Collana Illustorie

Pablo Echaurren, Chiamatemi Pablo Ramone (Elogio della mazza da baseball)


Chiamatemi Pablo Ramone

Radio e Tv


  • Pablo Echaurren intervistato dalla Radio Svizzera (25 maggio 2006)

  • Intervista a Radio 3 Fahrenheit (24 maggio 2006)

  • Pagine: 128
    Isbn: 9788887433654
    Collana: Illustorie
    Data di pubblicazione: aprile 2006
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    Un libro che celebra senza riserve e senza pudori il gruppo newyorkese che ha cambiato la storia della musica rock


    «Tu, voi, io, todos somos Ramones. Intendo con ciò fare una pubblica dichia­­ra­zione. Mettere nero su bianco la mia evi­scerata predile­zione per il Mondo Ramone. Un mondo assorbente, avvolgente, inebetente come uno sfol­lagente calato sul cucuzzone.
    D’ora in poi chiamatemi Pablo Ramone. È il mio nome. Lo è sempre stato, solo che non ce lo sapevo. Vedete quanta ignoranza c’è in giro...»

    Con una scrittura pirotecnica, e attraverso fotografie e illustrazioni realizzate in loro onore, Pablo Echaurren, auto-ribattezzatosi "Ramone", ci indica quale immenso bacino di ispirazione e traspirazione possano essere i "Fast Four", regalandoci una personale e originale riflessione sulle connessioni tra alto e basso, tra arte popolare e cultura d’avanguardia. «Perché i Ramones sono molto di più di un gruppo punk rock. Sono letteratura, pittura, teatro, provocazione, filosofia, rumore, melodia... in una parola: stile».

    Pablo Echaurren

    Pablo Echaurren è nato nel 1951 a Roma, dove vive e lavora. Artista e pittore, si è dedicato alla scrittura dopo aver realizzato controfumetti d’avanguardia per “Alter Alter” e “Frigidaire”. Con Fernandel ha dato alle stampe lo sperticato elogio dei Ramones (Chiamatemi Pablo Ramone, 2006), due romanzi ambientati nel mondo dell’arte contemporanea che hanno per protagonista la lesbocommissaria Vanessa Tullera: Bloody Art (2006), e Terra di Siena (2007), e un libro dedicato al basso elettrico (Bassi istinti, 2009).
    Wikipedia gli dedica una pagina.

    Come inizia

    Quando sento Tommy o Marky stantuffare e picchiare come magli sulla batteria e sui miei più intimi frattagli con quella cadenza poderosa-cavernosa che pare scaturire da tamburi in vera cotenna d’elefante, mi chiedo come sia stato possibile che l’intero universo non abbia ancora recepito e di conseguenza non abbia ancora tributato la propria eterna riconoscenza a loro, ai Ramones. Per l’opera prestata e quella pestata. Con una mazza da baseball.
    Come è possibile che non siano ancora considerati la massima espressione dell’arte contemporanea. Sotto tutti i punti di vista. Musica, letteratura, pittura, teatro, cartoon, humour noir, abbi­gliamento, acconciatura.
    L’umanità è davvero tanto scervellata, ciecata, assordata dal nulla, da non riuscire a afferrare quale immane poesia si sprigioni dalla stupidità dai Veloci Quattro?
    A parte, naturalmente, i milioni e milioni di cretini come me che hanno anche solo intimamente saltellato (Cretin hop) e pogato al pompare sfrenato introdotto dal one-two-three-four di quell’intronato di Dee Dee.
    Eppure, voi raffinati intellettuali, avete avuto modo di apprezzare il minimalismo beota di Aldo Palazzeschi, le imbecillità di Tristan Tzara, le amenità gratuite di Francis Picabia. Dovreste essere vaccinati, dovreste essere informati del fatto.
    Che l’idiozia è una forma superiore di conoscenza, una specie divina di trashendenza.
    Dovreste conoscere a menadito quali scenari si aprano di fronte a chi assume programmaticamente la posizione del minus habens, del decerebrato, dell’idrocefalo matricolato. L’intera visione aurorale dell’innocenza primordiale – da Jean-Jacques Rous­­seau a Giovanni Pascoli a Jean Dubuffet – si dipana davanti ai suoi occhi come una pellicola vergine non ancora impressionata da alcuna scuola di pensiero dominante. Energia pura. Una radura incon­taminata. Prima che sopraggiungesse Eva e cogliesse la mela provocando il ben noto sfracello smucinarello. [...].

    Rassegna stampa

    Intervista all'autore (intervista redazionale)

     Un libro che è un'opera d'arte. Una copia di Chiamatemi Pablo Ramone esposta al Museo d'Arte Ravenna nella mostra dedicata a Pablo Echaurren

    Pablo, la tua passione per i Ramones ha origini "antichissime": quando li hai scoperti la prima volta?
    Voi vi ricordate per caso di quando ciucciavate il latte della mamma? Non credo proprio. Lo stesso io. Che ne so quando ho cominciato a puppare e pompare la loro musica. Il secolo scorso del millennio passato, comunque.
    Fatto sta che ora fa parte del DNA.

    La musica dei "fast four" fa davvero parte della tua vita... entra in tutte le tue espressioni artistiche, prima nei quadri e poi in un libro che è anche una vera e propria dichiarazione d'amore...
    È un atto dovuto. Il solo modo di riconoscere pubblicamente come stanno davvero le cose a questo mondo. Per fare un quadro, per scrivere un libro, ci vuole una enorme dose di ottimismo, altrimenti chi te lo fa fare? A chi lo devi consegnare? Ai posteri? Ai postumi della sbronza? Ebbene i Ramones sono la mia cura contro la depressione, contro l’apatia, contro la tentazione di mandare tutto & tutti al diavolo. Sono la carica giusta, la musa fusa di testa, l’innesco per la deflagrazione. La velocità che spazza via ogni ubbia.

    Raccontare la tua «eviscerata predilezione per il mondo Ramone» è stata anche un'occasione per puntare il dito contro certe forme di cultura "alta", intellettuale e snob, capace di ignorare per anni esperienze così rivoluzionarie come quella di questa band.
    I Ramones sono arte a 360 gradi. Ficcatevelo nella zucca. Sono musica, happening, humour noir, cartoon, moda, pittura pura. Per il rock sono l’equivalente di Picasso, la constatazione che si devono recuperare i valori primari della creatività. Che bastano 3 accordi x 2 minuti, che non c’è bisogno di uscire dal conservatorio per comporre dei capolavori, che è inutile ricoprire il nulla con il virtuosismo, che bisogna evitare la pomposità, la verbosità, la cerebralità. L’importante è provare a fare. Chi vivrà udrà. Happy new ear!

    Ti stancherai mai di ascoltare la musica dei Ramones?
    E voi, pallosi, vi stancherete mai di domandarmelo?
    Ovvio che no.

    «Ramones punk e a capo» (Tiziana Lo Porto, «D di Repubblica», 22 aprile 2006)

    Racconta Dee Dee Ramone nella sua bella autobiografia Poison Heart. Surviving The Ramones (scritta con Veronica Kofman, pubblicata negli Usa nel ’97 e inedita da noi) che il primo a farsi chiamare Ramone non era stato nessuno della band. Paul Ramone era infatti il nome di battaglia che si era dato Paul McCartney una decina di anni prima, quando i Beatles si chiamavano Silver Beatles e John Lennon si faceva chiamare Johnny Silver. Facendo eco a Paul, Douglas Colvin era così diventato Dee Dee Ramone, bassista della prima punk band della storia: i Ramones. Insieme a lui adottarono il cognome Ramone gli altri membri della band: Joey, Johnny e Tommy. E poi, ancora (nelle formazioni successive): Marky, Richie, Elvis e C.J. Un’infilata di Ramones, a cui si aggiunge in questi giorni l’eclettico artista Pablo Echaurren con il brillante pamphlet illustrato Chiamatemi Pablo Ramone e con la mostra Pablo Echaurren. A ritmo dei Ramones (curata da Achille Bonito Oliva) che apre all’Auditorium di Roma il 24 maggio alla presenza di Marky Ramone. «Per me i Ramones», spiega, «non solo rappresentano la musica che amo di più e che ascolto costantemente, ma sono una sintesi assoluta di tutte le arti: fumetto, musica, teatro, arti visive. I loro jeans hanno una qualità estetica che ha nulla da invidiare ai sacchi di Burri, e il loro marchio, l’aquila la mazza da baseball, è un esempio perfetto di ready made modificato alla Duchamp. Musicalmente sono tra quelli che sostengono ci sono stati i Beatles nei ’60 e i Ramones nei ’70, e che tutto il resto sono stati solo effetti collaterali».

    Lei scrive di un "Mondo Ramone". Chi altro ci metterebbe dentro quel mondo, oltre ai Ramones e lei?
    Bubble-gum music, che negli anni ’60 era considerata spazzatura che, essendo coetanei, sia Joey Ramone sia io amavamo. E poi la music, e in primo luogo i Beach Boys. I Beatles e i loro primi tre album. I Kinks, gli Animals e molta musica degli anni Sessanta. Musica che oggi ha degli emuli nei Green Day.

    Oggi è ancora possibile vivere in stile Ramones?
    Stranamente sono più famosi oggi che negli anni ’70. Alla fine non hanno fatto altro che insegnare a tutti che le cose si possono fare anche senza saperle fare. Mentre i Beatles sono nati come un prodotto alto, i Ramones erano solo ragazzi di strada che si riappropriavano delle chitarre scippate loro dai Pink Floyd.

    «Per amore dei Ramones. Venti opere (e un libro) di Pablo Echaurren per celebrare la mitica band del punk rock» (David Vecchiato, «Repubblica XL», maggio 2006)

    Pittura, scrittura, grafica e fumetti: Pablo Echaurren in trent'annni di carriera ha imposto un segno che lo ha reso inconfondibile. All'Auditorium di Roma presenta oltre venti opere recenti tutte ispirato alla musica dei Ramones, per celebrare i trent'anni del primo disco della band punk rock. "Mi chiedo come sia stato possibile che l'intero universo non abbia ancora recepito e di conseguenza non abbia ancora tributato eterna riconoscenza a loro, ai Ramones. Per l'opera prestata e quella pestata". Una mostra ma non solo: Pablo Echaurren ha dedicato alla band anche il suo libro uscito per Fernandel Chiamatemi Pablo Ramone.

    «Ti ricordi chi erano i punk?» (Silvio Bernelli, «l'Unità», 8 maggio 2006)

    Il punk ritorna, questa volta sugli scaffali delle librerie, grazie a tre pubblicazioni nuove di zecca. Si tratta di libri diversissimi tra loro per tono, intenti e stile di scrittura, ma simili nel loro tentativo di restituire ai lettori di oggi il fascino che quel movimento, o meglio, quell’attitudine, esercitò su milioni di giovani in tutto il mondo. Pat Gilbert dedica le 450 pagine del suo Death or glory (Arcana, 17,50 €) a ricostruire gesta e vicende di una delle più famose e seguite band della storia: i Clash. L’autore, redattore del magazine “Mojo”, nonché collaboratore dei più blasonati “Guardian” e “Times”, utilizza il metodo dell’inchiesta giornalistica per narrare l’epopea della band che, nella Londra di metà anni ‘70, inventò il punk rock insieme ai Sex Pistols. Dopo il fuoco dell’album d’esordio però, il suono del quartetto londinese virò verso una combinazione più accessibile, ma parecchio originale, di rock’n’roll, reggae, dub e funk che, insieme alla lunga carriera, ne fece certamente il gruppo “impegnato” più popolare del pianeta. Mischiando le voci dei membri dei Clash, degli amici della band e di altri personaggi legati alla scena musicale dell’epoca, e facendosi forte della scrittura puntuale e scorrevole del giornalismo anglosassone, Gilbert racconta la storia della band fin dagli esordi. Lo scenario è la Londra povera e violenta dei quartieri abitati dal chitarrista Mick Jones e dal bassista Paul Simonon. Altra vicenda invece quella del cantante Joe Strummer, che proveniva da una famiglia della middle class inglese. Suo padre era sì funzionario del Ministero degli Esteri, ma non ambasciatore, né console, come vuole la leggenda. Gilbert guida il lettore attraverso i club scalcagnati, gli incontri tra adolescenti, i pomeriggi di noia, le prove di band con nomi divenuti leggendari: Sex Pistols, 101’ers, London SS. È proprio dalla fusione tra questi ultimi due gruppi che, nel 1976, nascono i Clash. Ai sopracitati Strummer, Jones e Simonon si è unito il batterista Terry Chimes, poi sostituito da Topper Headon. Il successo arriva immediatamente. L’album d’esordio intitolato semplicemente “The Clash” si arrampica fino a sfiorare la Top Ten della classifica inglese. Il White Riot Tour che promuove il LP, che vede sul palco anche Buzzcocks, Subway Sect e la all girls band Slits, colleziona una lunga serie di sold out in Gran Bretagna. Qui Gilbert riesce a fornire precisa testimonianza degli eventi, centrando l’obiettivo di restituire al lettore l’energia liberata dal movimento punk degli esordi, senza però perdere mai di vista le emozioni e le vicende personali dei suoi, e nostri, eroi. Stessa tecnica viene usata nei successivi passaggi dedicati alle posizione politiche della band, alla rivalità insita nella coppia Strummer/Jones, una sorta di replica più ruspante di quella Lennon/McCartney; o ai dopo-concerti in giro per il mondo, in qualche caso più memorabili dello show vero e proprio. Con mano sicura e documentata, Gilbert sciorina la lunga storia della band senza mai cessare di tessere una fitta rete di rimandi personali, capaci di indagare il carattere di ciascun membro dei Clash. L’ultima parte di Death or glory si addentra nel ginepraio di problemi manageriali, ego trip, dipendenze da droghe pesanti, che caratterizza la fase terminale di parecchie avventure rock. Molte delle informazioni relative alla decadenza della band raccolte in questa biografia sono state rese pubbliche solo dopo la morte di Joe Strummer, avvenuta alla fine del 2002. Una perdita che ha chiuso il cerchio di una delle band più amate di sempre. Si deve a una coppia di autori, Legs McNeil e Gillian McCain, il viaggio nella scena del rock underground americano degli anni ’70 raccontato in Please kill me ( Baldini Castoldi Dalai, 19 €). Co-fondatore della fanzine “Punk” a soli diciott’anni, nel 1975, McNeil è oggi un giornalista di “Spin”. Meno significativa la carriera da redattrice della McCain, che però è stata anch’essa testimone diretta del periodo. I due giornalisti costruiscono il loro corposo libro, più di 600 pagine, come una ininterrotta raccolta di dichiarazioni a viva voce dei protagonisti della scena rock, e non solo, americana. Il risultato è un flusso parlato qualche volta eccessivamente frammentario, che tenta di restituire al lettore la pluralità degli intendimenti dei protagonisti. Passandosi un ideale testimone, tra le pagine di Please kill me, titolo che fa riferimento all’autodistruttività e al nichilismo legati a certi aspetti della vita delle rock star, si inseguono le voci di Lou Reed e Sterling Morrison dei Velvet Underground; di Iggy Pop e gli Stooges, di Wayne Kramer degli MC5 e dei membri delle New York Dolls. Tutti i padri putativi del punk rock che sarebbe stato, insomma. Poi, è il turno di Richard Hell, Patty Smith, Television, Blondie e molti altri. Scorrono nelle parole dei protagonisti ricordi di concerti, riunioni politiche, vicende di gruppi, pettegolezzi su questo o quell’esponente della scena americana. Non mancano i racconti di vite dissennate, tra droghe e sesso estremo, a cui magari sarebbe giovato togliere quel tono di scandalismo autocompiaciuto che oggi suona un po’ retrò. Non a caso, l’edizione americana del libro risale a dieci anni fa. Più interessante la scrittura, cadenzata sul parlato, che tende ad amplificare l’espressione di colloquialità, e indimenticabili alcune schegge. Marty Thau, il manager delle New York Dolls, rievoca la morte di Billy Murcia, batterista della band, all’inizio del tour in Inghilterra. Il cruccio del manager non pare tanto la scomparsa del musicista quanto aver dovuto rinunciare agli incassi dei concerti. Notevole anche la testimonianza di Ron Ashton, il chitarrista degli Stooges, che rivela come Iggy Pop venne massacrato per strada da tre teppisti che non avevano perdonato all’iguana il travestimento da donna con tanto di mazzo di fiori. Iggy stava andando a far visita all’amato David Bowie. Altri frammenti da gossip alternativo: i Television che si lamentano del successo commerciale dei Cars di Ric Ocasek e Jerry Nolan delle New York Dolls che ricorda un concerto di Elvis Presley visto a dieci anni. Pare che il grande Elvis sul palco quella sera fosse in tiro come al solito, ma le sue scarpe avevano la suola bucata. Molte in Please kill me sono anche le interviste ai Ramones, ai quali l’artista romano Pablo Echaurren dedica per intero il suo libro Chiamatemi Pablo Ramone (Fernandel, 12 €). Pittore di fama, illustratore, esponente della controcultura italiana, scrittore di numerosi saggi, romanzi e racconti, Pablo Echaurren si misura in questo agile libro, cento pagine o poco più, con quello che è il suo mito definitivo: i Ramones. Quattro ragazzini newyorkesi che a metà anni settanta inventano un suono (chitarre ruvide, canzoni fatte con tre accordi, ritornelli micidiali) e un’immagine-icona (chiodo, jeans sdruciti alle ginocchia, All Star ai piedi) e un nome da famiglia di immigrati portoricani, Ramone appunto, che la s del plurale all’inglese trasforma nel marchio del gruppo. Echaurren canta la leggenda dei finti fratelli Joy, Johnny, Dee Dee, Tommy, poi sostituito da Marky, con una scrittura ricca di espressioni dialettali, giochi di parole e allitterazioni che vogliono restituire al lettore, in qualche modo, l’approccio auto-ironico che i Ramones stessi avevano nei confronti della loro musica. Il libro abbonda di citazioni dei testi, spesso divertenti non-sense, che Echaurren analizza e interpreta con la perizia dell’appassionato. I capitoli, molto brevi e inframezzati da disegni dell’autore, hanno per tema una canzone ciascuno. A seconda dell’argomento trattato Echaurren si lancia in una serie di considerazioni curiose, sempre documentate, spesso spiazzanti. Ed è così che, pian piano, Chiamatemi Pablo Ramone diventa una sorta di biografia-confessione dell’artista che utilizza la band newyorkese come punto di riferimento e confronto, più che come soggetto della narrazione. Echaurren confida così al lettore la difficoltà di essersi ritrovato come padre il grande artista Sebastian Matta, tanto famoso quanto sfuggente, con un tocco di rimpianto che non può lasciare indifferenti. Ancora più schietto il rapporto di oggi di Echaurren con l’impegno politico del passato: “Kommunisti lo siamo stati (…) e abbiamo maturato la convinzione che sarebbe stato mejo se avessimo scelto una parola meno compromessa con l’idea di dittatura, di persecuzione, di deportazione, con la mania di voler rappresentare il proletariato planetario senza avergli chiesto alcun mandato (…) Me ne convinsi quando a Roma vidi una piccola cambogiana sfuggita al genocidio in atto nel proprio paese tremare come una foglia di fronte alle bandiere con falce & martello che sventolavano su un innocuo festival dell’Unità”. Chiamatemi Pablo Ramone si rivela una dichiarazione di appartenenza ideale, etica prima ancora che artistica, alla filosofia della band di New York. Che era una rozza e anarcoide, ma assai unita, famiglia. La stessa che Echaurren non ha avuto. E che ha ricreato idealmente in questo libro, sincero fin dal titolo.

    Pablo Echaurren, nome d'arte Ramone (Annalisa Martella, «Il Messaggero», 23 maggio 2006)

    Omaggio alla “trashendenza”. Potrebbe essere questo il sottotitolo della mostra all’Auditorium curata da Achille Bonito Oliva “Pablo Echaurren, al ritmo dei Ramones” (da domani al 30 luglio, Foyer Sinopoli). Più che un omaggio, una dedica con tutto il cuore da parte dell’artista che ha immortalato in acrilico su tela i Fast Four a trent’anni dall’uscita del primo album, punk ante-litteram, prima che i Sex Pistols e i Clash diventassero gruppi di importanza planetaria. Ventidue opere, i colori sgargianti, elettrici, vivi, «una terapia contro la depressione», confessa il pittore. Il gruppo e le chitarre che sono un po’ cartoni animati, un po’ fumetti, un po’ graffiti. E qualche teschio ghignante di gusto gotico sul bordo dei quadri, una malinconica cornice che sa di “memento mori”. Ma una mostra non basta, tant’è che in libreria Echaurren, che maneggia la penna e il linguaggio «come un chewing gum», trascinandolo e deformandolo secondo il proprio estro e con uguali disinvoltura e dimestichezza usate con pennelli e colori, fa capolino dagli scaffali con un testo “senza riserve e senza pudori” sul gruppo newyorkese che «ha cambiato la storia del rock»: “Chiamatemi Pablo Ramone” (edizioni Fernandel). Alla maniera di Johnny Ramone, di Joey Ramone e di Dee-dee Ramone o Marky Ramone e Tommy Ramone. I finti fratellini. Che, come spiega Echaurren «chiunque venisse cooptato nel gruppo veniva ribattezzato señor Ramone». Ablando la propria identità di origine per diventare «un’icona aperta». Un po’ la stessa storia dell’artista romano nato nel ’51, che per anni ha preferito far ignorare al mondo l’altra parte del suo cognome, Matta. Scegliendo così di non essere sempre ricollegato al padre Sebastian, il grande surrealista cileno.
    «Per me esistono i Beatles e i Ramones. Per me che andavo al Giulio Cesare, portavo i capelli lunghi, suonavo il basso ed entravo gratis al Piper, perché ballavo sulla pedana. Volevo fare il musicista. Dicevo così, pensavo. Era un momento di creatività diffusa. C’era l’idea che l’arte fosse a portata di tutti, che appartenesse agli uomini. E mentre dominavano band molto strumentali, il rock progressivo, i grandi palchi, i grandi concerti, i grandi fumi, apparvero “loro” che tornavano alle radici: imbraccivano gli strumenti e pestavano duro senza saperlo fare. Insomma l’antispecialismo in cui veramente io e altri abbiamo creduto in quegli anni. Poi con il terrorismo, con l’innalzamento dello scontro tutto è stato messo a tacere». I Ramones, come colonna sonora della vita. «Praticamente li ascolto in loop. Venti album, impossibile stancarsi. Ne sono schiavo, succubo. Che altro c’è da sentire? Sono un oggetto d’arte, l’altra faccia dell’arte. Esistono degli elementi di dadaismo nei Ramones che non stanno nell’abilità tecnica dell’opera, ma nel suo flusso. Prendiamo “Cretin hop” che milioni di cretini come me hanno anche solo intimamente saltellato: ha un canone d’avanguardia, esprime un atteggiamento diverso della mente, la perdita della ragione per far spazio all’idiozia. Energia pura. I loro pezzi sono tutti uguali, elementari e sublimi, composti da tre accordi per una manciata di secondi». Già. E quel one, two, three, four urlato a metà delle canzoni, che senso aveva? Un ulteriore «sberleffo alla convenzione»? O forse, velocità: «La loro stessa esistenza era improntata a un’estrema vitalità, e infine si è rivelata fragile. Tutti nati tra il ’51 e il ’52, ne sono sopravvissuti soltanto due. Uno è Marky che verrà all’inaugurazione della mostra. Avrei preferito non incontrarlo mai e farlo restare un mito. Ma porterò la mazza da baseball per farmi fare un autografo».

    «L’ispirazione? È una canzone punk» (Ariela Piattelli, «Il giornale», 25 maggio 2006)

    C’è un artista che non può fare a meno di ascoltare la musica dei Ramones, la band mito degli anni Settanta, mentre lavora ai suoi quadri. Stiamo parlando di Pablo Echaurren che crea le sue opere a ritmo di rock, e che - almeno stando a quanto conferma lui stesso - non ha bisogno di tacita contemplazione, di riflettere nel silenzio, perché è la musica che lo mette sul giusto binario.E, a questo punto, non poteva che intitolarsi «A ritmo dei Ramones» (nel foyer dell’Auditorium, fino al 30 luglio) la mostra che raccoglie le opere recenti di Echaurren ispirate alla musica della celebre gruppo punk americano.È una sintonia che viene da lontano quella tra l’artista romano e la band, una sintonia che ha le sue radici nella controcultura degli anni Settanta: «Era il ’77, tutt’intorno la città bruciava sconvolta dai gruppuscoli di rivoltosi - spiega Echaurren - corpi speciali camuffati da pischelli, generici "street fighting men", schegge impazzite sfuggite di mano a questo e quello. La piazza era un vivaio talmente agitato e intorbidito da ospitare ogni genere di deformazione impolitica: squinternazionalisti, trasversalisti, indiani metropolitani & altro. Io ero fra loro, fra i mohicani romani cioè. Avevo gettato alle ortiche il pennello e impugnato il pennarello dell’agit-pop». I Ramones erano l’esempio al presente di questa controcultura, le avanguardie storiche il riferimento del passato. Nei suoi quadri c’è tutta la storia dell’arte.- commenta Achille Bonito Oliva, curatore della mostra - dal surrealismo alla Pop Art. La sua è arte puntata sul mondo».Echaurren colse l’elemento comune tra il rock e la sua arte, un’arte che vuole uscire dagli schemi accademici per restituire alle forme la libertà (Echaurren è anche l’autore del libro dedicato ai Ramones Chiamatemi Pablo Ramone. Elogio della mazza da baseball): «I Ramones, come i Beatles, hanno fatto delle cose importanti - dice il pittore -. In un momento in cui andava il rock ampolloso hanno ricordato alla gente che si può partire a fare rock soltanto con una batteria e un basso, e magari senza essere capaci di suonare. Io quando dipingo ascolto i Ramones e non abbasso mai il volume».E se Echaurren è stato, ed è tutt’oggi, un fedele fan del gruppo rock, Marky, il «superstite» dei Ramones (gli altri sono morti, quasi tutti giovani) è un fan dell’artista «multimediale»: «Queste opere sono davvero molto belle - dice Marky -. Tra queste ce ne sono due che mi colpiscono di più, The holy family e The harmony show. Mi piacciono i colori vivaci e mi ricordano lo stile degli anni ’50».E quando Echaurren ha visto Marky, nel foyer dell’Auditorium, gli ha portato dato mazza da baseball, protagonista del celebre pezzo dei Ramones Beat on the brat, per farsela autografare.L’ingresso alla mostra è libero.

    «Una lingua che galleggia a bagnomaria nel miele e nella merda» (Manuel Graziani, «Sonic», giugno 2006)

    Considerare Pablo Echaurren soltanto un “dipintore”, come si autodefinisce lui stesso, è alquanto riduttivo. Per chi non lo sapesse l’artista romano ha firmato un fracco di volumi, saggi dadaisti tra il serio e il faceto sulle controculture, sull’arte, sull’enogastronomia, albi a fumetti, raccolte di racconti, romanzi, ecc. Ma sinceramente non immaginavo che si sarebbe spinto a scrivere una vera e propria apologia dei Ramones. Echaurren scoprì i finti fratellini di New York nel ’77, quando era un mohicano romano che “aveva gettato alle ortiche il pennello e impugnato il pennarello dell’agitpop”, e da lì in poi la sua ossessione è cresciuta esponenzialmente. Come dargli torto quando dice: “Loro - la Sancta Romana Ecclesia - c’hanno il tomismo (…) E noi della Sancta Ramona Ecclesia non ci potemo habere il lobotomismo?” Certo che sì! D’altronde quando Pablito fa le pulci al noto verso ramonesiano “I don’t like politics/I don’t like communists/I don’t like anyone/I don’t like playing ping pong/I don’t like Viet Cong/I don’t like Burger King/I don’t like anything…”, dimostra che non è robetta demenziale in rima, ma sottende un modo di pensare condiviso. Il libro è tutto uno zompettare metaforico tra sacro e profano, tra cultura nobile e ignobile. È un continuo e vorticoso ricercare analogie con l’arte d’avanguardia: futurismo, dadaismo, surrealismo. Joey Ramone come Tommaso Marinetti, insomma.
    La lingua di Echaurren galleggia a bagnomaria nel miele e nella merda. Come un Er Monnezza sodomizzato da Andrea Pazienza che sfida a singolar tenzone Remo Remotti. Un libro del genere, spassosissimo e intelligente, alimenta il mito dei Fast Four molto più di qualsiasi ingresso in qualsivoglia Hall Of Fame. Accattatevillo!

    «Per il rock i Ramones sono l'equivalente di Picasso» (Enrico Remmert, «Rolling Stone», luglio 2006)

    Da una parte c'è Echaurren, pittore e fumettista di fama internazionale, saggista e scrittore. Dall'altra la mostra Al ritmo dei Ramones, con venti opere ispirate alla musica dei Fast Four. In mezzo questo libro, un appassionato omaggio artistico ai punkettari più veloci d'America, ai grandi alfieri del 3x2 (tre accordi per due minuti). Come dite? Puzza di pubblicità? La classica operazione di contorno a una mostra? Vi sbagliate di grosso: Chiamatemi Pablo Ramone è un gioiellino. Diverte, ma è anche un pretesto per una riflessione sull'arte in generale. "Per il rock i Ramones sono l'equivalente di Picasso". Hey ho, let's go.

    «Il fumetto è ancora punk» (Sergio Nazzaro, «Mega», 2/2006)

    Il fumetto è vivo e vegeto, grazie all'opera preziosa e insostituibile di piccoli editori come Fernandel. Questa volta una vera e propria chicca per gli appassionati non solo del fumetto, ma anche della musica. La storia di uno dei gruppi storici (se non i veri e propri padri) del punk: i Ramones, rivisti attraverso l'occhio del maestro Echaurren. Un testo che appassionerà e scalderà il cuore, perché il fumetto è ancora punk.

    «Una dichiarazione d'amore» (Blow Up, luglio 2006)

    Questa non è una biografia sui Ramones. Figuriamoci. È una dichiarazione d’amore, piuttosto; la dichiarazione di un amore assoluto, incondizionato, incommensurabile, irragionevole e sragionato. Un amore per il quale Pablo Echaurren (pittore, disegnatore, fumettista; e fan dei Ramones) non esita a buttare a mare la sua (disprezzabile?) cultura e a rincretinirsi, come da precetto ramoniano. E per farlo scrive un libercolo in perfetto stile Ramones: invece di due accordi in tre minuti (ripetuti ad libitum per un’intera discografia in quasi trent’anni), due concetti in tre pagine (ripetuti variamente in circa trenta capitoli). La cosa serissima è che non c’è una frase senza la sua dovuta dose di calembours, di allitterazioni in cascata, di citazioni inevitabili buttate lì, di rimandi ai (pochi, ma chiarissimi) precetti del gruppo. (Dì la verità Pablo, prima di scrivere un capitolo indossavi il chiodo e i jeans sdruciti, dai che lo sappiamo!) Ecco, ora la domanda: fans a parte, a chi interessa un libro del genere? La risposta è: chissenefrega. Chi scrive non ha mai nutrito una grande passione per il Mondo Ramone (senza essere – giuro! – nel numero degli agelasti: si veda pag. 33), ma ha apprezzato molto in questo volume la scrittura, l’idea di fondo e soprattutto la passione sincera che emana da queste pagine. Mica bisogna essere innamorati della stessa persona per apprezzare la storia di un grande amore, no? Ed Echaurren sa trasmettere contagiosamente questo imprinting vitale, esaltandolo proprio per quelli che gli altri (tutti gli altri, tutti i fans mancati) considerano difetti dei Ramones: la stupidità, la superficialità, l’elementarità, eccetera. Che resta da dire? Ci siamo fatti quasi convincere… Bizarre Ramone

    end faq


    I libri di Pablo Echaurren pubblicati da Fernandel