La rivista Fernandel
Caterina Falconi, Sotto i tuoi occhi



Gli anni trasformano. Io a ventidue sembro un barbaro. Capelli corvini raccolti in una lunga coda bassa. Pelle scura. Zircone al lobo sinistro. Canotta della squadra e pantalone lungo di una tuta qualsiasi. Spalle e braccia da lottatore. E un piede spolpato sulla pedana della mia sedia a rotelle.
Caterina Falconi
«Andando al lavoro tutte le mattine dovevo fermarmi a guardare il manifesto di una partita di basket in carrozzina. Gli occhi di un giocatore, concentrati, assolutamente magnetici. Non riuscivo a capire cosa mi attirasse. Ma non potevo fare a meno di inchiodare con la macchina e ficcare i miei occhi in quegli occhi di carta. Così mi è montato dentro il bisogno di scriverci un racconto. Scrivendo mi spiego le cose, le emozioni che mi assalgono. E infatti ho cominciato a capire mentre facevo ricerche in internet sul basket in carrozzina: nei filmati c’erano questi ragazzi che volteggiavano sulla sedia a rotelle. Sembravano delle farfalle meccaniche. Erano dei campioni, dei fuoriclasse. Ed erano belli, perché erano evoluti a una condizione superiore. Avevano fatto dei loro limiti il presupposto per un’inversione di segno. Dopo anni di sacrifici, di lente irrevocabili metamorfosi, erano diversi... migliori. Forse anche altri mutilati, quelli amputati interiormente, possono trasformarsi edificando sui propri sconquassi, in un lentissimo pedante lavoro di ricostruzione… Questa credo sia stata l’intuizione che mi ha folgorata guardando quel giocatore, di cui non so nulla, e che ringrazio per l’intensità dello sguardo».
Caterina Falconi per Fernandel ha pubblicato molti racconti e il romanzo Sulla breccia.
La partita sta per finire.
Sul parquet della palestra ci affolliamo attorno al pallone come uno stormo di pesanti uccelli incassati tra le ruote divaricate delle nostre carrozzine. Innestati ai sedili imbottiti, agli schienali bassi, ci sentiamo mischiati ai sostegni. Le nostre braccia e le nostre mani sono dispositivi di precisione. Muovono le ruote imprimendo spinte calibrate da un istinto sicuro. Siamo le nostre braccia, le mani e le dita. Che mancano la palla, l’afferrano, la lanciano. Si alternano sui cerchi in lega delle ruote, applaudono, coprono il viso, si alzano.
Compensiamo così, noi mutilati e paraplegici, giocatori di basket in carrozzina, l’impaccio della nostra condizione. Evolvendo nella parte superiore del corpo.
Ibridati alle sedie a rotelle siamo velocissimi, noi che sgusciati strisceremmo sugli avambracci.
Siamo pervertiti ad una condizione superiore. Siamo campioni.
Sulle gradinate parenti, tecnici e volontari applaudono commossi.
La gomma delle ruote stride sul parquet. Grida amplificate e distorte. I tonfi del pallone. L’impatto delle carrozzine.
Siamo stanchi, nervosi e un po' scoordinati.
Una luce arancione da cartoon della Disney, scena clou, invade gli spalti.
Un avversario fa canestro e il pallone ripiomba in verticale su di me. Tento di afferrarlo ma sguscia. Mi protendo. E mi ribalto con la carrozzina. Le mie braccia scattano in avanti e mi puntello.
Niente di grave.
L’arbitro fischia una pausa.
E allarga le mani in un involontario gesto di pena.
Sugli spalti il borbottio sciaborda e mi confonde.

* * *


Non sono un barbaro. Ero uno straniero. Non so di quale nazione. Parlavo una lingua arrotata. Suoni incomprensibili che invadono i miei sogni come emessi da un distorsore vocale.
Mi chiedo quale mostro mi telefoni dalla vita di prima… mio padre il picchiatore? O lo sfruttatore che mi ha comprato a dieci anni?
O sono io… quella parte amputata di me che arranca offesa in un trapassato remoto e sepolto?
Sotto i ricordi più recenti detriti e fotogrammi di un mondo arcaico, il paese dove sono nato e cresciuto prima di essere azzoppato e venduto come schiavo a un capo clan in Italia, certe volte galleggiano nei miei dormiveglia. Una distesa di sassi attraversata da una ferrovia. Chiazze di erba nera trapuntate da funghi carnosi tra le radici degli alberi. L'odore del fiume dietro il bosco. E cieli piatti e bianchi che correvano sulla mia testa, mentre correvo anch'io nella direzione opposta, con questa strana sensazione di vento bagnato sulla faccia. Di felicità feroce.
Dormivamo su un materasso contro un angolo di parete, io e una ragazza legnosa con la gonna lunga. Forse mia mamma. C'era un odore di bollito nella stanza, e di corpi sudati, che qualche volta affollavano il letto.
La notte fosforescente era una stampa a rilievo, nella cornice di una finestra sgangherata.
D'estate, da quella finestra spalancata entrava un ragazzo, e veniva a coricarsi accanto a noi. Entrava, tutto blu di notte, si avvicinava quatto quatto e si stendeva. Io respiravo piano e non mi muovevo.
Credo che fosse l'ambulante lentigginoso che vendeva petrolio in fondo alla piazza del mercato.
Aveva la sua silhouette.
C'era pure un ubriacone di mezza età, con i baffi dalle punte all'ingiù e un'andatura barcollante, che ogni tanto irrompeva in casa nostra. La donna lo chiamava con una parola che mi indurisce la lingua ma non vuole uscire. Credo significasse, padrone... o padre.
Quest'uomo urlava. E picchiava la mamma, e qualche volta me.
Delle botte ricordo i tonfi sulla carne, e il dolore, e una paura da bestia che mi faceva scappare correndo nella casa come una falena che sbatte cieca contro i muri e per caso imbocca la porta. Le fughe nel freddo dell'inverno, senza giacca. Al buio, morto di sonno e di spavento.
Ma gli urli dell’ubriacone erano peggio. Erano schioppettate. Urli da femmina, che preannunciavano i pugni e i calci. Quando esplodevano in casa, seguiti immancabilmente dal pigolio atterrito della donna, dalle suppliche, dal suo inginocchiarsi sul pavimento, mi sentivo invadere da una rabbia rossa, da un odio per la madre e il padrone, che mi faceva desiderare, ogni volta più nitidamente, che almeno uno dei due ci rimanesse secco.
E invece fui azzoppato io, la notte che il vecchio irruppe in camera con un bastone, e svegliò a randellate il ragazzo, mia madre e me.
Fossimo stati in Italia, mi avrebbero risistemato il ginocchio. Ma in quel villaggio primitivo mia madre mi curò con impacchi e intrugli, permettendomi di restare a letto per un lungo treno di giorni.
Quando mi alzai ero irrimediabilmente zoppo, e la gamba cominciava ad avvizzire.
Un mese dopo ritrovarono il vecchio che marciva nel bosco, con la gola tagliata.
Arrivarono dei giovani bruni e invasero la casa. Uno di loro mi portò su una spiaggia e mi consegnò a un tipo butterato che sorvegliava un nugolo di gente cenciosa e atterrita, in attesa dell'arrivo di un barcone.
Le mie cose erano in una busta di plastica annodata. Zompettavo su due stampelle rudimentali e ripiombavo a sedere sulla sabbia grigia. Il mare era livido e gonfio. Il tipo butterato mi teneva d’occhio, ma io avevo una percezione intermittente di lui, di me stesso, dei bambini attaccati alle gonne lunghe delle madri, degli uomini nervosi che fumavano.
Una tensione insopportabile vibrava nell'aria bagnata.
Il vento mi spaccava le labbra.
Guardavo la groppa del mare e la sabbia grigia, e non riuscivo a pensare.

* * *


Non so quanto potesse valere un bambino bellissimo e zoppo com'ero io. Probabilmente migliaia di euro.
Fatto sta che accattonando ero quello che raggranellava più monete.

Il mio nuovo padrone non mi picchiava mai. Era contento di me. Non mi perquisiva, e mi riceveva nella sua roulotte perché gli consegnassi il ricavato delle elemosine. C'era sempre una delle bambine più grandi, in quella specie di set porno che era il suo caravan.
Tende vistose ai finestrini, tappeti dappertutto. Lo specchio dietro il materasso. Un tanfo di polvere e di cane. Sotto al tavolo imbullettato al pavimento stazionava un pitbull guercio senza orecchie che era stato un campione nei combattimenti, e adesso sbavava e rantolava lesso di vecchiaia.
Il padrone era un ciccione travestito da rapper, crivellato di piercing e supertatuato. Una specie di teenager dilatato. Un umorale terrificante, capace di sfregiare una delle ragazze per una mancanza di rispetto, o di infilarti un rotolo di banconote tra le mani per un moto di simpatia. Trafficava con le ragazzine. E probabilmente con la droga. Aveva la fissa dei combattimenti dei cani, e teneva rinchiusa una torma di pitbull mutilati e orrendi in un recinto nell'accampamento.
La notte li sentivamo abbaiare. E quando c'erano i combattimenti era tutto un frusciare di ghiaia sotto le ruote degli scommettitori, sciabolate di fari attraverso le inferriate della nostra baracca. E poi i latrati insopportabili, gli uggiolii, il trambusto e i colpi esplosi per abbattere le bestie che non si reggevano più sulle zampe.
La mattina ci svegliavano la luce bianca che fluiva dalle aperture nella lamiera e galleggiava sul tappeto di coperte e corpi stesi per terra, e il rumore della saracinesca sollevata dall'esterno. La sagoma dell'autista si profilava in un rettangolo incandescente, e noialtri, schiavi altrimenti inutilizzabili, ci alzavamo per il giro delle elemosine. Dormivamo vestiti, in una puzza di sudore e mestruazioni, e ci alzavamo in fretta. Senza avere la possibilità di svuotare le vescica (avremmo pisciato per strada, dietro un cassonetto o un cespuglio), di cambiarci o mangiare qualcosa.
Il furgoncino aspettava, col motore in ebollizione e le portiere socchiuse, sullo spiazzo in terra battuta davanti alla nostra prigione.
Nell'aria un odore nauseabondo di cose bruciate.
Plastica. Carne.
Salivamo con un certo ordine: prima le donne terribili, poi le ragazzine, le bambine e io. Attirati dai panini, i thermos di caffè, e dal quarto di litro di latte che ci aspettava in un cartone dietro il sedile dell'autista. Nessuno avrebbe osato arraffare un tozzo supplementare, ma le donne si facevano largo a spintoni per afferrare per prime la colazione, attaccarsi ai thermos, accaparrarsi i sedili migliori.
Attraversavamo la città.
Ruminando una rosetta rafferma, ciucciando dalla busta di latte, scollando le palpebre sul mare che sfavillava dietro i finestrini, e le strade che si riempivano di traffico.
Le donne parlavano in italiano o nella loro lingua, ma io non le capivo.
Con le bambine comunicavo a gesti, e questa impossibilità di consolarci con le parole accresceva il senso di irrealtà in cui mi dibattevo dalla notte in cui mio padre mi aveva azzoppato.
L'autista ci faceva scendere uno alla volta, agli incroci, o davanti alle chiese e ai discount.
Ognuno di noi aveva un posto, che solitamente era quello in cui gli avevano fatto più elemosine. Il mio era un incrocio tra la nazionale e una statale. Con in mezzo un trapezio di aiuola. E marciapiedi stretti che bordavano carreggiate fradice di pioggia, o incandescenti di sole.
Su quei marciapiedi camminavo per ore. Intontito. In attesa che scattasse il rosso. Risalivo per la fila delle automobili in folle. Bussavo ai finestrini. Facevo le facce pietose a signore che avrei morso. Contavo gli automobilisti. Dopo un po' perdevo il senso del tempo, che si dilatava e spalmava sugli stretti marciapiedi rigati di giallo, diventava il mio trascinarmi: piede buono, piede appeso, stampella. Sosta. Mano tesa, mano vuota, spiccioli nel pugno. Mano in tasca, e poi di nuovo fuori vuota e tesa. Piede buono appeso stampella. Braccia e ascelle indolenzite dalle stampelle. Con gli occhi sulla linea gialla, sulle screpolature dell'asfalto… sui volti degli automobilisti: chiazze chiare vagamente conformate.
Striscia gialla piede buono appeso stampella.
In una disperante interminabile sequela di gesti.
Ogni tanto, di colpo, la testa mi si svuotava.
Suppongo che fosse la rabbia.
La rabbia, che mi strappava fuori di casa quando mio padre rientrava ubriaco. Mi dava forza. E alla fine mi avrebbe salvato.

* * *


C'era una bambina nel gruppo, con un testone rotondo e due spalle da gruccetta. Magra e bassina. Le zollette degli incisivi che non le entravano in bocca, gli occhi neri dilatati. Parlava pochissimo, non ricordava le cose, evitava il contatto fisico. Le pillole che ci facevano ingoiare la sera la intontivano molto. E la mattina sbandava sulle gambe fragili.
Non si pettinava mai.
Ecco, questa cosa mi colpiva. Bucava il mio torpore come una moneta arroventata.
Le notti che non c'erano combattimenti di cani, a volte il padrone entrava nella baracca.
Sentivo un fruscio e lo vedevo attraversare la distesa dei corpi, massiccio, curvo, come uno che avesse perso qualcosa.
Invece cercava un sollazzo diverso. Una distrazione all'angoscia di percepirsi come gli altri lo vedevano: bestiale e imprevedibile.
Di solito sceglieva una delle ragazzine.
La sollevava per un gomito e se la trascinava nel caravan.
Ma la notte che persi il piede buono lui scelse la piccola con la testa grossa.
La sollevò da uno scatolone e la portò via che gli scalciava sul petto ancora addormentata.
Io ripiombai a dormire con la faccia sul braccio.
E dopo un po' fui svegliato di nuovo dal trambusto. Che non era il trambusto degli scommettitori alle lotte dei cani. Era dentro la baracca. Un vociare concitato di donne amplificato dal sonnifero nella mia testa, come il ronzio di uno sciame in un horror.
Stavano tutte attorno a Testone. Ma nessuno la toccava. Lei era a quattro zampe, nuda, in una pozza di luce, tremava fortissimo.
Stavano aspettando che si ribaltasse su un fianco come un pitbull azzannato a morte. Lo sentii, abbagliato dalla pozza effervescente di luna sotto la bambina. E la seconda percezione che ebbi fu che la serranda era sollevata, e nessuno avrebbe badato a me.

Così strisciai, senza stampelle, lungo una parete di lamiera. E mi infilai nella notte strisciando, e saltando sul piede buono. Gli alberi erano un ammasso nero. Gattonai e rotolai, nell'accampamento irrorato dalla luna piena, senza che nessuno mi rincorresse, o badasse ai latrati dei cani. La paura mi arricciava la schiena. La stanchezza mi piegava i polsi. Ma continuai così fino alla strada, che si insinuava ipnoticamente tra le colline grigie.
Cercai di scivolare a testa in giù verso il guardrail, ma precipitai e rimbalzai sulla carreggiata un attimo prima di essere investito dall'unica macchina che passava.

* * *


Dell’ospedale ricordo poco.
Mi svegliai in una cameretta con un lucernario e con le pareti che sembravano glassate. Tutto quel bianco mi atterriva… il cielo schiacciato contro il vetro sulla mia testa mi risucchiava in una vertigine di panico.
La gamba buona era stata amputata, e il dolore ridisegnava la fisionomia della mia parte inferiore. Ma questa nuova mutilazione era forse meno terrorizzante del pallore dei medici e delle infermiere, quando sfilavano ai piedi del mio letto con gli occhi enormi di compassione e i sorrisi al rasoio.
Diffidavo dei sorrisi. Mi scatenavano un senso di vomito.
Qui tutto era diverso dagli orrori consueti, a cominciare dagli spazi, geometrici e abbaglianti.
Non c’erano odori, ma una rarefazione nel contatto, enfatizzata dalla pulizia che sbucciava le stanze. Nessuno pretendeva che facessi qualcosa. Era come galleggiare esposto ad assalti invisibili.
E invece non accadeva niente…
Continuavo a stare in quel lettino, appoggiato sulla natica della gamba appassita. Talmente stordito dagli analgesici e dalla novità che presto dimenticai il tunnel di vita feroce vissuta fino ad allora, e presi a considerare normale questo lento regolare dipanarsi del tempo in visite medicazioni pasti sul vassoio di plastica bianca.
Momenti attorno ai quali dopo giorni e settimane solidificarono significati nuovi e rassicuranti: ero precipitato nel mondo di quelli che si rifiutano di farti l’elemosina. Tra questo mondo e quello di prima s’era chiuso un diaframma. Nessuno degli sfruttatori sarebbe venuto a riprendermi. Forse aver perso le gambe era il prezzo, ma se fossi riuscito a resistere alla confusione, se fossi riuscito a tener duro, a continuare ad ovattare le emozioni, nella mia testa ci sarebbe stata una schiarita.
Potevo iniziare a osservare le cose.

Passarono mesi perché le ferite rimarginassero. Perché smettessi di tastare un pantalone vuoto. Perché imparassi a manovrare la sedia a rotelle del reparto.
Sentendoli parlare avevo imparato un po’ di italiano. Però fingevo di non capirli. Il cappellano cingalese mi faceva visita regolarmente. Aveva una faccia liscia e lucida che sembrava un limone, e lo sguardo perso in una frenesia interiore.

* * *


E da un giorno all’altro arrivò un’assistente sociale tracagnotta con la faccia spessa e i capelli duri, che parlottò con i medici e diede disposizioni a un portantino di spingermi in un’ambulanza. Lei salì davanti con l’autista e mi portarono in un istituto.
L’istituto era edificato su un terreno di proprietà della chiesa, e la fondatrice si stava spegnendo tra quelle mura aggredita da una malattia che le strappava via i ricordi e la spingeva a fare cose invereconde. Un tribunale aveva deciso che era lì che dovevo stare, visto che ero un minore disabile. Che fossero le gambe a non andare, o la testa, era indifferente, perché in quel posto c’era un gran minestrone di patologie. C’erano down, autistici, insufficienti mentali, caratteriali, zoppetti e ragazzi poveri. Figli di tossici, di carcerati. E un buon numero di bambini smarriti come me, senza identità.
Siccome era pomeriggio e non c’erano attività in corso, mi portarono subito nel reparto “Studenti”. In camerata c’erano Luigi il down, fragrante di doccia e con gli occhiali pulitissimi, e Filippo lo spastico, che scuoteva un nintendo spingendo i pulsanti con la mano che tremava di meno. Erano ragazzi di famiglia benestante, tranquilli e tutelati dalla monachella brasiliana. Dunque mi avevano inquadrato subito come uno che non avrebbe dato problemi, e questa fu una gran fortuna. I turbolenti erano praticamente segregati in un reparto denominato “Giovani”, erano picchiatori e psicotici, e uno come me in mezzo a loro avrebbe fatto da pungiball. Per evitare incidenti, e magari un decesso, con conseguenze penali e ricadute sull’ente, l’équipe aveva optato per una mia provvisoria sistemazione tra i ricoverati bene.
E quella provvisorietà cronicizzò presto in uno status.
Luigi poteva avere una quindicina d’anni, vestiva Lotto e aveva una delicatezza nel muoversi toccarti avvicinarsi, che non mi infastidì quando si piegò su di me affondando la mano corta nel mio pantalone sgonfio e chiese dove avessi le gambe.
In quel momento entrò la suora brasiliana, e si fermò nella cornice della porta aperta. Guardò Luigi, guardò me, e sorrise col suo sorriso di bambina perversa ombreggiato di peluria. Incrociò le braccia e si lasciò osservare.
Negli anni successivi imparai a decifrare questi suoi silenzi esibiti. Suor Agata era convinta che stare zitta frutti molto. In effetti non si capisce mai se dietro una faccia chiusa in un’inespressiva respingenza si celino stupidità, disapprovazione, minacce di ritorsione o indulgenza.
«Scusa madre» Disse Luigi, e ritrasse la mano.
«Fanniente» Risposi io. E inaugurai la mia prima amicizia.

* * *


Passarono tre anni. Imparai l’italiano, fui iscritto alle medie. A scuola andavo benino. Soprattutto in matematica. Ero veloce di testa. E l’abitudine a soffocare le emozioni mi aiutava a concentrarmi sui numeri.
Ricordo le aule. Fasci di sole dalle finestre pericolanti puntati come riflettori sulle piastrelle verde menta del pavimento. La polvere di gesso che ci turbinava dentro. L’odore dei libri e delle penne. I banchi verdi come il pavimento, con i bordi scrostati.
La sfilata dei professori. Uomini frustrati. Donne gonfie di nevrosi. Idealisti e menefreghisti.
Facevo pena a tutti, ed era un vantaggio per me. Mi evitava rappresaglie e brutti voti. Però non è che fossi tanto stronzo, e studiare in istituto, dopo la scuola, mi piaceva, perché era come scollare i lembi di una ferita su un mondo diverso e meraviglioso, e scivolarci dentro.

* * *


Quando assunsero Carmela avevo quindici anni. Lei arrivò, nel pantalone di una tuta Dimensione Danza ciclamino, sedere tosto e all’insù che mozzava il respiro, capelli inanellati, rossetto morbido sulle labbra delineate da una matita prugna, e riempì gli occhi di tutti. Uno splendore. Uno sballo.
Doveva occuparsi di far muovere un po’ i ragazzi, ma fece molto di più. Organizzò la palestra militarmente, suddividendo i ricoverati in gruppi omogenei e assegnando un punteggio di disabilità a ogni alunno.
Lavorava come una bestia. Entrando prima e uscendo dopo l’orario del suo turno. Saltellava vigorosa e aggraziata per tutta la palestra. Sistemava le mani di uno sulla cyclette, regolava la velocità del tapis roulant di un altro, afferrava per le caviglie un terzo sul tappeto e gli ordinava di raddrizzare le gambe.
Io ero ipotonico e lagnoso. La prima volta che entrai in palestra spinto da Luigi, lei mi squadrò, pugni sui fianchi, e intimò a Luigi di lasciarmi andare.
Luigi, che era lento e sornione per una questione di cromosomi, staccò le mani paffute dallo schienale della mia carrozzina.
«Tu sei?» Mi interpellò Carmela. E mi guardava con una tale intensità che mi sentii racchiuso con lei in un baccello di interesse che escludeva tutti gli altri.
In seguito avrei scoperto di non essermi sbagliato, perché, per ragioni personalissime, l’istruttrice preferiva i carrozzati.
«Claudio D’Ufficio».
Era così che mi avevano battezzato all’anagrafe, essendo piombato nel loro mondo senza identità. L’impiegata era una patita di Agota Kristof e avrebbe voluto chiamarmi Claus, come il gemello della Trilogia, e poi D’Ufficio, dal momento che era d’ufficio che dovevano assegnarmi un cognome. Ma il collega aveva disapprovato, sostenendo prosaicamente che se stavo in Italia dovevo avere un nome italiano, e Claudio suonava meglio.
«Bene, Claudio. Si vede subito che fai una sacco di mosse. Sei un amputato. Non un distrofico. Non vedo ragione per cui tu non debba spingerti da te. Luigi, alla cyclette. Tu Claudio vieni alla spalliera».
Arrancai fino alla spalliera con una certa difficoltà, non ero più abituato a fare da solo. Non ero abituato a manovrare le ruote. Carmela sfilò con grazia lo schienale della carrozzina e mi spinse con un piede contro l’attrezzo. Poi mi girò attorno, mi afferrò per un polso e mi ordinò di impugnare un piolo. Fece lo stesso con l’altra mano, crocifiggendomi in una posizione indifesa.
Carmela mi trapanò con due occhi nocciola perfettamente truccati e ordinò: «Sollevati. Devi rinforzare le braccia. Sembri sveglio. Giocherai a basket in carrozzina».

Due mesi dopo mi muovevo per tutto l’istituto spingendomi da solo. Per intercessione di Carmela mi avevano dato la chiave degli ascensori e il permesso di utilizzarli senza assistente.
L’allenamento quotidiano alla spalliera e con i pesi mi aveva irrobustito. Avevo una diversa percezione di me. Delle spalle, i gomiti, i polsi, le dita. Tra la mente e le mani s’era ingrossato un fascio di sinapsi, una corsia preferenziale tra istinto e azioni. Conoscevo le cose tastandole. Individuavo leve e cedimenti premendo i polpastrelli sulle sporgenze che sfioravo.
Qualche volta mi guardavo allo specchio, e mi piaceva quello che vedevo: una faccia da unno. Con sfavillanti occhi neri.

Quegli occhi stavano imparando a osservare. La sera li strusciavo come spicchi sulle pagine dei romanzi. Il pomeriggio sui libri del liceo pedagogico. In palestra saettavano per calcolare distanze e misurare i miei gesti.
Gli occhi erano diventati l’emblema della mia condizione, e della possibilità di superarla.
Carmela me lo aveva spiegato, una volta mentre riposavamo nel chiostro, dopo una partita di pallamano.
«È come guardiamo le cose che fa la differenza. L’importante è trovare qualcosa su cui salire, per vedere meglio. Tu sei un mutilato, ma puoi sviluppare delle abilità di gran lunga superiori a quelle delle persone cosiddette normali. Puoi diventare un campione. Essere contento di te. E se sei contento di te è perché ti reputi meglio degli altri, per certi versi. Bilanci i tuoi limiti con la tua bravura, il tuo essere meglio e peggio, e il tuo baricentro si sposta. Ti sposti anche tu, la prospettiva del mondo converge su di te. Lo so che è un discorso un po’ contorto. Ma ci ho messo anni a capirlo. Mio padre si è buttato dal porto con la sedia a rotelle. Era ammalato di distrofia muscolare, mia madre lo tradiva. Se avesse trovato qualcosa a cui appigliarsi… forse. Ma io ero troppo piccola per aiutarlo. E non gli sono bastata… Se avesse avuto qualcosa a cui appigliarsi avrebbe potuto farcela. Avrebbe guardato i suoi casini con occhi diversi. Ma era un adulto, e le disgrazie gli sono cascate addosso tutte insieme… Per te, per un ragazzo, può essere diverso».
Aveva sorriso. Io avevo guardato i suoi occhi perfettamente truccati e avevo sentito uno strappo nel petto.
I miei compagni sedevano sul selciato tiepido di sole. Tra le colonne trapezi di luce rosata scaldavano i mattoni.
«Domani ti porto in una palestra diversa. All’associazione. Ti ho iscritto alla scuola di basket in carrozzina. Ah… c’è un’altra cosa. Mia madre e il suo amante… il suo ex amante, adesso convivono. E hanno deciso di adottare un ragazzo paraplegico. Tu paraplegico non sei, ma ci ho messo una buona parola… Fratellino». Mi aveva guardato con un mezzo sorriso da ragazzina.
«Fratellino del cazzo!» Aveva scherzato. Era saltata in piedi e aveva scagliato il pallone contro il cielo. Si vedeva che era molto contenta. Per come aveva sistemato la mia vita. Per come era riuscita a dirmelo, senza fare un sermone. Senza aspettarsi un grazie.
Nei giorni successivi a questa nuova e quasi definitiva svolta, mentre preparavo le mie cose nei cartoni, avevo riflettuto molto su quella storia degli occhi. C’era qualcosa di spostato e ovvio, nelle argomentazioni di Carmela. Era vero che guardarsi con occhi diversi aiuta. Ma probabilmente puoi farcela solo se attingi la forza dentro di te. E io, che ogni giorno dimenticavo altri particolari del mio passato, che non riuscivo a provare niente che non fosse offuscato da una specie di indifferenza, ce l’avevo dentro una forza a cui attingere?
Altri in istituto stavano molto peggio di me. E si aggiravano per i dormitori con gli occhi vetrificati dalle ossessioni. Eppure nel loro passato non c’erano state mutilazioni, stupri, schiavitù e altra roba da film.
Dov’era che stavo sconquassato, io? E questa collaudata pratica a lasciarmi rimbalzare il dolore addosso, era lei la mia forza?

* * *


Entrammo nella nuova palestra durante un allenamento. Sotto al canestro, in un silenzio quasi religioso, erano allineati in due file dieci ragazzi in carrozzina. Uno alla volta, al fischio dell’allenatore, i giocatori si spingevano al centro dello schieramento e facevano tre tiri.
I tonfi del pallone mi rimbombavano in petto.
Sugli spalti erano accovacciati un tipo dinoccolato in marrone e un signore spigoloso in tuta. Medici. Spiegò Carmela. Una precisazione che mi sembrò sinistra.
Vedendoci, il mister fischiò una pausa, e ci venne incontro.
I giocatori si voltarono verso di noi con un frullo meccanico di strane ruote divaricate, e si spinsero avanti fino a formare uno stormo compatto.
Sentii subito che facevano gruppo, e questa percezione di forza, l’impatto con la bellezza di questi ragazzi dagli occhi magnetici, mi sconvolsero.

* * *


«Capitano, mancano quattro minuti. Se vuole fischio la fine».
«No».
L’arbitro mi tende un braccio depilato e muscoloso. Ci aggancio il mio e mi sollevo con tutta la carrozzina in un’ovazione da arena romana. Trombette e fischi. Mi volto verso le gradinate. I due occhi verde menta sono lì che trapassano il casino e si stampano sulla mia faccia.
«Capitano!»
Mi tirano il pallone. Lo afferro al volo. Mi spingo due volte. Palleggio. Mi spingo. Tiro.
Canestro.

* * *


La madre di Carmela è una pittrice quotata. Sensuale e rozza come quasi tutti gli artisti figurativi, ma tollerante e generosa. Il suo compagno è un architetto di sinistra cannato e distratto. Non è difficile abitare con loro.
Carmela se ne sta per i fatti suoi in una casetta ai margini della proprietà, dove scopa frettolosamente con uomini maturi, ascolta musica e riposa.

Ma la mia vita è in palestra.
Ci passo giornate intere.
Scivolare in carrozzina entro le bianche linee perimetrali delimita il mio presente in uno spazio concentrato, che protegge la mia metamorfosi. Finché sono in palestra, assorbito dal gioco di squadra, che stempera la mia identità in qualcosa di più esteso, obbligandomi a sincronizzare pensieri, reazioni, gesti con quelli degli altri, l’angoscia resta fuori.
Ho capito che il miglioramento passa per vie tortuose, che i privilegi si ottengono dopo faticosi e monotoni anni bruciati a provarci. È questo che crea un oceano di distanza, tra la gente del tutto e subito, tra i fortunati e i delusi, e noi.
Persino negli spogliatoi chiari, tra le mille difficoltà di montare su un cesso, di docciarci aggrappati ai sostegni tubolari, di infilarci un pantalone reggendoci in equilibrio su una mano come fachiri, cementiamo un senso di appartenenza, un’intesa, una complicità unica, che non sono un ripiego o un espediente, ma qualcosa di speciale: un riconoscerci, un appartenere.

Carmela flirta alla grande, in palestra, in trasferta, con tutti quelli che le capitano a tiro.
Quanto a me, non ho mai pensato ad avere una storia, e di notte mi libero dell’eccitazione prima di abbandonarmi al tepore opaco del sonno.
Ma tu, ragazza con gli occhi verdi che mi fissi accesa dagli spalti. Sirena. Esmeralda. Che ti alzi in piedi mentre gli altri fremono seduti, e Carmela si volta a guardarti, e hai scelto me con la determinazione del tuo sguardo trasparente.
Tu mi fai pensare che forse si sta schiudendo un’altra possibilità.

© 2009 Caterina Falconi