggere.com, 7 maggio 2006)

    In tempi in cui al centro delle discussioni inerenti l'economia nazionale e lo sviluppo torna spesso il tema del lavoro precario e della endemica mancanza di prospettive per i lavoratori interinali contemporanei, ecco una raccolta di racconti davvero singolare composta di dodici storie di impiego fisso a tempo indeterminato che vede protagonisti lavoratori dalla quotidiana vita tutto fuorché serena e soddisfatta. Platania riesce a creare quel giusto sottofondo di angoscia e "clima pesante" intorno all'attività burocratica dei suoi personaggi : gente che si trova proiettata in dimensioni assolutamente spersonalizzanti e grigie dove la routine la fa da soffocante routine e gli stimoli positivi non hanno bisogno di essere aggiornati soprattutto perché non esistono. Ne viene fuori uno spaccato di società allucinata e demotivata che vive la sua piatta esistenza con impiegatizia rassegnazione e indomito rancore nei confronti del suo prossimo, specie vicino (colleghi, superiori, etc...).

    «Il lavoro non ha mai nobilitato nessuno» (Sergio Rotino, «Il corriere del mezzogiorno», 20 maggio 2006)

    Sono bastate circa due stagioni editoriali e di testi che trattino o narrino il lavoro precario iniziano a essere piene le librerie. Un monotematismo interessante e al tempo stesso preoccupante, tanto che viene da chiedersi se esistano ancora altre tipologie di lavoro. Come quello a tempo indeterminato.
    A “spezzare l’assedio” ci ha pensato Federico Platania che, con la sua raccolta di racconti intitolata Buon lavoro (Fernandel, Ravenna 2006 pp. 157, euro 13) presentata ieri alla Feltrinelli di Bari, si muove proprio in questa direzione. Perché se di precariato in molte delle sue forme se ne è parlato e se ne continuerà a parlare – grazie anche ai romanzi dei nostri Francesco Dezio Nicola Rubino è entrato in fabbrica (Feltrinelli), che tratta l’argomento con una lingua ricca di concretezza, e di Mario Desiati Vita precaria e amore eterno (Mondadori 2006) con quel riverbero busiano proveniente dal titolo – i nostri narratori sembrano cancellare dal loro orizzonte l’altra forma contrattuale, quella cosiddetta “garantista” frequentata dai nostri padri. Eppure, se è il posto fisso l’anelato obiettivo di una generazione, varrebbe la pena alimentare la curiosità intorno all’esperienza di chi timbra il cartellino cinque giorni la settimana per gran parte della propria vita. Una curiosità in parte esaurita dai reportage che Angelo Ferracuti ha raccolto nel suo recentissimo Risorse umane (Feltrinelli 2006), ma che in campo di pura fiction non ha riferimenti contemporanei, rimandandoci ai Volponi, ai Bianciardi, ai Mastronardi e, più vicino ai nostri anni, al solo Il dipendente di Sebastiano Nata. Di certo il mondo descritto da Platania – trentacinquenne di stanza a Roma – nei suoi dodici racconti d’esordio, non dispensa gli attesi rose e fiori. Il libro, diviso in tre sezioni che marcano l’ingresso, lo stazionamento e l’uscita dal mondo del lavoro a tempo indeterminato, descrive infatti un coacervo di orrori minimi, al limite con l’impalpabile, che si annidano tra impiegati e quadri intermedi assunti in una qualche grande azienda. Uno sguardo, quello di Platania, che si applica su un ceto medio relativamente fortunato per restituire un’immagine parallela a quella offerta da Dezio o da Giorgio Falco in Pausa Caffè (Sironi), in alte parole quella di una società frantumata e senza direzione, immersa in un vuoto pneumatico dove ogni gesto perde potenza e significato. La lingua in cui Platania racconta queste storie di lavoro a tempo pieno è piatta, incolore, quasi estratta da un verbale, e accompagnata da una decisa cancellazione della presenza di opinioni esterne all’azione. L’ironia diventa così relativamente involontaria, si lega ai gesti e alle parole che gli impiegati si scambiano e che sono ripetuti più e più volte, quasi a sfiorare certi automatismi principio di nevrosi insanabili.
    Il grande pregio di questo stile sta nel riuscire in ogni racconto a innalzare la pressione della storia, ma senza farla mai esplodere. I suoi personaggi non hanno reali valvole di sfogo, non si ribellano, non protestano: restano attoniti, impassibili. Appaiono apparentemente svuotati, privi di una qualche rabbia che li scuota e li renda coscienti.
    Quello che Platania descrive nei suoi racconti è soprattutto un gelido sistema museale, una camera mortuaria, un sepolcro imbiancato dove regnano l’understatement e la coazione a ripetere. Un luogo dove giustamente non si muore più per la ditta ma, grottescamente, si muore nella ditta. Un luogo dove il contratto a tempo indeterminato è sì la panacea contro alcuni mali, ma è anche il virus che ne scatena altri più subdoli. Il messaggio alla fine risulta perciò chiarissimo: il lavoro non ha mai nobilitato nessuno.

    «Una scrittura pulita, netta e del tutto consona all’obiettivo che l’autore desidera conseguire» (Bartolomeo Di Monaco, Vibrisse bollettino, 15 giugno 2006)

    Sembra che la frequentazione di it.cultura.libri porti fortuna ad alcuni. Soprattutto quando la partecipazione avviene in un momento in cui si susseguono contributi di ottimo livello, come è stato qualche anno fa. Anche Federico Platania fa parte di quel ristretto gruppo che ebbi la fortuna di conoscere a Milano, come accadde per Raffaele Mangano, in occasione di un raduno di iclini. Già allora si era messo in luce per la capacità di coniugare insieme chiarezza, piglio, briosità ed ironia, meritando l’apprezzamento di molti, tra i quali il sottoscritto. Ora, l’editore Fernandel, alla cui omonima rivista collabora da tempo, pubblica il suo primo libro, Buon lavoro, che è – come dice il sottotitolo – una raccolta di dodici racconti, il cui filo conduttore è la vita che conduce un impiegato in un’azienda in cui si trova a lavorare con un contratto a tempo indeterminato. Oggi che nella società impera la legge del precariato, e sono fortunati coloro che riescono a trovare un lavoro della durata di qualche mese, se non di qualche settimana, sembrerebbe che il nostro si trovi a vivere una condizione privilegiata, e indubbiamente lo è rispetto a chi il lavoro lo vede solo da lontano, ma Platania, pur consapevole di ciò, ci vuole mostrare anche il lato perverso, assurdo e comico di chi in un’azienda ci trascorre gran parte della sua vita. Il racconto d’avvio narra del primo giorno di lavoro di uno dei protagonisti, Daniele. Ma sia che si chiami Daniele, o Fioretti, Marco, Minnella, Marchini, Chierico, Fabio, Moretto, Iovine, Ciccio Tenore, Rubetta, e perfino i colleghi Garofalo, Nicola, Manfredi, De Marchi, Fabbri, Zabaglione, Partesano, Bonelli, Annalisa, Romoli, Bernocchi, Daniela, e così via, si tratta in realtà di un solo personaggio visto nelle varie sfaccettature in cui il lavoro si divide. Daniele si presenta, dunque, davanti all’edificio dove ha sede, in mezzo alla campagna, l’ azienda in cui sta per fare il suo ingresso come impiegato. Il racconto dà già la misura della chiave ironica con la quale faremo i conti nel corso dell’intera lettura. L’autore affine che subito mi è venuto in mente leggendo la scena che si svolge tra il portiere, il protagonista e il collega Vernaschi che lo sta accompagnando, è Giulio Mozzi allorché ci narra dei suoi viaggi in treno e delle assurde peripezie che deve superare ogni volta, affrontando dialoghi con contenuti di assoluta incomunicabilità tra gli interlocutori. Ma anche il Giuseppe Bonura de La ragazza dalla luna storta, del 1982. È un’ironia che riesce a smuovere il riso e a far scivolare piacevolmente su di noi la tristezza di una condizione umana che va sempre di più ridicolizzandosi. Una denuncia, dunque, ma attenzione: nient’affatto sussurrata, anzi, feroce nel suo intento di mettere a nudo ciò che sta nascosto sotto quella che definiamo la società del progresso. Non è a caso, infatti, che Platania abbia scelto di raccontarci proprio una esperienza di lavoro tra le più ambite, quella ossia a tempo indeterminato, vero miraggio ai giorni nostri, come a suggerirci che se c’è alienazione fuori da questo rapporto, essa, in realtà, si annida ovunque, anche nelle situazioni più invidiate, come segno di un malessere radicato e diffuso di cui a noi tutti toccherà di rispondere. Per dare conto della scrittura pulita, netta e del tutto consona all’obiettivo che l’autore desidera conseguire, riporto questo piccolo brano che riguarda il momento in cui al protagonista viene assegnata una stanza provvisoria, praticamente un buco nello scantinato, in attesa che sia sistemata quella definitiva. Ha una scrivania e una scalcinata sedia a rotelle. Ecco che cosa gli accade: “Mi sono seduto. La sedia traballava. Ho provato a infilarmi con la sedia sotto la scrivania, ma i braccioli cozzavano contro il piano del tavolo. Ho individuato la levetta sotto il sedile e l’ho azionata. Sono andato giù di colpo. Ho spinto e le rotelle hanno corso in avanti. Adesso ero praticamente incassato nella scrivania.” Troveremo in seguito altri esempi di questo modo serrato e analitico ad un tempo di descrivere le situazioni; che si rivela assai presto come un suggerimento ad osservare con attenzione i minuti gesti quotidiani che, per abitudine, non teniamo più sotto la nostra osservazione: essi sono la realtà con la quale la nostra superbia e la nostra ambizione fanno i conti in ogni momento. I racconti si rivelano capitoli di un unico romanzo, tanto sono omogenei per stile e finalità, e ci accompagnano dando principio e fine ad una storia che narra di una omogenea esperienza di vita: infatti, come si è già scritto, anche se formalmente attribuita a nomi diversi, essa è pur sempre riconducibile ad un unico personaggio. Si vivono situazioni che si modulano vuoi su registri di assurdità che su registri di autentica allucinazione, tutti marcati da una ironia pungente che si trasforma talvolta in un tripudio di comicità. Non è raro ritrovarsi a dover smaltire una saporosa irrefrenabile risata come quella che ci prende nel terzo racconto, Stanno arrivando, allorché il nuovo assunto viene scambiato per il figlio di un pensionato dell’azienda, e nonostante i ripetuti chiarimenti del giovane (che è invece figlio di un impiegato delle poste), questi si ritrova alla fine a dover ammettere, per liberarsi dall’incubo, di essere il figlio di quel Fioretti pensionato. Non solo, ma siccome è stato destinato presso un collega, Bonanno, da tutti considerato “un pezzo di merda”, anche lui, pur non avendolo mai incontrato, ammetterà di conoscerlo e di considerarlo “un bastardo pezzo di merda”: “continuavo a ripetere io. Non mi fermavo più.” Esilarante l’episodio degli ascensori che non funzionano, in uno dei quali rimane bloccato il protagonista, narrato nel capitolo “Le scimmie di Vergara”. C’è un particolare che ricorre spesso e che evidenzia l’attenzione che l’autore mette nella sua scrittura, e riguarda il tipo di espressione che ogni tanto viene colta sul viso di un personaggio e che viene puntualmente descritta come “una smorfia che poteva significare qualunque cosa.” È una espressione che coglie esattamente l’atmosfera di allucinazione che gira intorno ai personaggi. Anche il fatto ricorrente che alcuni di essi sostengono una cosa (per esempio: “Ma il citofono è rotto”) e altri l’esatto contrario (“Il citofono funziona benissimo!”) costituisce la conferma di una realtà considerata indecifrabile, opinabile, oltre che assurda e allucinatoria. Ci sono, ossia, affermazioni di verità diametralmente opposte, e tuttavia da ciascuno considerate inoppugnabili. Oppure verità che si rivelano fragili o addirittura inconsistenti. Racconti come quelli narrati nei capitoli L’appuntamento con Leoni e Io sono Zabaglione ci rappresentano una realtà che si manifesta non per quello che dovrebbe essere oggettivamente, bensì animata da un ghigno beffardo proteso a burlarsi della nostra facile e accomodante credulità. Nel descrivere situazioni di questo tipo, Platania si rivela un abile narratore. La calma con cui ci introduce a poco a poco dentro di esse è la prova di una tale padronanza: intelligente, sensibile, rastremata e controllata al massimo livello della sua efficacia. Quando si arriva all’ultimo capitolo, Salgono dalle fondamenta, e assistiamo al paradosso che un impiegato, per avere una spillatrice nuova, deve fare una ordinazione di cancelleria per un intero anno richiedendo un quantitativo minimo per ogni voce (non saltandone, dunque, alcuna) contenuta nel modulo (”Zero non si può mettere”, gli dice la segretaria), e l’attesa per avere la spillatrice nuova, con tutto quel popo’ di materiale aggiuntivo e non necessario, sarà di oltre quaranta giorni, la denuncia di Platania ha fatto boom, ironizzando con garbo, seppure con intransigenza, su una realtà che - difficile com’è da cambiare - resterà quale indelebile marchio del genio italico. L’ultimo capitolo dà anche il senso di un’alienazione che non solo consuma e distrugge, ma conduce inesorabilmente alla follia. Un libro agile, dunque, che si legge piacevolmente, che fa anche sorridere, di un sorriso molto amaro, però.

    «Su tutto aleggia una cupa atmosfera di lento e inarrestabile disfacimento interiore» (Sergio Garufi, «Stilos», 4 luglio 2006)

    Per qualche decennio la letteratura italiana ha smesso di raccontare il lavoro. Dopo Ottieri, Bianciardi, Mastronardi, Volponi e Balestrini (per limitarci ai maggiori), è subentrato un lungo silenzio, interrotto solo un paio di anni fa, con l'opera prima di Giorgio Falco, Pausa caffè, che ha dato avvio a un fortunato filone che pare ben lungi dall'essersi esaurito. Gli ultimi libri di Aldo Nove, Angelo Ferracuti, Andrea Bajani e Francesco Dezio difatti declinano, ognuno a suo modo e secondo prospettive diverse ma alla fine convergenti, il tema in generale del lavoro giovanile e in particolare del precariato integrato nell'idea di futuro, l'assenza di progettualità, che tutto ciò implica. Il buon esordio del romano Federico Platania pubblicato da uno degli editori più attenti verso il mondo giovanile qual è il ravennate Fernandel, affronta la stessa problematica ma da una prospettiva molto diversa, cioè quella del mitico lavoro fisso, ambito da tutti e qui invece rappresentato come una condanna inespiabile. Buon lavoro, dodici storie a tempo indeterminato, è il titolo di questa raccolta di racconti strutturata come una sorta di arco, una parabola che accompagna e descrive l'esistenza. Dei dodici testi che compongono il libro, i primi tre narrano la fase dell'assunzione, il senso di spaesamento e l'estraneità che caratterizza l'ingresso in un giovane in una grande azienda. In quello intitolato "Gracchiante", per esempio, il protagonista sembra essere costantemente rifiutato dal sistema. la sua presenza risulta in congrua, un corpo ostile, estraneo alla macchina, kafkianamente respinto e ostacolato nei suoi impacciati tentativi di ingresso; come nei reiterati episodi del tornello bloccato, che si ostina a non riconoscere le sue credenziali provvisorie. E il senso di ansia del personaggio principale viene comunicato al lettore dalle insistenti e importune telefonate che riceve dalla nonna, desiderosa di conoscere le impressioni del nipote sul nuovo ambiente di lavoro. In "stanno arrivando" il terzo racconto, l'assunzione assume i tratti di una tara genetica, trasmessa di generazione in generazione, e questo a causa del cognome del protagonista, malauguratamente identico a quello di un anziano pensionato della stessa azienda, motivo per il quale tutti i colleghi del nuovo impiegato, all'atto della presentazione, lo scambiano per il figlio che è subentrato nelle medesime funzioni. I sei racconti della sezione centrale, invece, descrivono il dentro, la trasformazione inesorabile delle persone in ingranaggi di un meccanismo privo di finalità precise e individuabili, se non quelle dell'asservimento di ogni singola parte al suo imperscrutabile funzionamento. Si sta insomma come in un "acquario" (che è poi il titolo di un racconto di questa sezione), in una reclusione che ci si è inflitti da soli e di cui non si scorge neppure il termine, nell'impossibilità perfino di comunicare agli altri la propria pacifica e rassegnata disperazione. Da quella trappola si può uscire solo morti, come il Bernocchi di "Salgono dalle fondamenta", l'ultimo racconto della sezione finale, quella dedicata al congedo di lavoro. Morti fisicamente, o spiritualmente, ossia spenti, privati di qualsiasi energia vitale; come del resto già si intuiva dai dialoghi catatonici dei personaggi, dalle loro smorfie vacue e inespressive. Su tutto aleggia una cupa atmosfera di lento e inarrestabile disfacimento interiore, icasticamente rappresentato dall'episodio del nugolo di tarme nell'armadio del racconto "Elettricità e polvere". Atmosfera tesa a contraddire l'idea che le grandi aziende siano dei luoghi razionali, neutri e asettici, come comunemente si è portati a credere. Al contrario. Quello, come afferma altrove l'autore, è "il territorio del diavolo".

    end faq


    I libri di Federico Platania pubblicati da Fernandel