Collana Fernandel

Francesco Savio, Il silenzio della felicità


Il silenzio della felicità

Radio e TV


  • Intervista a Radio 3 Fahrenheit (2 ottobre 2013)

  • Intervista a Radio Onda d'Urto di Brescia (28 ottobre 2013)

  • Pagine: 120
    Isbn: 9788895865898
    Collana: Fernandel
    Data di pubblicazione: 15 settembre 2013
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    «Da quanto tempo avevo cominciato ad accorgermi più di frequente della mia infelicità che della mia felicità?»


    Questa è la storia del viaggio disincantato e solitario di un giovane sognatore alla ricerca del silenzio. Amante delle lunghe passeggiate, ispirato da Robert Walser e Jean-Jacques Rousseau, Martino trascorre il suo tempo camminando sulle colline intorno alla città in cui vive e cercando di sfuggire al suo inesorabile nemico, il rumore. Trova parziale sollievo nel buio di un cinema, guardando i film dell’amato Truffaut. Ma il rumore è ovunque e, nel tentativo di contrastare i suoni disturbanti della nostra vita quotidiana, Martino comincia a catalogarli in tabelle.
    È l’incontro con Blanca, una ragazza catalana che da tempo sta classificando le nuvole in base al variare delle loro forme, a donargli un po’ di leggerezza. I due intraprendono un rapporto costante e frammentario, che porta Martino a credere che si celi un messaggio di speranza nel loro moderno vagabondare lungo le strade di una città molto reale e allo stesso tempo immaginaria. Forse il cammino non è sempre inutile. Forse l’incanto non è poi così lontano.

     Francesco Savio

    Francesco Savio è nato a Brescia il 25 dicembre del 1974 e vive a Milano. Lavora per le Librerie Feltrinelli e collabora come lettore della narrativa italiana per Giangiacomo Feltrinelli editore. Il suo primo romanzo, Mio padre era bellissimo (Italic peQuod, 2009), è stato tradotto in Francia (Mon père était très beau, Le dilettante 2012). Con Antonio Gurrado ha inoltre pubblicato Anticipi, posticipi (Italic peQuod, 2011).

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    Da tempo ero poco felice della mia vita, anche se a dire il vero non era sempre così. A volte anzi riflettevo che questa storia della felicità e dell’infelicità era solamente una questione di sottolineature. E a me, quando ci pensavo con esattezza, accadeva di soffermarmi sull’infelicità più di quanto non facessi con la felicità, e di ritenermi a torto un uomo infelice solo perché dell’infelicità mi ricordavo sempre con rammarico, mentre la felicità la facevo scorrere via come se fosse una cosa normale. Diciamo che ero un uomo in bilico sul cornicione del proprio stato d’animo, che guarda il meno possibile giù di sotto.
    Era uno dei sogni che facevo più spesso, quello del cornicione. Un sogno banale, che un bravo psicologo avrebbe scomposto e ricostruito seguendo simboli e transfert probabilmente già al primo colpo, o al massimo al secondo, se quel pomeriggio per caso non fosse stato in gran forma, magari annebbiato da un pranzo troppo lungo al ristorante scelto con accortezza dagli psicologi per le loro pause di lavoro. E anch’io mi sentivo un uomo banale in fondo, in grado di generare solamente sogni banali. Un giorno però, mi capitava qualche volta di pensare, avrei voluto sorprendere il mio psicoterapeuta con un sogno totalmente inventato e a dir poco stupefacente. Un sogno contorto, con ripetuti e sofisticati richiami artistici e letterari. Un sogno che avrebbe spiazzato lo strizzacervelli a corto di cultura generale, costringendolo, per conservare intatta la propria indiscutibile professionalità, a un ridicolo e disperato arrampicarsi sugli specchi, o a qualche orribile menzogna, pur di non ammettere che, almeno quella volta, non l’aveva capito.
    Il sogno che facevo era questo. Io sul cornicione, sentendomi il protagonista di un film americano degli anni quaranta, senza sapere come c’ero finito, forse per guardare meglio le nuvole. Uno di quei film registrati in una sola settimana, come Detour di Edgar G. Ulmer ad esempio, dove il principale talento del regista è quello di inventarsi con mezzi di fortuna soluzioni inaspettate per riuscire a catturare l’attenzione dello spettatore che, altrimenti, se ne sarebbe uscito dal cinema annoiato senza attendere la fine. Mi sentivo il protagonista di uno di questi film, che veniva ancora visto, più di sessant’anni dopo, in una di quelle notti in cui il sonno non era stato capace di convincere fino in fondo gli spettatori, facendosi battere dalla programmazione televisiva di una rete che, come al solito, forniva le cose migliori nel momento in cui la maggioranza degli individui aveva l’invidiabile abitudine di dormire.

    Rassegna stampa
    «Un romanzo che fa il suo dovere». Recensione di Giorgio Caruso su «Repubblica Sera» (31 ottobre 2013)


  • Anticipazione su «BresciaOggi» (31 agosto 2013)

  • «La felicità e il suo silenzio» (Recensione su «Internazionale», 25 ottobre 2013)

  • «Un delicato e intimo romanzo esistenzialista» (Recensione di Raffaello Ferrante su Mangialibri.com, 28 ottobre 2013)

  • Il fumetto di Marco Rufus Petrella dedicato al Silenzio della felicità («L'Unità», 31 ottobre 2013)

  • «Un ragazzo triste che aspira alla santità ed è ossessionato dai rumori» (Recensione su «Il Fatto Quotidiano», 9 novembre 2013)

  • «Una storia sospesa, labirintica, dolce senza essere sdolcinata» (Carlo Martinelli, «Trentino», 11 novembre 2013)

  • «Che rumore fa la felicità?» (Marco Combi, Finzioni Magazine.it, 2 dicembre 2013)

  • «Il prototipo del sognatore» (Valentina Pitzanti, "Rivista! una specie", 15 aprile 2014)