Collana Laboratorio Fernandel

Paolo Papotti, Mattia Signorini, Dove comincia la strada

I racconti del premio Tondelli 2001. A cura di Viller Masoni e Fulvio Panzeri

Dove comincia la strada
Pagine: 128
Isbn: 9788887433302
Collana: Laboratorio Fernandel
Data di pubblicazione: marzo 2002



I racconti dei vincitori dell'edizione 2001 del premio per inediti dedicato allo scrittore Pier Vittorio Tondelli.
Nel racconto di Paolo Papotti la vita del protagonista subisce una brusca accelerazione nel corso di un viaggio in Francia, durante il quale il protagonista riesce a mettere a fuoco se stesso e le scelte della sua vita. Nei testi brevi di Mattia Signorini, invece, si delinea l'amarezza esistenziale dei giovani poco più che ventenni, che raccontano eventi minimi vissuti su strade che sembrano non portare da nessuna parte.
Rispettando il lavoro di scouting svolto da Tondelli, gli autori di questa antologia sono due under 25 che raccontano e descrivono il mondo adulto in cui sono appena entrati. Due giovani autori che raccontano il tempo e le aspettative della loro generazione.

Paolo Papotti è nato a Roma nel 1978. Si è laureato in Ingegneria senza rinunciare a scrivere e a viaggiare in inter-rail. Ha esordito nel 1999 con il romanzo In cerca di (Edizioni Libreria Croce). Nel 2003 ha pubblicato Come quando il treno muove (EMP).

Mattia Signorini è nato a Rovigo nel 1980. Nel 2001 è intervenuto con un contributo nel libro intervista Tondelli. Il mestiere di scrittore (Bompiani). Ha pubblicato racconti in "Palazzo Sanvitale", "Panta" e nell'antologia Voci dalla rete (Longanesi 2002). Il suo sito è www.mattiasignorini.it.

La premessa di Antonio Spadaro


 Paolo Papotti

Un puntino. Così Paolo Papotti – romano, neo-ingegnere, classe 1978 – sceglie di vedere il protagonista del viaggio sulla D414, una strada francese equivalente alle nostre provinciali. E già la scelta di una strada non paragonabile neanche lontanamente alla mitica Route 66 è un dato interessante.
Per lo più siamo abituati a leggere racconti on the road a prospettiva orizzontale: il protagonista viaggia, si guarda attorno, vive le sue peripezie, lanciandosi verso l’orizzonte. Papotti no. O meglio: non solo, non soprattutto. Ciò che mi ha colpito leggendo le sue pagine è innanzitutto il fatto che egli abbia implicitamente scelto un’altra prospettiva: quella verticale, che guarda dall’alto. Il suo protagonista si immagina come un puntino che si muove sulla mappa: «Un puntino rosso che attraversa regioni seguendo interessanti percorsi contorti e accidentati se sono in macchina, segmenti ed eleganti curve dolci in treno, banali linee rette in aereo».
Ma la prospettiva dall’alto non dice distacco, ma direzione di approfondimento. E infatti il suo occhio va giù e oltrepassa la pelle fino a toccare la coscienza, vera protagonista di queste pagine. L’allontanamento fisico è dunque sempre distacco e avvicinamento fisico-geometrico e insieme emozionale, mosso da sentimenti di confine, mai troppo facili. L’itinerario è ritmato da un’accelerazione vitale, capace di mettere in questione il protagonista e le scelte della propria esistenza con un’intensa capacità introspettiva.
La narrazione dunque «afferra» seriamente la vita e le sue direzioni, ma lo fa con grazia e non senza ironia. Papotti in questo è coraggioso. Tutta la narrazione si confronta con ideali e valori, che bucano una quoti­dianità sgranata e sfilac­ciata. Lo si capirebbe meglio leggendo tutto il romanzo, di cui questo D414 è solo è solo una parte, e che presto verrà pubblicato per intero. Lo si capisce anche leggendo il primo acerbo libro di Papotti, In cerca di, pubblicato nel 1999, dal titolo decisamente eloquente, il cui protagonista è un ventenne che sceglie un nickname altrettanto efficace: “Quaero”, colui che cerca. La stessa ispirazione in un racconto che ha vinto di recente un premio presso la Terza Università di Roma e negli altri suoi testi sparsi per la Rete (e, tra l’altro, nel suo sito personale http://web.tiscali.it/incercadi e nel sito di cui è webmaster http://www.bombacarta.net) fino al trimestrale di “Smemoranda”.
All’interno di un impianto narrativo tradizionale, Papotti sa creare con discreta scioltezza efficaci passaggi dai toni più mossi e dinamici a quelli più sentimentali e lenti. Il linguaggio regge bene e si adegua alla trama picaresca con un ritmo che spesso lascia sulla pagina, oltre ai suoni, anche i contrasti di luce e ombra (come all’inizio della sesta parte) e persino i colori: «Fuori stanotte il diluvio piega gli alberi e anche se è sabato ci sono poche macchine in giro. Le foglie, stanche dello smog, si lasciano morire in un arcobaleno di grigi, verdi e marroni scuri sul marciapiedi di fronte, il neon bianco accende file di gocce verticali molto ordinate...»
Punto di forza del racconto è, dunque, la resa visiva a cui si aggiunge la capacità di muovere con destrezza, e anche all’improvviso, la focale dal grandangolo al teleobiettivo, fino a registrare immagini in movimento con il relativo effetto dinamico e blur. Del resto Papotti ama fotografare, oltre che viaggiare (ha persino creato un sito-comunità all’interno di http://www.inter-rail.it con qualche migliaio di iscritti).
Tra viaggi e foto sta il suo disincantato rapporto con la scrittura. Egli sa che la sua vita è altrove e non sulla carta. Ma sa che senza carta e penna la sua vita perderebbe una camera oscura e una cassa di risonanza. Interrogato al volo, risponde così alla domanda «perché hai iniziato a scrivere?»: «Ho iniziato a scrivere perché mi piaceva una che leggeva tanto. Poi ho scoperto che scrivendo mi scoprivo davvero. Poi ho scoperto che scrivendo potevo portare qualcosa nella vita di tante persone. Poi è addirittura comparso anche il discorso di una testimonianza». Appare dunque chiaro, anche alla luce di queste risposte, che sussiste un implicito patto biografico tra i suoi racconti e la sua vita, un patto di interpretazione e di interrogazione. Il disimpegno nichilista è quanto di più lontano ci sia dalle sue pagine e la domanda resta quella che appariva all’inizio del suo primo romanzo breve: «Cosa mettere al centro della vita?». Interrogato sui suoi scrittori preferiti, la risposta di Papotti appare secca: Hemingway, Flannery O’Connor, Raymond Carver e Tondelli. Scrittori “forti”, appunto.

La premessa di Fulvio Panzeri


 Mattia Signorini

Non c’è in Mattia Signorini, ventiduenne di Rovigo, l’affanno di esternare l’impeto dei sentimenti, quasi che buttarli davanti a quella videocamera che rappresenta il suo approccio con la scrittura, possa significare l’appartenenza a questi stessi. È un ritmo lento, sedato, per niente rockeggiante, da cantantessa alla Carmen Consoli, quello di Signorini, la cui video­camera inquadra i gesti in un atteggiamento iperrea­listico. Tutto è lasciato sospeso, in una specie di interrogazione, attraverso la quale vige la necessità di capire, di restituire frammenti di un mondo che è suo e della sua generazione. È una realtà senza drammi quella che racconta Signo­rini, con la necessità di giungere ad una consapevolezza, quella di appartenere stabilmente ad un proprio mondo, ad un gruppo di amici, ad una provincia che frastorna con la monotonia, ma alla quale poi si ritorna sempre, quasi per tentazione materna. È la quotidianità dei gesti, la loro precisione, il loro focalizzarsi in un momento, come stella effimera e cadente, a comparire dietro il “cine-racconto” che Signorini inscena in questi suoi testi, prima prova narrativa di un ventenne che in due anni ha affrontato con vigore ed impeto la letteratura, fino a scrivere un romanzo e a progettare interessanti ipotesi di collaborazione visiva, ad esempio con l’artista Pierantonio Tanzola.
Un talento, quello di Signorini, confermato da altri riconoscimenti, come la scelta tra gli autori giovani di un concorso lanciato dal sito InfiniteStorie o la presenza su varie riviste, quali “Palazzo Sanvitale” o “Storie” o “Panta”. È una geografia umana quella che interessa al nostro giovane autore, che segue il bisogno di raccontare se stesso in un momento cruciale del suo apprendistato alla scrittura: la forte carica emozionale della parola è continuamente smorzata dalle immagini di figure che appaiono come ombre, ma che sono delle vere presenze in questo passaggio di crescita. Emerge la lucidità di un sentimento forte che lo porta a riconoscere i frammenti di una ritrovata “sicurezza tenera e inattaccabile” attraverso gli incontri, le persone e gli amici. Il paesaggio ne determina non l’ottica sociologica ma la disposizione emotiva. Nel racconto pubblicato su “Panta” trovo: «Era il lunedì dei fuochi. Se c’era pioggia non li avrebbero lanciati, ma nonostante il tempo centinaia di persone si erano già riversate sul ponte alto che unisce Arquà alla Transpolesana o rifugiate all’entrata del cimitero dove tutto è buio e le sensazioni restano al cuore e agli occhi e ai polpastrelli delle dita o ancora stipati nel castello trasformato in un pub-pizzeria all’aperto».
Si cresce incessantemente nel paesaggio, per Signorini. E la descrizione è di un puro tempo emotivo, anzi la realtà è mediata continuamente da un ripiegarsi verso l’interiore. È un paesaggio che non si ritrova nella posizione statica di chi lo scopre, lo appartiene per un attimo e lo abbandona. Nei suoi racconti la fuga è rappresentata dalla mobilità del paesaggio e il movimento diventa la stessa struttura narrativa, la dimensione della fiction. Nel primo racconto di Portami lontano, la raccolta che qui presentiamo, Fermate, leggo: «Prendo il viale del Re Artù per andare in centro. Siamo una con­trada che vuole essere città, noialtri, non ci si mette molto ad arrivare in centro. Scendo verso il sottopassaggio della pista pedonale. Una compagnia indistinta mi guarda breve, poi ritiene che non sono abbastanza insignificante, o interessante, da essere fermato. Sul sottopassaggio capeggia all’inizio una scritta grande, diletta ti amo, ma il tempo la sta portando via. Ogni volta che passo mi chiedo se Diletta lo amava quell’autore dal cuore gonfio, o se invece lui se n’è andato lì di notte per lasciare un segno disomogeneo della sua solitudine».
Continuano queste fughe da se stessi, in un paesaggio che sfreccia e si porta via gli umori incollati e abrasi della notte, in un Polesine che sembra una “Valley” americana, dove un “easy rider” potrebbe far crollare le fughe quotidiane e i lenti ritorni a casa. È un on the road che riesce a mettere a nudo l’anti-identità di questi luoghi nella prossimità del Delta del Po, in cui si fugge su strade che sembrano non portare da nessuna parte, dove i nomi dei paesi sembrano non avere storia o paiono addirittura inventati e presi pari pari da miti arcaici, dove pare impossibile una vitalità e una giuntura giovanile e dove invece, a dispetto del luogo comune che spesso circonda l’idea mentale di un dato territorio, vi è un certo fermento difficile da raccontare, perché tutto giocato sulla nevrosi di una piatta pianura che, anche climaticamente (grande afa estiva e chiusura in un limbo nebbioso in inverno) sembra essere ostile, dove si combatte una silenziosa sfida per non lasciarsi morire dentro, in cui si nascondono vite vissute o inventate, in cui si giocano viaggi reali o ritorni immaginari, quegli stessi che racconta Signorini, in cui la real­tà non è mai tale: quella vera rimane celata, in attesa di ulteriori testimoni.