Collana Fernandel

Federico Platania, Il primo sangue


Il primo sangue

Radio e Tv


  • Federico Platania intervistato a Fahrenheit su Radio 3 (12 marzo 2008)

  • Recensione e intervista di Alessio Brandolini sul sito filidaquilone.it (aprile-giugno 2008)

  • Pagine: 128
    Isbn: 9788887433890
    Collana: Fernandel
    Data di pubblicazione: febbraio 2008
    Leggi le prime pagine



    «O la follia o la violenza»


    Andrea vive insieme ai genitori in un quartiere popolare alla periferia di Roma. È ossessionato dai tanti "disperati" – extracomunitari, zingari, barboni, persone che vivono in condizioni estreme – che incontra per strada o in autobus andando e tornando dal lavoro. Un giorno entra nella sua vita Francesco, figlio di un ricco industriale milanese: le loro collere individuali si incontrano e tutto prende fuoco.
    Un romanzo crudo che racconta la ferocia della disperazione e nel contempo delinea i tratti di una periferia sempre più masochista, una waste land dove il denaro, che appare come l’unica via d’uscita, incrocia tragicamente la strada della violenza.
    Foto di copertina di Riccardo Grandi.

    Federico Platania

    Federico Platania è nato nel 1971. Vive a Roma, dove lavora come impiegato presso una grande azienda. Buon lavoro (2006) è stato il suo primo libro, a cui sempre per Fernandel sono seguiti Il primo sangue (2008) e Bambini esclusi (2012). Nel 2013 ha pubblicato per l'editore Gallucci il romanzo Il Dio che fa la mia vendetta.
    Wikipedia gli dedica una pagina.

    Come inizia

    Ci sono sempre più insetti al mondo. Non te ne rendi conto, ma ogni giorno che passa ci sono più insetti. Solo pochi di più. Aumentano un po’ per volta, così non te ne accorgi. Un giorno però diventeranno così tanti che non potrai più fare finta di niente. Aprirai la finestra e vedrai un muro di vespe, zanzare e mosche davanti a te. Allora capirai tutto di colpo. Sarà così che andrà il giorno in cui finirai tutti i tuoi soldi, un euro alla volta, magari solo un centesimo alla volta. All’inizio non te ne accorgerai. Poi un giorno perderai il lavoro, i tuoi genitori saranno morti, non ci sarà più nessuno che potrà darti una mano. Allora ti dirai «Per un po’ posso tirare avanti con i soldi sotto il materasso». Alzerai il materasso e ti accorgerai che i soldi sono già finiti. E così ti renderai conto di non avere più niente. Ti guarderai allo specchio e ti vedrai per quello che sei: un disperato, un cane disperato costretto a vivere in mezzo alla strada, mentre intorno volano tutte le mosche e le zanzare del mondo. Tutto il cielo sarà pieno di insetti e tu sarai un povero disperato e ti chiederai «Ma come è potuto succedere tutto questo? Dove ero io, che non mi sono accorto di niente?». E invece ecco, centesimo dopo centesimo, euro dopo euro, mosca dopo mosca, la fine del mondo è arrivata.

    Rassegna stampa

    «Il mondo senza scampo dei nuovi poveri» (Michele Barbolini, «Pulp», marzo-aprile 2008)

    Nella periferia romana, popolata da immigrati, barboni e disperati, Andrea, più vicino ai trenta che ai vent'anni, vive con la famiglia in un buco di appartamento, dorme sul divano letto, respira l'odore dei panni stesi nel soggiorno; guadagna 900 euro al mese lavorando come inserviente in una mensa aziendale. Non parla molto, le sue ossessioni, a parte quella per i soldi, se le tiene dentro. Preferisce ascoltare il continuo rumore di sottofondo della periferia, i discorsi senza fine dei colleghi, delle persone che prendono l'autobus con lui, della madre, dei vecchi al supermercato. Nelle parole degli abitanti del quartiere gli zingari sono immancabilmente "di merda" e i rumeni "extracomunitari del cazzo". Anch'io la penso così? Sembra domandarsi Andrea, ma non trova risposte, solo una rabbia crescente, che gli fa sfregare le mani contro i muri per poi trovarsele scorticate e sanguinanti.
    Come nell'ottima raccolta Buon lavoro (Fernandel, 2006) Platania descrive un mondo senza scampo, una vita intrappolata in gesti quotidiani il cui malessere intrinseco si somma giorno dopo giorno portando a un accumulo di frustrazione che prima o poi - inevitabilmente - è destinato a esplodere. Per Andrea la svolta arriva quando incontra Francesco, il padrone della villa che vede ogni mattina per andare al lavoro, custodita da un cane rabbioso che sembra volerlo sbranare. Figlio di un ricco industriale milanese, Francesco sembra condividere paradossalmente la stessa infelicità di Andrea; costantemente controllato dal padre, non può godersi la fortuna che sente di meritare. Sarà lui a proporre ad Andrea un patto senza ritorno.
    In questa prima prova romanzesca ritroviamo la prosa precisa e tagliente dello scrittore romano. Questa volta Platania sposta lo sguardo su una ferita aperta delle nostre grandi città, quella massa crescente di nuovi poveri che sembra l'unica a doversi fare carico delle contraddizioni di un intero sistema. E in queste periferie che immigrati, zingari e senzatetto si trovano a contatto con cittadini sempre più simili a loro. E qui che il terrore dell'italiano di rispecchiarsi nel rumeno appena arrivato accende la miccia della violenza, della volontà di riscatto. Ad ogni costo.

    «Una lingua perfetta che scorre e trascina» (Jacopo Nacci, «L'Indice», aprile 2008)

    Andrea vive con i suoi genitori in una casa minuscola e lavora in una mensa tirando su novecento euro al mese. Trascorre la sua vita in una periferia romana infestata dalla miseria, dal risentimento, dalla follia. I cittadini di questo mondo sono i poveri, i barboni, gli immigrati e, odiati da tutti, gli zingari, sui quali piovono pletore di maledizioni in odore di nazismo. In questo mondo grigio si incontrano anche sciamani in tuta da lavoro, sentinelle del caos in mimetica, manager senza scarpe: personificazioni del degrado economico e mentale che spesso camminano sul confine tra realtà e allucinazione. Sulla strada che Andrea percorre per andare e tornare dal lavoro compare un giorno il cane nero senza nome, bestia splendida e terribile, quasi metafisica. Il padrone dell'animale, Francesco, figlio di un ricchissimo industriale milanese, si é recato a Roma per vendere una villa del padre. Apparentemente distanti, Andrea e Francesco vivono entrambi come davanti a una vetrina piena con la porta sbarrata: le loro sono due esistenze cicliche: l'incubo non è la precarietà del lavoro, bensì la schiavitù a un eterno presente, che ha il volto della miseria per Andrea e dell'impenetrabile cassaforte paterna per Francesco, e la minaccia, connaturata a ogni esistenza, della caduta improvvisa nell'abisso. La conclusione cui entrambi giungono è "O la follia o la violenza", o stare male o fare il male. Le convenzioni e le morali sono resistenti, ma non inespugnabili, e mostrano il fianco proprio quando il reale appare con il volto arrogante dell'immobilità. La lingua di Platania è perfetta, scorre e trascina, i capitoli sono tranciati da lampi di introspezione secca e disperata. Come il quartiere di Andrea, il libro ringhia paura e rabbia. Un senso di oppressione fisico e verbale che é pronto a esplodere da un momento all'altro.

    «Una storia sinistra e compressa, un atto di pura, intelligente denuncia» (Piersandro Pallavicini, «La Stampa Tuttolibri», 12 aprile 2008)

    Follia o violenza: questa, stando a Andrea, protagonista del romanzo Il primo sangue di Federico Platania (Fernandel, pp. 124, € 12), è l'alternativa per chi si trovi imprigionato in un destino fatto di un lavoro qualunque e di una famiglia che sfiora la povertà. Nella testa di Andrea c'è un mantra - soldi, soldi, soldi, soldi - e l'ossessione di valutare le cose per quel che costano e la gente per lo stipendio che prende. Sì, un po' come facevano vent'anni fa Patrick Bateman e i suoi amici in American Psycho, con l'enorme differenza che qui siamo in una triste periferia di Roma, che di edonismo e rampantismo Andrea nemmeno possiede il concetto, e che così scarsa è la sua conoscenza del mondo che, alla fine, prezzi e stipendi non è neanche in grado di valutarli per approssimazione.
    Andrea lavora in una mensa e ha poco più di vent'anni. Abita con i genitori in un appartamentino squallido, dove dorme su un divano letto. Fa un po' di sesso con una collega della mensa e ha un paio di amici con i quali si fa una birra e un pezzo di fumo nei weekend. Tutto qui. Salvo che, ogni giorno, per andare al lavoro, Andrea passa davanti a una villa, vuota e lussuosa, presidiata da un cane feroce dal quale, così come dal mistero della villa disabitata, è sia terrorizzato che attratto. Nella sua vita asfissiante, ripetitiva, faticosa - che Platania ci racconta benissimo, con un che di onirico davvero sinistro - la violenza e la follia sono evidenti nella gente orribile, disgustosa, noiosa, che gli sta intorno.
    Andrea, quando il lettore lo conosce, follia e violenza riesce ancora a tenerle a bada: forse grazie alle radici cattoliche della famiglia, o forse grazie a un'indole di bravo ragazzo che appartiene a una razza in via d'estinzione. Poi, un giorno, nella villa disabitata arriva il figlio del proprietario, ricco imprenditore milanese, e per caso Andrea lo conosce. I soldi adesso sono lì, reali, e le porte sulla follia (o sulla violenza...) si possono spalancare.
    Federico Platania, qui, è alla seconda prova narrativa. La prima, due anni fa, era stata la notevole raccolta di racconti Buon lavoro, centrata sull'alienazione e smarrimento di chi oggi lavora con un tradizionale contratto a tempo indeterminato. Ne Il primo sangue il lavoro è in fondo ancora il motore della narrazione. La novità è la piattezza dell'intelletto di questi ragazzi. Andrea, i colleghi, gli amici, non sono stupidi, non sono ottusi: hanno però un'intelligenza orizzontale, inchiodata sul piano del quotidiano, ferma allo zero assoluto della cultura. Non c'è profondità, non c'è altezza, non c'è altro. E cioè nemmeno desideri, vie di fuga, ambizioni concrete, passioni. Niente, neanche le belle cose a portata di tutti, amore, amicizia, sesso. Di chi sia la colpa Platania non ce lo racconta. Preferisce tessere questa storia sinistra e compressa, che finisce allora per essere un atto di pura, intelligente denuncia.

    «Viaggio tra le caste delle periferie» (Oliviero La Stella, «Il Messaggero», 14 aprile 2008)

    Raccontare le periferie vuoi dire raccontare le mutazioni in atto e future delle nostre metropoli. Federico Platania ha scelto una periferia romana come "set" del suo romanzo Il primo sangue (Fernandel, 124 pagine, 12 euro). I personaggi si muovono in direzioni anche diverse (Andrea, il giovane protagonista, finirà per diventare un criminale) ma tutti sospinti dalla comune esigenza di conquistare un po' di denaro e, quindi, un po' di sicurezza. In questa periferia popolata da "autoctoni" e immigrati, zingari e barboni, c'è sì razzismo, ma soprattutto una società stratificata in caste nella quale l'importante è non essere in quella inferiore, non finire in quella dei "poveri davvero". Un romanzo, quello di Platania, che è un interessante reportage antropologico.

    «Platania fa i conti con le nuove paure metropolitane» (Saverio Fattori, Carmilla Online, 21 febbraio 2008)

    Platania fa i conti con le nuove paure metropolitane, che di nuovo non hanno nulla, è l'incapacità di reazione che ci mette all'angolo, la mancanza di anticorpi ad emergenze che pensavamo storicamente risolte a metterci nei guai. Si è inceppato il meccanismo che vuole i figli comunque più ricchi dei padri, la progressione economica è deragliata, la miseria è un mostriciattolo che non si stacca di dosso e che umilia Andrea, un io narrante assolutamente credibile. Non c'è lotta di classe, diritti e identità da rivendicare, nessun riferimento politico, solo disordine, no-future. Rimane l'impotenza e la vergogna per non essere altro.
    Le nuove periferie sono infestate da esseri bizzarri e pericolosi, pazzi e malati, gente che parla lingue sconosciute. Tutti sono indistintamente zingari di merda, ogni pensionato del quartiere ha la sua personale Soluzione Finale da proporre. I pericoli per Andrea sono difficili da identificare, le insidie sono in ogni strada, nell'autobus, nel parco di una villetta signorile dove si aggira un cane da guardia feroce, in un uomo in mimetica che presidia la zona emettendo poche sillabe. Stamattina sull'autobus c'era uno che aveva una bella valigetta di pelle, una cosa raffinata, tanto che lì per lì mi sembrava un pezzo grosso... Poi si è seduto, ho guardato per terra e mi sono accorto che era scalzo. I piedi sporchi. Allora l'ho fissato, per capire meglio chi era. E quello mi ha guardato, ha detto qualcosa in una lingua che non conoscevo e poi ha sputato, lì, sul pavimento dell'autobus.
    E gli insetti... mosche, vespe, cavallette. Bestie strane. Troppe, nel tragitto tra casa e il lavoro. Non c'erano quando eravamo bambini, allora tutto era più sereno, il tempo era dalla nostra parte. Tutto cambia o a cambiare è la nostra sensibilità ferita. Un esercito di disperati senza nulla da perdere sta per esplodere, per dichiararci guerra. Ma non c'è intolleranza in Andrea, solo non riesce a stabilire contatti, a trovare una trincea sicura. Platania trova la giusta distanza, si calibra perfettamente sulla realtà, ma fuori dalla dimensione di report giornalistico, non è mai banale, descrive un incubo (come fece in Buon lavoro, uscito nel 2006 sempre per Fernandel) senza abbandonarsi mai all'irrazionale buonismo e al razionale razzismo del mostruoso uomo medio che Pasolini indicò e a cui la destra continua a dare un contenitore. Andrea è in bilico, non trova collocazione, soffre i mutamenti del territorio e le mutazioni di chi la popola. Non è inferocito, indignato, non si rade il capo e non si veste di verde, non fa ronde. È solo attonito, incredulo, si sforza di capire e interagire, ma ha reazioni scomposte e maldestre che lo espongono a pestaggi. Lavora in una mensa aziendale, qualche birra con gli amici, una fidanzata rumena con un bel fisico che lo lascerà per diventare la moglie di un proprietario di ristorante, il padre che impreca davanti al telegiornale con la bocca unta di sugo, qualche canna per condire discorsi tra perdenti. La domenica accompagna a messa la madre, un giorno sente una frase sensata durante l'omelia. Ma attorno tutti guardano altrove, a inseguire altri pensieri, a rispondere ai cellulari. Andrea guadagna novecento euro al mese. Novecento euro per non morire di fame, per tenere a debita distanza il pacco della Caritas che arriva sempre più vicino, magari all'uscio accanto. Novecento euro per invidiare e odiare, per avvertire la tristezza mortale nelle foto del viaggio di nozze di amici, nella ratealizzazione infinita che governa misere vite senza speranza, negli automatismi che prevedono l'erede. Che erediterà altra miseria, e così per sempre, ciclicamente, nelle generazioni condannate all'indigenza: «Pima ti indebiti per la casa, poi ti indebiti per i figli. Cioè per l'erede, l'erede dei tuoi debiti, l'erede della tua miseria».
    Il collega lo tormenta con la sua ossessione per la casa di proprietà. Perché la casa è la prima cosa. Mutuo, mica affitto. Una casa tutta per sé, una ragione di vita, un senso alle ore di straordinario, al doppio lavoro. Un buco per asserragliarsi, per addormentarsi distrutti come somari davanti alla televisione.
    Ma la favola nera per Andrea avrà un inatteso happy end splendidamente amorale. Meno felice per altri. Perché la felicità non è per tutti, in natura non è distribuita equamente, se non ce l'hai nel DNA devi andare a prendertela da qualche parte, devi toglierla a qualcuno che la possiede dalla nascita, soprattutto non devi perdere l'attimo giusto per cambiare marcia. La villa con il cane nero cela la condizione per il riscatto, per una vita fuori dalla tristezza infinita dell'emergenza economica. La belva che fin dal primo giorno lo terrorizza e lo attira, presidia la sua salvezza, il tesoro sarà il suo Primo Sangue. Duecentomila euro da guadagnarsi. Non c'è spazio per gli scrupoli, la luce dopo il tunnel si inizia a vedere, per fuggire alla maledizione annunciata in apertura di testo, a pagina sette:«Ci sono sempre più insetti al mondo. Non te ne rendi conto, ma ogni giorno che passa ci sono sempre più insetti [...] Poi un giorno perderai il lavoro, i tuoi genitori saranno morti, non ci sarà più nessuno che potrà darti una mano [...] dopo centesimo, euro dopo euro, mosca dopo mosca, la fine del mondo è arrivata».
    O la follia o la violenza. Federico Platania ha capito l'Inferno.

    «Leggete la prima pagina, per intero, d'un fiato. Troverete condensata la psicologia paranoica del nuovo povero» (Ciro Bertini, bazarweb.it, 10 giugno 2008)

    Leggete la prima pagina, per intero, d'un fiato. Troverete condensata la psicologia paranoica del nuovo povero: il proletariato urbano che alligna in periferia, a stretto gomito con una massa di diseredati che stanno peggio - rom, extra-comunitari, individui che vivono di espedienti - cui, non avendo altri con cui pigliarsela a portata di mano, attribuisce la responsabilità del proprio depauperamento in una quotidiana guerra fratricida. Una condizione sociale che come un buco nero va fagocitando sempre più ampi strati di piccola borghesia, artigiani e giovani precari senza spalle coperte dalla famiglia. C'è da sporcarsi l'anima per raccontare una storia come questa, che gronda odio, ignoranza e pulsioni violente. E anche per starla ad ascoltare. Ma è un dovere, l'una e l'altra cosa. Per essere avvertiti, per cercare di porvi rimedio.
    La trama. Andrea lavora duro in una mensa. I suoi lo aspettano in un tugurio di casa: coppia in preda all'ansia di un futuro che non potrà che essere sempre più nero. Gli amici si arrangiano tra una canna, qualche sogno di vanagloria e un rassegnato tran tran. Poi, ben oltre la metà del romanzo (disseminato di momenti inquietanti, tra cui spicca l'aggressività di un cane da guardia), la svolta: Andrea conosce Francesco, specie di Pietro Maso ma molto più furbo e ricco, che gli fa una proposta indecente. Le ultime pagine si divorano con un'angoscia travolgente. Davvero bravo Federico Platania!
    Colonna sonora: AFTERHOURS, I milanesi ammazzano il sabato.

    «La vita e i sentimenti di chi oggi è schiacciato ai margini della società» (Antonella Fabiani, «Polizia moderna», luglio 2008)

    Andrea è un ragazzo che vive in un piccolo appartamento con la sua famiglia in un quartiere periferico. Di giorno lavora in una mensa insieme ad altri ragazzi che faticano per sbarcare il lunario. Andrea ha il suo sogno, diventare ricco. Un giorno, per caso, incontra Francesco, figlio di un industriale milanese, con cui scopre di avere in comune lo stesso malessere che lo porterà a compiere un gesto per cambiare il suo destino.
    Platania sa raccontare, con una scrittura asciutta e un ritmo che prende fin dalla prima pagina, attraverso una vicenda individuale, la vita e i sentimenti di chi oggi è schiacciato ai margini della società e vive in una grande metropoli.

    «La periferia violenta di Federico Platania» (Arianna Cameli, «Letture», marzo 2009)

    Poveri, disperati, zinga­ri e barboni sono questi gli abitanti della periferia romana nella quale vive e si muove Andrea, il giova­ne protagonista dell'ulti­ma fatica di Federico Plata­nia. Un habitat che non la­scia scampo. Non si esce da quella terra di nessuno, e ogni giorno, anzi, la miseria delle persone sem­bra aumentare, le facce si fanno più tristi e le scarpe più vec­chie e "sfonda­te". Una perife­ria che non ha bisogno di essere nominata perché uguale a quella di tante al­tre metropoli. Andrea stes­so ha capito ormai che an­che emigrando si ritrove­rebbe a vivere in un identi­co buco di casa, a guada­gnare i suoi 900 euro al mese e in compagnia dei soliti disperati. Andrea è figlio della precarietà e della povertà moderna e non nutre speranze. Le baracche e gli zingari aumentano intorno a lui e una paura torbida prende corpo: quella di perdere an­che quel poco che ha. Tut­to allora si trasforma in fa­stidio, in negazione. Pren­dere l'autobus per andare in centro è come andare in "casa d'altri", ma tornare nel proprio quartiere è mol­to peggio: la puzza e la mi­seria delle persone aumen­ta a mano a mano che ci si avvicina alla periferia. E di­minuisce in maniera pro­porzionale la speranza di vita della gente che sale a ogni fermata. La consape­volezza della propria mise­ria diventa più forte quan­do il protagonista incontra il figlio di un ricco indu­striale milanese. I due, no­nostante le diffe­renze di classe, hanno dentro la stessa collera nei confronti del­le proprie situa­zioni: da una parte la dispera­zione della po­vertà e dall'altra l'insofferenza verso la figura paterna. Ma alla base di tutto c'è sempre il denaro. Chi ha i soldi domi­na gli altri e può lasciarsi in­dietro i barboni, la perife­ria, la dipendenza economi­ca, ecc. Detto fatto! Il giova­ne del Nord ricco commis­siona l'omicidio del padre ad Andrea, in cambio di duecentomila euro. Una ci­fra da capogiro per il ragaz­zo di borgata che diventa il braccio armato dell'opera­zione. Il primo sangue è l'ini­ziazione di una carriera fe­roce per il giovane roma­no, ma è anche una reazio­ne al disagio sociale. «O la follia o la violenza», si ripe­tono i due ragazzi a vicen­da, come se non esistessero altre soluzioni.

    «Follia e violenza all'ombra del grande raccordo anulare» (Roberto Bonuglia, Khayyam’s Blog, 16 giugno 2009)

    Federico Platania aveva fornito un’anteprima del suo stile «essenziale» e al contempo «combinato di accenti visionari» fin dai suoi primi esordi letterari consolidando, in misura sempre maggiore, questa piacevole impressione tra i suoi lettori “della prima ora”. Dalle riviste al riuscitissimo Buon Lavoro. Dodici storie a tempo indeterminato nel quale, controcorrente, raccontava gli effetti indesiderati, diremo noi collaterali, del «posto fisso»: una meta agognata per la generazione dei padri (della Prima Repubblica), un tortuoso labirinto di scontata e ripetitiva quotidianità per i figli (della Seconda Repubblica). Due anni dopo Platania, torna – sempre per Fernandel, la casa editrice "nata" dalla rivista letteraria – ambientando la sua nuova storia nella periferia romana del terzo millennio: un microcosmo che alcuni hanno iniziato ad aggettivare come «estremo», un «limbo» con regole proprie ignorate dai media, un mondo a sé lontano persino dall’ombra del Grande Raccordo Anulare. A differenza dell’altro libro, nel quale la natura stessa dell’impresa suggeriva una trattazione per racconti, Il primo sangue (Ravenna, Fernandel, 2008) invece è un romanzo vero e proprio, nel quale gli occhi dei due protagonisti, Andrea e Francesco, fotografano da due distinte prospettive – così vicine, così lontane – una realtà poco conosciuta, molto «particolare». Fatti e vicende si svolgono in contesto sociale borderline dove tutti i personaggi, pur nelle proprie differenze etniche e religiose, si sentono accomunati da alcuni elementi: uno su tutti, quello della propria inevitabile e immodificabile condizione sociale. Una sorta di mondo “dei vinti” di verghiana memoria che ben descrive Maurizio, in una delle prime pagine del libro: «Ma quale rumeno, quale pugliese, quale italiano […] qua dentro semo tutti morti de fame e basta». Un destino comune, dunque, un minimo comun denominatore che alcuni – come Fabio – cercano di combattere cercando di «farsi una posizione» conquistandosi col sudore della fronte e con i sacrifici di una parsimonia anacronistica e quasi “epica” una casa, il “primo passo” verso la redenzione sociale. Ed il cammino verso questa meta agognata è certamente duro, pieno di insidie, di ricadute. L’importante è non demordere e soprattutto non arrivare mai «al pacco», ossia i viveri passati ai poveri dalla Chiesa: quello è il momento in cui anche nella più estrema periferia cessa la speranza di riuscire a «stare a galla» e si prende piena coscienza e consapevolezza di «essere poveri».
    Ma la quotidianità raccontata da Platania è fatta di piccoli e grandi sacrifici, piccole e grandi disillusioni, che il sottoproletario pasoliniano e globalizzato affronta con paura, disperazione ma anche dignità: le fatiche del lavoro (quando c’è…), quelle degli spostamenti suburbani con autobus fatiscenti e in perenne ritardo, la convivenza con gli altri disperati (extracomunitari e non solo). Anche i momenti di svago hanno il sapore di un’evasione dalla realtà che porta a rifugiarsi nel passato, fumando una canna all’ombra della scuola dove si sono trascorsi i momenti più spensierati della propria vita, accompagnando la domenica mattina la madre in chiesa, facendo il consueto giro di birre del venerdì pomeriggio, riparando a casa di Marjia, la rumena conosciuta durante il turno di lavoro…
    E dopo la descrizione di questi attimi di eternità sparsi in una esistenza dove tutto è precario, verso la metà del racconto di Platania, Andrea incontra Francesco, l’altro protagonista della storia. E’ il momento della “svolta”. L’inserviente alla mensa incontra il milanese, arrivato in quel microcosmo di disperazione per vendere la casa del padre imprenditore.
    E sarà questo incontro a “cambiare” la vita di Andrea. Egli conoscerà nuove persone, imparerà a giocare con la PlayStation, si affaccerà (per sentito dire) in un mondo fatto di persone che hanno confidenza col denaro, ben diversi dai disperati di periferia finora incontrati. Ma anche in quel nuovo mondo, che il giovane milanese racconta ad Andrea, la vita è segnata dai soldi. In modo diverso, certo, ma non meno marcato. In una delle frasi più belle del libro, infatti, è proprio Francesco che spiega che anche a Milano la vita non è proprio così rosea come si potrebbe pensare perché: «I soldi non sono una cosa che uno ha, che tiene tra le mani, sono un movimento, una corrente. Ti portano su, a una certa quota e lassù tutto ti sembra bellissimo. Il problema è che poi devi anche mantenerla quella quota. E allora servono altri soldi. E così non bastano mai. Bruci carburante in quota per rimanere lassù e più stai su e più consumi».
    Francesco per Andrea è come una sorta di «oasi in mezzo alla miseria del […] quartiere e della […] vita», un vero e proprio «posto segreto» nel quale nascondersi e «prendere fiato» prima di rituffarsi a capofitto «di nuovo con la testa nella disperazione». Il ragazzo ricco e quello povero che si incontrano dunque. Può sembrare un’incontro scontato, ma non lo è affatto Perché ben presto finiranno entrambi per sommare le proprie insoddisfazioni. Anche Francesco, infatti – quello ricco per intenderci –, vive in sé una serie di inquietudini che si manifestano nei momenti di confidenziale conversazione con l’amico “povero”: l’odio per i vecchi che «sentono la puzza della morte che si avvicina e se la prendono con noi», ma anche la frustrazione esistenziale di avere a portata di mano il patrimonio del padre senza però poterlo usare subito per “bruciare carburante” e volare ad alta quota.
    Collere individuali che si sommeranno per diventare più grandi e pericolose di quando non lo siano già? Che si annulleranno? Che si ignoreranno abbandonandosi al corso della vita? Al lettore lasciamo, come è giusto che sia, la libertà di scoprirlo. Con una sola raccomandazione: prendetevela questa libertà. Ne vale davvero la pena.

    end faq


    I libri di Federico Platania pubblicati da Fernandel