Collana Laboratorio Fernandel

Sandro Ottoni, Un anno alle Semirurali


Un anno alle Semirurali
Pagine: 128
Isbn: 9788887433760
Collana: Laboratorio Fernandel
Data di pubblicazione: novembre 2006



Alla scoperta del mondo dei grandi

“Semirurali” è il nome di un rione di edifici popolari a due piani, costruiti fra la campagna e la città di Bolzano nel periodo fascista, con l’obiettivo di convincere i contadini italiani a ripopolare l’Alto Adige, allora abitato prevalentemente da tedeschi: case e piccoli appezzamenti di terreno assegnati dal regime, i cui abitanti, per lo più contadini e operai, conducevano una vita molto semplice, alle soglie della povertà.
Ma per un bambino degli anni Sessanta abitare alle Semirurali può essere un’esperienza affascinante, perché in quei cortili trova l’incanto di un mondo di giochi in mezzo agli orti, scorrazzando in bicicletta in piena libertà. Ecco allora che la fotografia di un momento, costruito sulla tenerezza e l’ingenuità delle percezioni di un bambino nel suo impatto con il mondo adulto, si mescola con la storia e le vicende di un’intera generazione di italiani, per raccontare cosa voleva dire diventare grandi nell’Italia del secondo dopoguerra.
Il romanzo ha vinto la terza edizione del concorso “Autori da scoprire - Ambientazione Alto Adige”, indetto dalla provincia autonoma di Bolzano.

Sandro Ottoni è nato a Bolzano nel 1956. Dopo aver vissuto a Firenze e a Roma, ha svolto per diversi anni attività giornalistica e politica nell’ex Jugoslavia. Attualmente vive a Bolzano, dove lavora nei settori dell’informatica e dell’editoria. Ha pubblicato alcuni racconti nelle antologie Parole di carta (Marsilio, 2001), e I racconti del Supermercato (Upad, 2005). Nel 2011 ha pubblicato Undici traslochi. Vita di Gemma (Alpha & Beta).

Come inizia

Si comincia strappando giornali vecchi, a strisce lunghe come tutto il foglio e prendendo più pagine assieme per il verso delle fibre, altrimenti si stracciano male. Ogni brandello va diviso ancora a metà e più piccoli saranno i lembi migliore sarà il risultato. Le strisce, mano a mano, vanno immerse in una bacinella piena d’acqua. Qui la carta starà a macerare per qualche giorno fino a diventare una poltiglia grigiastra.
Ho dieci anni, quasi undici, e sto seduto ai piedi della stufa a legna, nel cucinino, e gioco con quel fango morbido. La carta, strapazzata con un bastoncino, si sfrangia e si annoda nella vaschetta di plastica celeste. La stufa romba per il vento nel camino e fiammeggia dalle crepe delle piastre. Scotta come il cavallo del diavolo, scalpita e ha gli occhi rossi che bruciano nel buio. Mi piace il suo calore.
La mamma dice di muovermi. Allora affondo il mestolo di legno nella carta fradicia e rigiro e ne raccolgo il più possibile. Poi la verso nel passino, muovo il polso e faccio saltare un po’ l’impasto per metterlo in forma e scolarlo, quindi afferro la pallocca con le mani e strizzo e arrotondo una palla, grossa come una grossa arancia. La poso ad asciugare su un foglio di giornale, steso ai piedi della stufa.
Le palle devono essere tutte della stessa grandezza, è un punto d’onore, né troppo piccole da bruciare in un attimo, né troppo grosse da non prendere fuoco. È un lavoro delicato e io lo so fare bene, certo meglio di Marchino, mio fratello, che una volta si è rovesciato addosso il catino, meglio anche della mamma che fa le palle tutte diverse. Domani, ben asciutte, le palle grigie andranno sistemate in un sacco di juta, vicino alla cassetta della legna. Le palle di carta sono il carbone bianco, el carbon dei poareti, come dice la nonna Elvina.
La macerata è finita. Le palle sono tutte sistemate sul giornale. Lentamente, per non romperlo, sposto il foglio ad asciugare sotto la stufa.
Poi, con uno straccio, apro lo sportello. Un letto di braci e cenere mostra fuochi violetti. Raccolgo con le molle due palle asciutte dal sacco e le getto dentro, seguite da due ciocchi. Sto a guardare finché la carta si infiamma, richiudo. Regolo la presa dell’aria.
Io sono il fuochista negro in fondo alla stiva del traghetto, la caldaia è in pressione, il vapore incanalato negli enormi tubi spinge leve e congegni, la grande ruota e le sue pale sciabordano nelle acque fangose del Mississippi. Mi chiamo Sam oppure Tom.