La rivista Fernandel
Franca Di Muzio, Alzati e cammina (Get up, Stand up)



Non so di preciso come fosse cominciata. So solo che a un certo punto, da qualche parte dell’Appennino abruzzese, qualcuno aveva scombussolato il normale ordine delle cose e fatto pensare al miracolo. Poi la buona novella era approdata in riva all’Adriatico, fino a raggiungere il nostro quartiere: e in un mercato, una piazza, una chiesa qualsiasi, qualcuno l’aveva ascoltata e raccontata a qualcun altro, che a sua volta l’aveva riferita a una nostra vicina, che ne aveva infine parlato alla famiglia di Angela. Da lì, dall'ascolto di quelle parole eccitate e speranzose, la nostra piccola carovana ci aveva messo poco a formarsi e a partire; tutti in cammino verso l'incredibile istante in cui Angela si sarebbe finalmente alzata da quella brutta, pesante carrozzella.
Franca Di Muzio
«Gli exploit dei disabili nello sport, nelle arti, in tutti i campi un tempo riservati ai cosiddetti “normali” sono fatti recenti, frutto di una mutata sensibilità, di un clima più aperto e favorevole a colore che vogliono utilizzare al massimo ogni energia vitale nonostante la propria condizione. Ciò non deve farci dimenticare che fino a pochi anni fa le reazioni più comuni di fronte all'handicap erano di paura, disperazione, negazione, pietà pelosa. Nei casi migliori, nasceva nei più fortunati il desiderio di aiutare, ricorrendo anche alla fede religiosa, magari intraprendendo un viaggio della speranza presso santuari e guaritori, veri e presunti. Dall'interesse per le motivazioni profonde alla base dei comportamenti di “sani” e “malati” (credenti o meno) in situazioni così particolari, dai miei contatti col mondo del volontariato e dal profondo affetto per alcune persone disabili nasce l'idea di Alzati e cammina (Get up, Stand up). La scelta di affidare la voce narrante a una bambina deriva dall'esigenza di uno sguardo più fresco, meno addomesticato rispetto a quello degli adulti, dotato del candore e del coraggio necessari per porsi domande scomode. Lourdes di Rosa Matteucci e l'omonimo film della regista Jessica Hausner hanno con le loro suggestioni messo ulteriore benzina nel serbatoio della mia immaginazione, dandomi la spinta necessaria per completare il racconto».
Un suo racconto compare nell'antologia Fiocco rosa. Gravidanza e maternità nei racconti delle donne italiane. Nel 2015 per Panda Edizioni ha pubblicato Lo scopriremo solo scrivendo. L'odissea occupazionale di un'operaia della parola.
La vecchia “metteva le mani” soltanto nei festivi e prefestivi. A metà settimana, le nostre mamme si riunivano nel cortile del palazzo e decidevano se fosse meglio andare di sabato, casomai il giorno dopo qualcuno avesse avuto un matrimonio, un battesimo o una comunione (ce n'erano tanti a quell'epoca, mica come oggi!), o di domenica, approfittando del traffico ridotto. In ogni caso, bisognava partire sul presto: le montagne della Fara non sono vicine, e con tutte quelle curve poi!
Pieno di benzina, controllo di acqua e olio, provviste, un’offerta per la vecchia: compivamo i nostri riti propiziatori con lo zelo di chi ha trovato o ritrovato qualcosa, qualcuno in cui sperare, bruciando le tappe che ci avvicinavano alla partenza. I primi a muoversi erano i papà. Subito dopo pranzo rinunciavano alla sacra pennichella per risvegliare le loro Prinz, Simca, Fiat 127 e 850, strappando via dai cofani le cerate argentate, spalancando portiere e garage. Mentre i motori si scaldavano, le mamme avevano tutto il tempo di imbacuccarci e caricarci a bordo, insieme a una quantità esagerata di rosari, panini e aranciate. Io insistevo per portarmi appresso anche il mio nuovo registratore portatile: dentro c'era la mia canzone preferita, quella di Bommàrlei, così durante il viaggio non mi sarei annoiata troppo.
Arrivavamo in perfetto orario all'appuntamento nella piazzetta davanti a casa di Angela, con tutti i vicini acquattati alle finestre a guardare la nostra fila di auto: chi lanciandoci un breve saluto a mo’ di benedizione, chi scuotendo la testa. Sotto sotto ci invidiavano, e sarebbero voluti venire pure loro, se solo ci avessero creduto abbastanza. Chissà se noi eravamo migliori, o solo degli illusi. Chissà se avevamo, se avevo veramente fede! Chissà cosa speravo, cosa credevo, che ci stavo a fare lì, compressa sul sedile posteriore, salume di bimba in un sandwich di mamme, il radioregistratore appiccicato all'orecchio con Bommàrlei che cantava tutto allegro la sua canzone strana (Ghetà-Stèndà, Stèndà Nànna-nà... Ghetà-Stèndà, Na-nnana-nnanà!), a guardare un punto indefinito del finestrino, persa nello sforzo di immaginare la mia migliore amica alzarsi in piedi, e la sua massa di muscoli atrofizzati animati all’improvviso da una scarica divina.
Avrebbe sentito dolore? Avrebbe gridato, pianto o sorriso? E noi? Saremmo rimasti pietrificati nel buio, storditi, increduli, affratellati per sempre da un istante ineffabile pronto a sgretolarsi in lacrime, urla, abbracci, rosari, sbornie, risate, canti, balli, conversioni, confessioni? Ogni volta provavo a immaginarmi la scena, ma non ci riuscivo. Sono così, i miracoli: qualcosa di incredibile, di mai visto; qualcosa che accade in un momento imprecisato… chissà, magari proprio il prossimo fine settimana.

A undici anni Angela avrebbe fatto ancora in tempo a giocare, saltare, andare in discoteca a ballare la canzone di Bommàrlei, strusciarsi contro un amichetto, fare tutte quelle cose che prima o poi toccano a tutte, anche alle più brutte. Nel giro di un esultante fine settimana avrebbe memorizzato nelle membra la facilità dei verbi motori. Danza moderna, nuoto, tennis, escursioni in montagna: si sarebbe iscritta a tutto, tutto insieme.
A furia di muoversi le sarebbe calata pure quella strana pancia sbilenca, e tutti i ragazzi si sarebbero innamorati di lei. Avrebbe invaso il quartiere con il suo sorriso, corredo di una minigonna cortissima, calamita di parole sporche e accaldate. Sarebbe stata la prima invitata a tutte le feste, per sempre. Si sarebbe subito dimenticata di me, dei quarti d’ora a scaldarle le mani gelate mentre andavamo a scuola, in classe a toglierle il cappottino scostando con delicatezza le sue braccia inerti, aprirle la cartella, tirare fuori astuccio, quaderni, merenda, libri, il diario su cui annotarle i compiti quando si stancava di scrivere. Dei pomeriggi chiuse in casa a studiare e giocare, tranne quella volta in cui l'avevo tradita: aveva nevicato, e con gli altri bambini del palazzo eravamo corsi fuori, chi a tirarsi pallettoni micidiali, chi a fabbricare pupazzi babelici. Mentre infilavo una carota a mo’ di naso sulla faccia del mio, mamma mi aveva richiamata a casa e consegnato un pentolino: «Mettici dentro la neve e portala di corsa ad Angela, così anche lei potrà giocarci un po'».
La prossima volta, sui monti della Fara, Angela sarebbe riuscita a sciogliere i dolori accumulati nei suoi primi undici anni di vita più rapidamente di quella neve, riducendoli a un’acquetta fredda e un po’ sporca, da buttare senza rimpianti giù per il lavandino. Finalmente integra e felice, avrebbe lanciato i suoi pallettoni da sola, fabbricato pupazzi giganti, sentito i muscoli delle gambe tirare mentre si curva verso il basso, a sistemarsi il fiocco delle ballerine di vernice nuove.
Fisso le mie, che dal fondo dell’auto mandano satanici bagliori rossi, divertendomi a muovere talloni e punte al ritmo della musica di Bommàrlei, cercando di catturare qualche lama di luce che le faccia luccicare ancora di più. Mica lo so se lo voglio davvero, il miracolo. E non sono la sola.

Alla possibilità di un futuro sano per Angela il nostro parroco non voleva credere. Stavamo freschi a raccontargli che la vecchia teneva santini, statuine e madonnine appese in casa, che lì dentro non facevamo altro che pregare, che qualcuno il suo miracolo già l’aveva avuto: «Quella è farina del diavolo!», sibilava ogni domenica mattina, fissandoci dal pulpito con quel suo modo speciale di farci sentire con la coscienza sporca pure senza aver fatto chissà che. Colpevoli di sperare, di aver fede nell’impossibile.
Ma come, non avrebbe dovuto incoraggiarci? Non era lui a raccontarci di Lazzaro, del cieco nato, dell’emorroissa, alzati e cammina, chiedi e ti sarà dato, va’, la tua fede ti ha salvato? No, lui credeva solo ai miracoli morti e sepolti, di pani e pesci da tempo digeriti, di acqua e vino ormai prosciugati. Era lì che si trovava Gesù Cristo, il resto veniva dal maligno.
Quando il don tirava fuori la storia della farina del diavolo mi venivano i brividi. Perché lassù alla Fara, in effetti, un grande molino c’era: il più grande d’Italia, celebre anche all’estero, osannato dalle pubblicità. Un mastodonte che dava lavoro a centinaia di persone, eruttando farina e pasta che raggiungevano tutte le tavole del mondo, dalle più umili alle più prestigiose. Da cose tanto buone non poteva venire niente di male, mi rassicuravo; per questo anche la prossima volta sarei salita in macchina, sopportando i tornanti e i gomiti delle mamme, fino a ritrovarmi davanti a quella porta, saltellando impaziente da una ballerina all’altra con la musica di Bommàrlei ancora nelle orecchie.

Ogni volta ci apriva infastidita e distratta, come se non ci stesse aspettando, come se fosse troppo indaffarata a rimestare chissà quali intrugli dagli inderogabili tempi di cottura che la nostra presenza avrebbe compromesso. Il rosario di legno attorcigliato alla mano nodosa, lucido dall’uso; lo sguardo lontano di chi è nato e cresciuto in montagna, abituato alle altezze. Uno sguardo che le nostre mamme cittadine sembravano temere: mormoravano un saluto a occhi bassi e la vecchia si scostava di poco, giusto il necessario per farle entrare ad una ad una e continuare a fissarle mentre ammucchiavano borse e cappotti sull’unico divano lercio.
Me, sembrava non vedermi proprio; d’altra parte l’attenzione era tutta su Angela, che veniva spinta nella sua sedia a rotelle verso il centro di un marcio tinello con una foga anticipatoria ogni volta più marcata. Lì dentro le veniva sempre una faccia rossa rossa, chissà se per l'aria fredda della montagna o per la vergogna di ritrovarsi ancora lì, circondata da sedie, mamme e rosari, col peso della speranza collettiva addosso. Eppure doveva essersi abituata all’attenzione della gente, agli sguardi pietosi, alle domande inopportune: a undici anni si era già costruita il suo boomerang emotivo, fatto di occhiate neutre e sorrisi luminosi con cui restituire in faccia agli altri una pena indesiderata. Ma tra quelle mura stantie, dominate dal piglio imperioso della vecchia, la sua vulnerabilità tornava a galla, mascherata da speranza, da fede nell’impossibile impresa di sconfiggere il mostro che le abitava il corpo fin dalla nascita.

«Davanti al rosario e alla Madonna niente può resistere. Nemmeno il diavolo, nemmeno il male, nemmeno la malattia. Chiedete, e vi sarà dato. Dovete solo pregare, avere fede, tutti quanti!, e Angela tornerà a camminare».
Ave Maria Gratia Plena Dominus Tecum Et Benedictus Fructus Ventris Tui Jesus… e Benedicta Tu Es In Mulieribus… Fructus Ventris Tuis. Un infinito rosario di parole biascicate marcia ripetitivo verso il risveglio finale, la resurrezione motoria di una carne ancora così giovane: Lazzaro, vieni fuori!
«Angela, adesso dammi le mani. Stringimi le mani! Stringile più forte! Così. Adesso alzati e cammina. Tu puoi camminare! Alzati su, alzati!»
Ghetà-Stèndà, Stèndà Nànna-nà... Ghetà-Stèndà, Na-nnana-nnanà! Tenendo le mani giunte, alzo appena la testa, aspettando il miracolo insieme a tutti gli altri. Hanno certi occhi! Quelli della vecchia lampeggiano, di fede o di follia. Quelli della mia amica luccicano. Altri non sanno più dove guardare, come sopportare: tutto, ma non quella faccia arrossata di bambina umiliata dall'ennesimo fallimento. Torno a fissare le mie ballerine di vernice, sentendomi allo stesso tempo sollevata e in colpa. Ha ragione il don, poter camminare o no è un dono: a chi tocca, a chi no. Assolutamente gratuito e immeritato, come la fede.
«Angela dimmi: ci credi a Gesù, ci credi alla madonnina? Allora puoi camminare. Adesso riposati, per oggi basta così; intanto tieni questa, mettila sulle gambe tutte le sere. È l’acqua di Lourdes. La prossima volta, camminerai».
Come mai nessuno la ferma una buona volta, ’sta vecchia? Come mai non ci fermiamo?

I papà se la scampavano sempre. Preferivano restare fuori, al freddo, a fumare e a guardare i monti imbiancati della Fara: sembravano coperti di farina, la stessa che spargevamo sui nostri presepi a Natale. Sì, forse qualcuno ci credeva, o quanto meno ci sperava, altrimenti non ci avrebbe accompagnato, ma non osava dirlo – la fede è una cosa da donne. Il padre di Angela poi doveva essere ateo, dato che insisteva ogni volta per restarsene a casa. Meglio così: non ci avrebbe viste uscire sconfitte, non avrebbe sentito i suoi amici bestemmiare, subito soffocati dalle proteste sibilanti delle mogli.
«Basta così, questa è l’ultima volta!», sbottava il più temerario e incazzato, pensando a tutti quei chilometri di tornanti, alla benzina andata in fumo. «Lo dicevo io che quella è solo un’imbrogliona, ’na mezza magara… potrà togliere il malocchio, forse, ma i miracoli li può fare solo Gesù Cristo!, non l’avete sentito il don?»
Poi l’occhio gli cadeva su Angela e si zittiva all’istante. Chi era lui per togliere la speranza di camminare a quella bambina bionda e paffutella? E se al suo posto ci fosse stata sua figlia?
Soffocavamo la delusione masticando i nostri panini, respirando a fondo l’aria frizzante, facendo qualche passo lì intorno per sgranchirci le gambe, noi che potevamo! Stavo bene attenta a non camminare nel fango, non avevo nessuna voglia di sentirmi un’altra volta le prediche di mamma («Ma che ti sei messa?, ci vogliono gli scarponcini, non sono scarpe adatte alla montagna quelle!»). Riaccendevo il radioregistratore con Bommàrlei, salivo in macchina e ce ne ripartivamo verso le rive adriatiche, gli adulti con le facce storte, finalmente liberi di sparlare della vecchia protetti dai gusci delle automobili. Tutti concordi, mo’ basta, basta davvero, questa è l’ultima volta.
Passati un paio di giorni, la speranza ammaccata avrebbe rialzato la testa e contagiato gli animi; ci saremmo messi di nuovo d'accordo, di nuovo avremmo preso la strada per la Fara.

Certe volte penso di saperlo, perché Angela non cammina e non camminerà nemmeno la prossima volta. Il don non c’entra, la vecchia nemmeno... loro sono in buona fede, ognuno a modo suo. Sono io che non ci credo abbastanza al miracolo, che certe volte durante il rosario mormoro Ghetà-Stèndà, Stèndà Nànna-nà... Ghetà-Stèndà, Na-nnana-nnanà! al posto delle avemmarie, che ho fastidio di mamma, di mamme, di quella vecchia scorbutica e di tutte le loro cantilene e sono sicura che pure Angela vorrebbe essere nella sua cameretta, tranquilla, finalmente pacificata con la sua immobilità, senza echi sacri nelle orecchie, ad ascoltare Bommàrlei. Quando torno a casa, faccio una cassetta pure a lei.
Guardo in basso, paragonando lo scintillìo cromato delle ruote della sua carrozzina a quello delle mie ballerine di vernice; cerco di muoverle senza farmene accorgere, giocando con i riflessi delle candele. Il gatto grasso della vecchia ronfa sul pavimento. Quella nostra nenia orante, invece di conciliargli il sonno, lo sveglia; ci fissa contrariato, simile in tutto alla sua padrona, e punta dritto verso di me. Ogni volta ho paura che mi salti addosso, ma lui mi si ferma sempre sui piedi, a lisciarsi il pelo sulle ballerine, deliziato dalla loro lucentezza. Ruoto le caviglie e con le punte inizio a grattarlo sotto il collo. Mia mamma mi fulmina tra un’avemaria e l’altra, mentre le fusa del micio si fanno sempre più forti, ma non lo caccio via: magari anche Angela con la coda dell’occhio lo sta guardando e magari le viene da ridere anche a lei, anche lei lotta col maligno che le fa solletico in gola.

* * *


«Non mi scorderò mai di quella volta che mi hai fatto toccare la neve. Vi guardavo giocare dalla finestra, chiusa in casa, come al solito. Quanto vi invidiavo! A un certo punto tua madre ti richiamò a casa, e dopo un po’ arrivasti da me con un pentolino in mano».
La voce di Angela si perde in un osanna di applausi, lacrime, brindisi, abbracci. L'emozione mi invade impedendomi di risponderle, ma ci sarà pure un modo per ringraziarla... Cavolo se c'è, come ho fatto a non pensarci prima? Corro dal disc jockey e gli chiedo di mettere su quella canzone, sì, proprio quella. «Get up, Stand up, ce l'hai?» Lui alza gli occhi dalla consolle e mi fa una faccia strana. «È ovvio che ce l'ho, ma... non so, ti pare il caso di metterla al suo compleanno?»
Certo che sì, anzi passami un attimo il microfono, che ad Angela gliela dedico pure.
«E dei fine settimana dalla vecchia dei miracoli, ti ricordi?», vorrei chiedere alla mia bellissima amica che stasera ha i capelli biondi tirati su, appena un po' più scuri rispetto a trent’anni fa e un vestito da sirena, completato da un paio di scintillanti ballerine di vernice, appoggiate sulla base della carrozzina elettrica nuova fiammante. A quarant’anni, altro che se si è alzata e ha camminato: laurea, lavoro, amori, matrimonio, corna prese e messe, viaggi, adozioni, amici a profusione, passo dopo passo. Il don è morto, la vecchia pure. Balliamo indiavolate sulle note di Bob Marley senza più pensare a niente, o forse pensando anche a tutto questo, all'andamento miracoloso della vita, con i festoni e gli strass che ci ricoprono leggeri come farina sui presepi nella febbre di questo sabato sera.



© 2011 Franca Di Muzio