La rivista Fernandel
Silvia Monteverdi, In viaggio con Mag



Sono stato concepito l'11 settembre del 1993 nei cessi dello Sports Arena in occasione dell'ultima tappa del tour degli Stone Temple Pilot a Los Angeles. Ne vado piuttosto fiero perché gli Stone Temple Pilot mi piacciono abbastanza, anche se il grunge non è esattamente la mia musica, preferisco senza dubbio il punk.
Silvia Monteverdi
Silvia Monteverdi è nata a Padova nel 1979. In tenera età si trasferisce a Schio, paese efficiente e produttivo del profondo nord-est, dove i suoi genitori aprono un bar. In vent'anni viene a contatto con una notevole varietà umana, cosa che nell'età dell'adolescenza la porterà a dare alcuni, seppur momentanei, segni di squilibrio. Si iscrive all'università a Milano e, smentendo lo scetticismo di molti, riesce a laurearsi. A Milano vive ancora e lavora come web editor. Ha pubblicato dei racconti per le riviste Toilet, Fernandel e per l'antologia Cose e parole (Giulio Perrone).
Sono venuto a conoscenza di certe cose grazie all'abitudine esasperante di mia madre di spiattellarmi tutti i particolari della sua vita privata, in particolare quelli più imbarazzanti.
Di solito la chiamo con il suo nome, Mag, che poi sarebbe Margaret, un nome che non c'entra nulla con la faccia che ha, se uno ci pensa.
Quando sono nato Mag aveva diciassette anni, si mangiava le unghie fino all'osso e siccome era convinta che il mondo fosse in combutta per renderle la vita un inferno, dal mondo si difendeva scarabocchiando parolacce sulla punta delle sue All Star.
È uscita dal bagno della sua stanza con il test di gravidanza in mano mentre sul letto Chi La Vietnamita aspettava stesa nella posizione a stella, le braccia e le gambe spalancate e i capelli neri che le coprivano completamente la faccia. Una posizione da pensare, che si era preparata durante l'attesa.
«Sono incinta» ha detto Mag. Chi La Vietnamita si è tirata su e, lì seduta nel letto, ha guardato Mag fissa negli occhi e nessuno ha parlato. Solo dopo un lungo tempo Chi La Vietnamita ha rotto il silenzio per enunciare il succo di tanto meditare: «io dico che sarà facile, come mangiare una mela».
Per Mag non è stata una buona notizia. Né buona né cattiva. Una notizia e basta. E una notizia è sempre meglio di niente. Fin da subito ha pensato che la sua vita faceva già abbastanza schifo così, quello che sarebbe venuto non poteva essere peggio. Restava solo da dare la notizia in famiglia, «croce e delizia di tutta questa faccenda», sto citando dal diario dell'epoca che Mag tiene nell'armadio in una scatola da scarpe sotto due strofinacci. Sciocco da parte sua pensare che sia un nascondiglio sicuro. «La farò sboccare, urlare, piangere e graffiare i muri con le unghie. Che mi picchi, che mi scacci, che mi sputi addosso tutti i perché del suo essere così morta. Qualsiasi cosa che mi dimostri che i suoi denti non sono in putrefazione, che sono la figlia di qualcuno e non del nulla cosmico e schifosamente perbenista che se l'è presa. Coltello che ferisca, lama che sventri e poi abbandoni». Senza soffermarmi sulle ingenuità stilistiche, posso dire con certezza che si tratta di parole dirette a mia nonna, che ho visto due sole volte e che in casa nostra viene indicata con un vacuo e impenetrabile Lei, le poche volte che se ne parla.
Mag ha fatto irruzione nel salotto di casa, si è buttata distesa sulla pelle blu del divano e reggendosi la testa è rimasta un po' lì in osservazione spavalda della madre, che infilava grosse dalie gialle in un vaso. Guardava la schiena sottile, i movimenti sempre misurati, i colori misurati, le lunghezze misurate. Il lino leggero che la ricopriva. Ha guardato i gomiti rinsecchiti, i capelli odiosi. Tutto questo nel giro di pochi minuti sarebbe stato sconvolto e arruffato. E allora ha sputato le parole che si era preparata da ore: «Sono incinta, non chiedetemi di chi è che tanto non ve lo dico».

Bang.

Ecco il sangue scuro che cola lento e seccandosi fa rattrappire tutto quel bel lino bianco.
Mag si mette ad aspettare una reazione qualsiasi, pregustando il senso incontenibile di vittoria che di lì a poco le si sarebbe scatenato nella pancia. E invece le sue aspettative restano frustrate, per quello dico sempre che la vita delle volte è più punk di noi che la viviamo.
La nonna ha fatto un invisibile sussulto mentre un fiore le cadeva a terra al rallentatore. E nel tentativo di recuperarlo al volo, con una mossa impacciata ha fatto cadere anche quelli che le restavano in mano. Si è chinata, li ha raccolti uno per uno per poi rimettersi ad infilarli nel vaso senza dire una parola.

Bang.

Il nascente senso di vittoria che c'era nella pancia è diventato subito un grumetto nero e duro di rancore. Frustrazione. Odio. Vergogna. E allora è saltata giù dal divano e se ne è andata.
È toccato al nonno prendersi la briga di affrontare l'argomento con Mag. Con quei modi impacciati che hanno sempre i padri in qualsiasi telefilm di serie B quando devono affrontare argomenti complicati nelle camerette delle figlie. Ma senza traccia di vena comica. «Allora, ho saputo» le ha detto quasi sotto voce sfiorandole la spalla con la mano.
E lei ha subito allontanato la spalla, incurvando la schiena come a volersi chiudere in se stessa, quasi allergica al tatto, tutta vene e muscoli in carne viva come le sue unghie.
«Il padre chi è? Lo sai?» Ha chiesto poi, usando il tono più condiscendente e caloroso che gli riusciva.
Purtroppo lei non ha colto lo sforzo e non ha risposto. Nemmeno quando lui ha ripetuto la domanda una e poi un'altra volta e un'altra ancora, con il tono sempre un po' meno condiscendente e sempre meno caloroso.
«Non lo so chi è» ha risposto finalmente quando già lui stava uscendo dalla stanza.
Bugia. Ma il nonno non poteva saperlo e allora si è bloccato lì un secondo, come a voler tornare sui suoi passi, come a soppesare l'importanza di cogliere o meno la sfida. E poi è uscito. Perché tutto questo era troppo difficile da affrontare per lui. Probabilmente si chiedeva come era potutoaccadere che sua figlia, nata come un piccolo miracolo della natura roseo e paffuto, sempre sorridente, sempre caparbia, la prima a camminare, la prima a parlare, un sogno tutto in potenziale, avesse potuto diventare una creatura scura e impenetrabile, quasi rapace. Chiusa sotto le ali nere del corvo duro in cui si stava trasformando. Quella maledetta sensazione di avere le mani unte. Allungava un braccio alla figlia ma la presa di lei gli scivolava via, milioni di volte, in eterno.
Pochi giorni dopo Mag riempiva uno zaino di cose quasi del tutto inutili per prendere il treno che l'avrebbe portata a Eugene, nell'Oregon, la città triste in cui sono cresciuto.

Mentre scrivo, dall'Oregon sto tornando in California, e per la prima volta nella mia vita ripercorro a ritroso le vie da dove, anche se solo in forma embrionale, sono venuto.
Abbiamo noleggiato una Chevrolet tutta scassata. Mag è pensierosa mentre guida, dietro i suoi occhiali scuri non so capire cosa ci sia nascosto. Non c'è traccia dei discorsi torrenziali con cui mi flagella nei lunghi viaggi in auto, niente teorie strampalate sugli universi nascosti nelle palle da baseball o sulla non esistenza delle coincidenze che in realtà non sono altro che segnali chiari e tondi sul da farsi.
Solo domande di ordine pratico, sulla fame, sul sonno. Sul prossimo benzinaio.
Ci aspetta un viaggio lungo, dieci ore immobili di auto senza nemmeno una risata. A quanto pare Mag non ci trova niente da ridere sul fatto che, per la prima volta dopo diciassette anni, rimetterà piede nella casa dei nonni.

Quando li ho conosciuti avevo sei anni. Erano venuti nell'Oregon per vedermi. Purtroppo non erano stati invitati e la mamma mi ha preso in braccio e siamo usciti dal cancello del giardino con il rubinetto che andava ancora. Quando siamo tornati verso le dieci di sera intorno non c'era più nessuno e la cucina era completamente allagata. Ricordo la mamma che nella penombra raccoglieva l'acqua in silenzio, e le ciocche di capelli scuri che le penzolavano sulla faccia mentre io stavo sullo sgabello ad osservare il suo lavoro. Era sera tardi, coglievo tutta l'eccezionalità della faccenda perché sapevo che in quel momento avrei dovuto essere a letto già da un bel po' e invece, per qualche insondabile motivo, non mi veniva richiesto. Dopo un certo tempo i nonni hanno bussato di nuovo, questa volta dalla porta della cucina, sorprendendoci alle spalle. Dapprima con un tocco pacato, poi, dopo una lunga pausa in cui io e la mamma eravamo rimasti in silenzio fermando ogni attività nel nostro corpo eccetto quella della respirazione, ancora una volta, con insistenza. «Ti prego Margaret apri, ti prego. Non me ne vado di qui senza averlo visto» ripeteva la voce rotta del nonno.

Abbiamo passato da poco il confine. La strada punta all'orizzonte e un cielo di nuvole viola che ribolle immobile se la inghiotte all'infinito. Sgranocchio patatine e scrivo appoggiandomi al cruscotto. Una posizione scomoda in modo assurdo.
Nessuno in quest'abitacolo pare abbia ancora voglia di parlare.
Ieri la telefonata della nonna che mi informava di essere appunto la mia nonna e che il nonno era all'ospedale. A quanto pare una bolla d'aria gli ha otturato una vena del cervello e probabilmente non sopravviverà ai prossimi giorni.

Un po' smanetto con la radio in cerca di qualcosa di buono. Comincia a salirmi l'agitazione. È strano ammetterlo ma non sono più sicuro che sia un bene che io mi trovi in quest'auto. Penso a My Way cantata da Sid Vicious che si è perso negli occhi molli e stralunati di Nancy, e poco importa se lei lo trascina giù nel baratro fetido dell'eroina e poco importa se Johnny Rotten e gli altri provano a levargliela di dosso quella donna avvelenata, a soli ventidue anni lui muore di overdose, un anno dopo di lei. E pace se nessuno saprà chi ha piantato addosso a Nancy quel coltello nella stanza numero 100 del Chelsea Hotel. E in questo vagare con il pensiero mi sale un'infinita solitudine, e insieme alla solitudine risale anche l'Urlo di Ginsberg: «Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia eccetera eccetera». E poi di nuovo la strada, calda e monotona, quasi accogliente nella luce gialla del tramonto.

Quando i nonni sono entrati in cucina c'era ancora acqua dappertutto. La nonna ha indietreggiato prima di appoggiare il piede sul pavimento bagnato. Ed è rimasta li. È una cosa strana quando dai una faccia a persone che fino a quel giorno hai potuto solo immaginare. Una cosa che tra l'altro pare capiti spesso nella mia vita. Ricordo l'imbarazzo di vedere i miei nonni lì in piedi che ci guardavano. Mi sembra che siano passati secoli, con loro lì, al centro del salotto. Un fotomontaggio, quasi. Soprattutto mi ricordo mia nonna, la osservavo con ingordigia, perso nei meandri dei suoi vestiti che sembravano nuovi e puliti. Le vene sul dorso delle mani, i capelli secchi, l'agitazione che trasmetteva pur restando immobile. E poi era pazzescamente simile a mia madre. Il viso di Mag, solo più vecchio. Era vestita elegante, e non aveva niente a che fare con la foto che avevamo in casa in cui lei, bella e sorridente sotto a una striscia di nastro adesivo, posa dritta con i capelli mossi dal vento. «Come stai James? Sono la tua nonna. La mamma della tua mamma» mi ha detto poi, mezza inginocchiata davanti a me. «Lo so», ho detto imbarazzato con le mani intrappolate nelle sue. Un po' le veniva da piangere, ha fatto una specie di grugnito per soffocare l'emozione e poi è scoppiata in singhiozzi e mi ha abbracciato fortissimo. Ero spaventato, non sapevo cosa fare, se muovermi o meno. Non mi sono mosso. Sono restato fisso in piedi in attesa che tutto finisse. E poi è finita perché la mamma ha detto, piangendo anche lei: «Dai, non vedi che lo spaventi, se fai così?» E allora lei mi ha lasciato le mani. Hanno parlato a lungo delle cose di cui parlano i grandi, a voce alta, mentre io avevo già gli occhi fissi sul cubo magico che il nonno aveva tirato fuori dalla tasca.

Tra Mag e sua madre ci sono un sacco di cose non dette. E io, in mezzo a tutto questo, mi sento in balia dei venti. Allora non penso mai di avere una famiglia, la mia famiglia sono solo Mag e la zia Beth. Penso a fare cose, a vivere la mia vita a Eugene che in fin dei conti non è malaccio, e temo i giorni in cui, nuovamente, verrò coinvolto in qualche nuova collisione familiare.
«Perché tu e la nonna non vi parlate più?» Ho chiesto a Mag in uno di quei momenti rari in cui è possibile fare domande del genere. «Perché non è capace di volere bene» è stata la risposta.
«Non è capace di volere bene» ho ripetuto io.

Abbiamo passato da poco Bodega Bay. Mag ha voluto fare una deviazione per una sosta al mare che ci sarebbe costata un'ora buona di auto in più. Non ho obiettato, non volevo infierire. Vedo che è tesa, debole. Per la prima volta la guardo e mi sembra una ragazzina più piccola di me. Volevo anch'io vedere il mare, avevo bisogno di aria e di un orizzonte aperto davanti a me. Invece quando siamo arrivati a Bodega Bay c'era solo il vento che scompigliava tutto, giacche, capelli, pensieri. Avrei potuto starmene a Eugene, c'era Nicholas Dawson che aveva la casa libera. Avrei potuto fermarmi a dormire da lui per due notti di fila. Sarebbero successe cose che voi umani non potete neanche immaginare. Invece no. Sono qui chiuso in macchina ad aspettare mentre Mag è fuori in piedi, le mani in tasca in un caos di mare e vento. E la cosa assurda è che sono qui di mia spontanea volontà.
Allora ho deciso di farmi partecipe del suo sbattimento, sono sceso e sono rimasto un po' ad osservare le spalle di lei che guardava le onde infrangersi sugli scogli.
«È bellissimo qui, vero?» Ha detto verso di me in un turbinio di capelli, come se fossi stato lì in piedi da sempre.
Le ho fatto un cenno sorridente e poi mi sono perso anch'io nella potenza delle onde. Il mio momento mistico è durato gran poco, sono tornato in macchina, ho rollato una canna e l'ho fumata. «Basta con queste porcherie» ha detto Mag rientrando, ha preso il mozzicone dalla mia mano, ha fatto un tiro, poi un altro, e l'ha buttato dalla fessura del finestrino. Pensierosa, mi ha preso la faccia tra le mani e ha detto «il mio piccolino», quasi sospirandolo. Io dico che poche volte mi son sentito così in imbarazzo nella mia vita. Sono più alto di lei e suono in un gruppo punk, cazzo. Ma in quella Chevrolet fortunatamente c'eravamo solo noi due. E allora le ho detto che le volevo bene anch'io. Poi, non gliel'ho più detto.

Quando Mag è partita con quello zaino pieno di cose inutili, la nonna non ha avuto il coraggio di opporsi. Appena se l'è vista davanti con quel ridicolo zaino, la gonna corta sopra quegli assurdi pantaloni, una bambinetta confusa e oltremodo stupida, ecco cosa le deve essere sembrata. Il desiderio di dire qualcosa in grado di interrompere il corso degli eventi è diventato impellente non appena si è resa conto che la figlia stava davvero varcando la soglia. Goffamente ha corso per raggiungerla e in quel frangente ha notato che Mag teneva la mano in tasca come a proteggere qualcosa. «Cos'hai in tasca?» Le ha chiesto. «Fammi subito vedere cos'hai in tasca!» Mag ha tirato fuori una piccola foto che ritraeva la nonna. E la nonna si è fatta di pietra. Era l'81 e alle sue spalle si vedeva una villetta opulenta piantata sulla sabbia di Malibù. Sembrava felice nel momento in cui era stata scattata. «Dammela subito» ha detto porgendo la mano con dispetto. Meg invece l'ha tirata fuori e con lentezza l'ha strappata in due davanti a lei e se l'è rificcata in tasca.
Travolta dal senso di impotenza, la nonna le si è avventata addosso, ha incominciato a strattonare Mag per il gomito urlando: «Non vai da nessuna parte tu! Da nessuna parte! È ora che la finisci di darmi pensieri, mi stai rovinando la vita. Mi hai rovinato la vita!» Lo diceva piangendo, la voce livida. Poi tra le lacrime ha attaccato a parlare più sommessamente: «la risolviamo insieme» biascicava. «Chiudiamo questa faccenda e non ne parliamo più». Ha lasciato il gomito di Mag e, come se fosse tornata in se, è scomparsa dentro casa.
Mag era sconcertata per questa reazione: mai aveva visto sua madre in crisi. E mai l'aveva sfiorata la possibilità di sbarazzarsi di qualcosa. È restata a piangere lì sul vialetto, lo zaino sulle spalle curve e tristi. Pochi minuti dopo la faccia stravolta della nonna era di nuovo sulla soglia. E «per la prima volta nella sua vita mi ha parlato sul serio» ha scritto Mag. «Ti prego, resta. Non so cosa devo fare per farti rimanere» ha detto la nonna prima di tornarsene nel buio della casa. Mag si è sentita «nuda e cruda e piccola» e poi ha pensato, valutato, soppesato e deciso. È corsa dentro casa per abbracciare il grembo di sua madre. L'unico momento di vicinanza di due binari condannati a viaggiare paralleli.
Il giorno seguente, dopo aver fatto credere a tutti di aver abbandonato i suoi piani di fuga, Mag ha preso il treno delle 5.30 per San Francisco, che l'avrebbe portata a un altro treno che l'avrebbe portata a un altro treno che l'avrebbe portata a un autobus che l'avrebbe portata sotto casa di Beth, che oggi noi chiamiamo zia Beth. Zia Beth mi fa sempre bei regali, tipo un vecchio album autografato dei Dead Kennedy's e la maglietta che metto quando suono. Da piccolo mi veniva a prendere a scuola, e quando uscivo e vedevo che era venuta lei, per me era il massimo della giornata.

La strada scorre monotona ormai da chilometri. Ho guidato io fino a Salinas, le piantagioni sterminate di chissà quale ortaggio mi scorrevano ai lati. Mag seduta di fianco a me pisolava con la bocca leggermente aperta. Quando si è svegliata ha voluto riprendere la guida e ha preso la direzione dell'Highway 1. Le ho detto che era una follia, perché ci avrebbe allungato il viaggio di altre due ore e io non ce la facevo più a stare in macchina. Erano passate quasi otto ore da quando eravamo partiti. Ma lei era decisa a percorrere la litoranea per via dello stupido senso romantico che attribuisce alla vita e ai viaggi in genere. Abbiamo discusso per qualche minuto, ho anche alzato la voce mentre cercavo di farle capire che era una cosa irrazionale. Era chiaro che voleva perdere tempo perché aveva paura. Gliel'ho detto e lei ha fatto finta di niente. Non ha risposto. Fa sempre così per evitare i discorsi scomodi. Non dice niente. Punto. Un atteggiamento che non sopporto.
Alla fine ho dovuto arrendermi. Con un sospiro scocciato ho attaccato a guardare il panorama che scorreva lento dal finestrino. Giochi di luce dietro gli alberi cambiavano forme ad una velocità psichedelica, gli occhi mi si facevano pesanti mentre mi perdevo in inutili pensieri su cosa ci aspettava a poco più di trecento miglia da lì. E perso nel confine tra veglia e sogno ho sentito Mag che mi diceva: «Sono otto anni e due mesi che non la vedo. Non so se ce la faccio». Non ho risposto niente. Al mio risveglio, poco dopo, non ero più nemmeno sicuro che l'avesse detto veramente.

Sulla Cabrillo Highway le indicazioni ci hanno buttato verso un squallido ristorante messicano dove abbiamo mangiato in modo esagerato; avevamo accumulato una fame nervosa, sarebbe stata dura ripartire. La cameriera ci ha salutato in spagnolo, ma dal suo accento era evidente che era più americana di noi due messi insieme. Ha tirato fuori un blocchetto unto dalla tasca del grembiule e ha segnato sei fajitas quesadillas e due pepsi grandi. Poi ha ringraziato, questa volta in inglese. Aveva i capelli spettinati e le mani rosse e screpolate. Le quesadillas non sapevano di niente ma nei piatti non è rimasto nulla.

Mio padre si chiama Geff e quando sono nato suonava in un gruppo hardcore. La prima volta che l'ho incontrato è stato quando avevo otto anni, più o meno. Quando Mag mi ha detto che sarebbe arrivato a casa nostra e che mi avrebbe portato a fare un giro, sono stato ad aspettare tutta la mattina sotto il letto, con i ganci della rete metallica che mi sfioravano il naso. Lì chiuso in uno spazio angusto davo un senso al mio sentirmi soffocare. È arrivato a prendermi verso le tre del pomeriggio con una vecchia Caprice tutta ammaccata parcheggiata lungo la via all'angolo. Ha parlato un po' con la mamma nel corridoio mentre io aspettavo in cucina senza nemmeno respirare. Cosa stai combinando, come te la passi, cose così. A tratti Mag diceva qualcosa sottovoce e io allungavo inutilmente l'orecchio per sentire.
Poi è entrato.
Quando l'ho visto tutto è svanito. Non aveva la barba e nemmeno i capelli lunghi. Né barba, né capelli in testa. Era un uomo normale, con la faccia normale. Uno che avrei potuto incrociare per strada senza nemmeno notarlo. Per anni me l'ero immaginato come una specie di rockstar un po' decaduta, una Stratocaster appesa al collo, donne non più bellissime ma abbastanza allupate e cicche spezzate sul tavolino tra le latte di birra vuote. Cose così. È colpa mia, non avrei dovuto immaginarmelo così tanto.
Mi ha portato a mangiare un gelato da Prince Puckler's tempestandomi di domande insignificanti a cui io rispondevo con gli occhi sul gelato che si andava squagliando. La scuola, la maestra, tutte cose di cui non mi andava più di parlare perché quello non era Lui. Punto. E questo era l'unico pensiero che sopravviveva nella mia testa.
La seconda volta che l'ho visto avevo dieci anni, e zero aspettative sull'incontro. È tornato sempre con la stessa Caprice parcheggiata all'angolo. Sempre uguale alla volta prima. Mi ha portato un paio di biglietti per una partita di basket, che nemmeno ricordo perché il basket non mi interessa affatto. Abbiamo visto la partita scambiandoci qualche commento, ho cercato di mostrarmi interessato, volevo fargli vedere che apprezzavo gli sforzi che stava facendo, ma alla fine della giornata nulla è rimasto che mi dicesse qualcosa di più su chi ero. Solo gli innumerevoli silenzi che mi erano sembrati così insopportabili. Il profilo di lui proteso verso la partita devo averlo scansionato al millimetro, le smorfie di sofferenza, i pori della sua pelle, l'espressione esultante ai due punti mentre io per l'ennesima volta rimandavo giù la frase che per minuti avevo tenuto in bocca.
Dal giorno della partita non l'ho più visto. Ogni tanto mi chiama per chiedere come va, però dubito che ci rivedremo presto. È troppo imbarazzante per entrambi vestire panni che non ti stanno.

Mancano appena quaranta miglia a Los Angeles. Mag sembra più distesa, anche se abbiamo un po' discusso. Per allentare la tensione abbiamo giocato a "se fossi". «E se fossi un mare?» «Sarei il mar morto» ho risposto. E a lei non è piaciuta la risposta. «Ecco, devi sempre essere negativo. È solo una moda, una fottuta moda» mi ha detto. «Tu, con le tue pose da intellettuale, con quei buchi dappertutto e queste stupide maglie che inneggiano sempre al catastrofismo, ma cosa ne sai della vita e della morte tu?» Sono stato zitto, non ho avuto una risposta pronta per l'occasione. Strano. E davanti al mio silenzio lei si è messa a ridere. «Dai, se fossi un mare io sarei l'Atlantico». «Non è un mare» ho risposto. «Non essere fiscale» ha detto lei. E così ci siamo rimessi a scherzare e a parlare di varie cose piuttosto stupide.

Scorre il paesaggio dal mio finestrino e sfreccia via dal campo visivo sulle note di American Idiot. Il girato sono i cavi che scorrono quasi fermi e sussultano al ritmo dei pali. Completamento perfetto alla musica. Resto immerso nel mio piano sequenza quasi onirico, fino a quando Mag non mi abbassa la musica e tutto s'infrange.

Sono passati tre giorni dall'ultima volta che ho scritto. Non ho avuto occasione di prendere in mano il mio blocchetto. Le cose della vita talvolta richiedono la mia attenzione.
Quando siamo arrivati all'ospedale il nonno era già morto. È arrivata la telefonata quando eravamo lì nei pressi. Ho risposto io. Dalla mia voce ferma e dimessa Mag ha capito subito cos'era successo. Ha accostato e ha appoggiato la testa sul volante mentre io riagganciavo. Non ho avuto bisogno di spiegarle. Lei non piangeva, stava solo con la testa lì sul volante senza dire niente. Le ho passato un braccio attorno alla schiena. Non sapevo cosa dire. Non sapevo nemmeno cosa provare. Mi dispiaceva per lei, niente di più credo. Subito nell'auto si è creata una cortina di silenzio. Abbiamo parcheggiato, ci siamo avviati verso l'ospedale, sempre senza parlare. Sono certo che Mag continuasse a pensare che se non avessimo fatto tutte quelle deviazioni avrebbe fatto a tempo a salutarlo. Anch'io se devo essere sincero non facevo che pensare a questo mentre aspettavamo l'ascensore. Mag era visibilmente alterata ma faceva di tutto per non farlo trasparire. Controllava strenuamente ogni muscolo, perché ancora più difficile si faceva quello che la stava aspettando al quinto piano. Ero avvilito e non volevo che si sentisse in colpa.
Appena ci siamo affacciati sulla soglia del lungo corridoio abbiamo incontrato la nonna. In lacrime ha abbracciato Mag. Roba da non credere. Come se fossero veramente madre e figlia. A guardarle così avresti detto che non c'era tutta la ruggine che c'era. Mag ha iniziato a piangere anche lei. Stavano lì, a singhiozzarsi sulla spalla a vicenda, sommessamente, e io non sapevo come tenere le mani. Ero in piedi, in improvviso e inspiegabile imbarazzo.
«Meno male che siete qui, lo stanno quasi portando via, almeno fate in tempo a vederlo» ha detto la nonna. In tutta onestà non è che l'idea mi facesse impazzire. Ho sempre un certo sconforto davanti alle cose della morte.
«Tu resta qui, se preferisci» ha detto Mag. Ma non me la sono sentita di lasciarla sola e sono entrato con lei nella stanza 47.
Il nonno, o quello che di lui restava in questo mondo, era rigido e lucido in mezzo a noi. Il lenzuolo arrotolato fin sotto le spalle. A quella visione Mag non è riuscita a trattenere un singulto. Uno strano suono come di animale che soffoca. Si è messa la mano davanti alla bocca. Le ho stretto la spalla. I minuti passavano, l'aria sembrava vischiosa, i gemiti riempivano il silenzio e non riuscivo a distinguere quali provenissero dalla nonna e quali da Mag, perché ero troppo concentrato a guardare per terra. Ho allungato un dito verso la fronte del nonno. La prima volta nella mia vita che toccavo un morto. Era freddo. E non avrebbe dovuto essere una sorpresa. Invece sì. Sentire quella pelle fredda è stato uno shock. Ho ritratto subito la mano e ancora oggi non riesco a levarmi dalla testa quell'orrida sensazione di toccare un corpo che non è più vivo. Sono giorni che non faccio che pensare alla morte. E la cosa, lo ammetto, un po' mi destabilizza.
In seguito tutto si è svolto piuttosto placidamente. Siamo rimasti tre giorni a casa della nonna per la funzione funebre. Meg è rimasta molto colpita dal fatto che il tempo in quella casa pareva essersi fermato diciassette anni prima.
È strano come i nodi della vita si sciolgano senza arrivare necessariamente a una soluzione. Mag e la nonna sembravano concilianti l'una verso l'altra, si sono parlate, i toni all'inizio erano un tantino freddi e imbarazzati ma durante i tre giorni della nostra permanenza è spuntato addirittura qualche sorriso. La nonna sembrava una donna invecchiata e vulnerabile davanti alla tragica solitudine che l'aspettava. Per questo credo che Mag abbia scelto di non lasciare spazio alle recriminazioni. La vita, quello che sei, quello che fai, è tutto un cazzo di vuoto a rendere. E la nonna ora si vedeva rendere la miseria e la sofferenza che aveva seminato lungo la strada. Non ha più pianto nei giorni seguenti. Mag invece sì. Ha versato torrenti di lacrime, a pieni polmoni, senza il minimo timore di essere vista o giudicata. E poi, come per magia, tutto è ritornato al suo posto, e le lacrime hanno smesso di scendere. «Probabilmente ha perdonato» mi dicevo mentre la guardavo salutare la nonna, gli occhi gonfi dietro ai soliti occhiali da sole. La nonna ha detto che ci verrà a trovare. Non so se lo farà. Ma questo, a pensarci bene, non ha alcuna importanza.
Spero che la Chevrolet regga il viaggio di ritorno. Il cielo è una tavola infinita di luce azzurra. E la primavera californiana è lì per dirci che la vita continua. Di nuovo fisso lo sguardo sulla striscia di asfalto che ci scorre davanti. Sono contento di tornare a casa tra il conforto delle mie cose, ed è davvero una bella sensazione sentirsi così leggeri. Mag ha promesso che prenderemo l'autostrada interna. In fondo non c'è più bisogno di scappare.

© 2010 Silvia Monteverdi