La rivista Fernandel
Massimo Vasini, Adele, sbrigati!


F
a un caldo terribile qui seduto. Trentatré gradi sono veramente troppi per le dieci del mattino. Si soffoca. E per giunta la pensilina di plexiglas peggiora le cose: il calore aumenta ogni minuto di più e la panchina è quasi diventata incandescente; mi sa che rischio di prendere fuoco.
Adesso si ferma anche l’autobus. La temperatura che emanano il motore e i pneumatici della vettura rendono l’aria irrespirabile. Faccio cenno che non devo salire sul mezzo pubblico. L’autista mi guarda con disprezzo, richiude le porte, e gettandomi addosso aria bollente continua la sua corsa.
Porca miseria! Questo non è il posto giusto per darsi appuntamento!
Massimo Vasini
Massimo Vasini è nato a Rimini nel 1965. Il suo romanzo d'esordio, Lontano dall'estate, è stato pubblicato nel 2007 dall'editore Giraldi, con il quale nel 2011 pubblicato anche la raccolta Come due sposi, da cui è tratto questo racconto, «dodici brevi favole del quotidiano nelle quali l'autore tocca molti dei registri possibili del comune bisogno d'amore che lega personaggi complicati, afflitti da ossessioni, ma allo stesso tempo forti e a loro modo puri» (dalla quarta di copertina).

Ma Adele non ascolta. È inutile. Se lei dice che il posto deve essere quello è quello. Punto.
«Davanti all’antico ulivo che ora hanno recintato come se fosse un monumento. Ci siamo baciati lì la prima volta. Te lo ricordi?»
Certo che lo ricordo.
«Proprio di fronte all’ulivo c’è una fermata d’autobus. Tu ti siedi sotto la pensilina e mi aspetti con calma».
Lei parla in questo modo perché sa che è sempre in ritardo. Non è mai arrivata in orario agli appuntamenti. Mai. Persino nei primi tempi. E mi prende pure in giro. Dice che divento bello mentre l’aspetto con il mio sguardo sereno ed elegante. Dice che il mio saper accoglierla con un sorriso e un bacio in fronte, anche se arriva con trenta o quaranta minuti di ritardo, la fa sentire amata. Dice che sono un gentleman, un vero signore, e mi sembra sincera. Ma rimanere sotto questa pensilina di plexiglas a cuocere come un uovo è decisamente folle.
«No», faccio a Vittorio, che s’è fermato con l’auto vedendomi in un bagno di sudore, «non devo prendere l’autobus. Sto aspettando Adele».
«Ah, capisco», biascica e si allontana con un’espressione piena di compassione.
Al bar del paese, tutte le volte che vogliono prendermi in giro, uno lancia in aria la domanda: «Ma dov’è Filippo?», e gli altri rispondono in coro: «Ad aspettare Adele!»
Ovviamente sono invidiosi. Però non lo posso negare: è così. In piazza, sotto i portici, lungo il fiume, al bar, alla fermata dell’autobus o altrove, io aspetto sempre Adele. O quasi sempre. E in un certo senso è il mio destino.
Quando dieci anni fa da Milano è venuta ad abitare qui, in una casetta avuta in eredità da una lontana parente e si è incredibilmente innamorata di me, che non sono certo il più bello del paese, attendevo da sempre una donna come lei. Una bellissima fata con la quale condividere i luoghi nei quali sono nato e che amo. Fortunatamente Adele adora la collina; la sua voglia di scoprire posti nuovi la soddisfa quasi completamente nelle tante trasferte di lavoro che è costretta a fare. E quando torna a casa, questo mio Montefeltro sembra davvero un paradiso. Io non mi allontano quasi mai da qua. Non mi piace viaggiare. Non ho neanche la patente. Quindi aspetto.
Adele è andata a Siena per lavoro una settimana intera e io da due giorni sono in ferie. Per telefono mi ha detto che se non voglio fare un viaggio, almeno dobbiamo andare un po’ al mare. Ha detto che non vuole passare neanche da casa. Ha detto che se l’aspetto qui sulla provinciale, in meno di mezz’ora arriviamo in spiaggia. Ha parlato anche di una sorpresa. Una cosa che non posso nemmeno immaginare.

Giungo a casa. Sto infilando le chiavi nella serratura dell’ingresso. C’è un silenzio insolito. È strano, a quest’ora Adele dovrebbe essere tornata da un pezzo. Apro la porta e mi trovo di fronte a un buio più nero del nero. Prima ancora che me ne renda conto, due mani mi tirano dentro e la porta si chiude.
Non riesco a vedere niente, l’oscurità è totale. Avverto numerose presenze attorno a me. È chiaro che c’è lo zampino di Adele. Non sono caduto in un incubo kafkiano e coloro che sento respirare è difficile che siano dei ladri. L’alito che mi arriva in faccia non è quello di Adele, ma sicuramente di una donna.
Cerco di non farmi uscire dalla bocca nemmeno una parola e ci riesco anche quando mi obbligano a sedermi a terra e delle mani mi sciolgono il nodo della cravatta, altre ancora mi sfilano la cintura e i pantaloni. Sei mani su di me. E sono mani femminili, sicure, precise, delicate e forti. Mani consapevoli. Mani che procedono lentamente, senza foga, perché sanno le emozioni che possono suscitare. Un seno mi dondola sulle spalle, agguanto un polpaccio lungo e sottile che non mi oppone resistenza e si blocca, aspetta che la mia mano salga verso l’alto, all’altezza della coscia. La voce di Adele dice: «Passatemi i pantaloni». Mi sento come una specie di Marie Antoinette durante il cerimoniale della vestizione mattutina. Una regina a cui toccò in sorte la Rivoluzione. Solo che a me invece di mettermi i vestiti li tolgono. Spero che la mia testa non faccia la fine di quella della Marie Antoinette travolta dall’odio popolare.
Delle dita affondano nei miei capelli e capisco che la mia testa non salterà. Almeno non oggi. Intanto la mia mano, dopo aver superato la coscia, arriva alla sporgenza dei glutei e s’insinua finalmente nel sesso rorido.
Di botto la luce fa giorno in tutto l’ambiente. Tolgo immediatamente le dita dalla zona umida appena conquistata. La prima cosa che vedo è la bocca di Adele ridente, che poi depone un bacio sulla mia fronte dicendo: «Festa!!! Party nudista!» Adele mi leva gli occhiali e mi abbraccia. È nuda, intravedo dietro di lei delle figure anche loro svestite. Mi bisbiglia in un orecchio: «La mia amica Paola è stata abbandonata dal compagno dopo otto anni di convivenza. Era così depressa che non sapevo cosa fare. Ho organizzato questa festa per distrarla un po‘».
Festa mi pare un eufemismo stupendo. Ma Paola si diverte. Mi metto gli occhiali e vedo che è con un tizio nerboruto, impegnati entrambi in una specie di tuca tuca in versione erotica.
«Ti è piaciuta la sorpresa?», mi chiede Adele.
«Le tue sorprese mi fanno impazzire», faccio io.
Ci sono più o meno dieci persone nude sui tappeti di casa nostra, fra uomini e donne, con in mano bicchieroni di roba alcolica. Ibrahim Ferrer canta Candela e parte spontaneamente un trenino capeggiato dalla Paola tutta allegra, con il nerboruto appiccicato dietro. Io e Adele ci mettiamo in coda, avvolti dal ritmo cubano.

«Filippo, loro sono Zora e Vladimiro».
«Piacere». Allungo la mano a una coppia di punk molto decadente e metropolitana che sembra uscita da un fumetto di Liberatore e Tamburini. Lei è alta anche da seduta, anfibi ai piedi e un abitino aderentissimo. La treccia di capelli blu che le scende sulle spalle lancia riflessi abbaglianti, e i suoi occhi verdi, che spalanca continuamente come se avesse una sorta di tic, sono sovrastati da sorprendenti ciglia finte, più lunghe dei miei capelli. Lui è un motociclista da i modi raffinati. È tutto vestito di pelle. Il timbro della sua voce è vellutato, parla poco e ascolta con grande attenzione.
Dico: «Vi preparo da bere. Mi aiuti Adele?»
Lei lascia i suoi ospiti e corre da me in cucina. Chiudo la porta e chiedo alla mia compagna: «Chi sono questi?»
Adele si mette a ridere. «Bei tipi, vero?»
«Sì. Dei tipi curiosi». Rido anch’io. «E cosa dovremmo fare con questi tipi?»
«Ma lei non ti piace un po’?»
«È molto attraente, a parte il tic e le ciglia finte. E lui…»
«Ti fidi di me?»
«Lo sai che per te farei qualunque cosa».
«E allora divertiamoci».
Le prendo il viso fra le mani e vedo la donna che ho sempre atteso.
Abbiamo passato una serata veramente rock. Alle quattro di notte, dopo esserci rivestiti, ci siamo messi a ballare Annalisa dei Public Image Limited, cinque volte di seguito. Poi siamo crollati sul pavimento ad aspettare l’alba.

«Hai voglia di fare una bella camminata?»
«Sì».
«Allora ci vediamo lungo il Marecchia, a Saiano, dove andiamo spesso a prendere il sole. Puoi scendere in bicicletta, al ritorno la carichiamo in macchina».
«Va bene».
«Alle diciotto. E sii puntuale».
È tremenda. L’ultima volta che ci siamo dati appuntamento al fiume ho aspettato un’ora. Ero così arrabbiato che ho preso sonno. Quando ho riaperto gli occhi lei era lì. È stata fortunata, io mi sveglio sempre con il sorriso.
Alle diciotto arrivo a Saiano e naturalmente lei non c’è. Lego la bici a un albero e decido di prendere un po’ di sole per attenderla. Sulla nostra roccia preferita trovo il suo cappello di paglia. Per poco non mi spavento, ma poi vedo un biglietto che dice: Fai cento passi verso ovest.
Aver incontrato Adele è stata la mia fortuna. Le sue trovate continue sono segni d’amore fortissimi che ci legano ogni giorno di più e gridano la nostra gioia a tutti. Non è solo una questione carnale, non siamo dei maniaci sessuali come pensano i vicini. È che ci capiamo al volo. Per noi è sempre festa.
Il centesimo passo porta a un cespuglio di bacche sopra al quale si agitano, per via del vento, il foulard arancione di lei e un altro biglietto: Cinquanta metri a nord, in direzione della salita che porta alla chiesetta.
Forse mi sta guardando. Magari con quel binocolo inglese della II° guerra mondiale che abbiamo comprato al mercatino delle pulci di Parigi. Sicuramente sta ridendo.
Poco più avanti, a nord, trovo la sua canottierina di pizzo color melanzana e l’ennesimo biglietto: Comincia a fare la salita.
Sbuca fuori all’improvviso una coppia di turisti con figlio appresso. La donna mi chiede se è molto lunga la stradina che porta alla chiesetta descritta ne E viazz da Tonino Guerra. «Pochissimi minuti di cammino», rispondo con la testa altrove e un indumento intimo femminile tra le dita.
Loro ringraziano e, guardandomi stranamente, cominciano la salita. Passati pochi secondi m’incammino anch’io. Una trentina di metri dopo vedo che il bambino si mette a saltellare per prendere la sottana di Adele che penzola da un ramo di castagno. Cinque salti e il bimbetto rompiballe agguanta l’indumento con un foglio che esce da una tasca. La madre subito toglie la sottana di Adele dalle mani del figlio e con un sorriso esagerato mi dice: «L’appoggio qui!» La ringrazio e aspetto che si allontanino. Il bambino frigna che vuole fare anche lui la caccia al tesoro, poi finalmente girano l’angolo.
Ho in mano il messaggio di Adele: Sta fermo qualche secondo. Sono dietro di te. La sua voce di miele sussurra: «Prima di girarti ti devi spogliare. Fregatene dei turisti. E comunque non c’è nessuno».

Adele, sbrigati, non ce la faccio qui con questo caldo! Se non arrivi al più presto non so se riuscirò a resistere! È quello che hai detto anche tu - pur con altre intenzioni - quando ci siamo trovati sotto quell’ulivo dieci anni fa.
In quel nostro primo appuntamento avevamo mangiato con la stessa passione che qualche ora dopo abbiamo avuto nel fare all’amore. Camminando per digerire la cena ti ho portata a vedere il secolare ulivo, parlandoti di me e del fatto che odio viaggiare. Sono convinto che ti faceva ridere non tanto quello che dicevo, ma come lo dicevo. Mi guardavi e ridevi. E infine hai detto: «Sei buffo! Il tuo naso si muove quando parli! Se non la smetti non so se riuscirò a resistere. Dovrò saltarti addosso e baciarti».

Una macchina frena davanti alla mia fermata d’autobus.
«Filippo, ma cosa fai lì?»
«Mi voglio uccidere!», rispondo ironico. «Sto solo aspettando Adele. Non dovrebbe tardare ancora molto».
Guglielmo si mette a sghignazzare. È assieme a una ragazza bionda. «Filippo, ti presento Sirpa. Viene dalla Finlandia», dice lui. Tiro fuori il mio sorriso di benvenuto e do la mano alla ragazza che purtroppo ha poca familiarità con l’italiano. Chiedo a Guglielmo: «E in quale lingua parlate?» Come se fosse la cosa più ovvia del mondo lui dice: «In finlandese». Guglielmo non è come me, conosce tante lingue e viaggia in continuazione.
«Dille che non sono mai uscito dall’Italia», chiarisco io ridendo.
Il mio amico traduce, la nordica ride anche lei e si lancia in un gran discorso fissando me.
«Non capisco perché», dice Guglielmo, «ma hai fatto colpo. Vuoi venire con noi nella mia casa di Talamello?»
Guardo lui, poi guardo lei e dico: «Mi piacerebbe, ma… come ti ho già detto, aspetto Adele».
«Meglio», fa lui. E mi obbliga a salire sulla sua auto.
Sirpa mi parla come se capissi quello che sta dicendo. Io annuisco, faccio qualche smorfia e sorrido. Lei si diverte. Dentro la macchina c’è un’aria condizionata bellissima. Chiamo Adele: «Tutto bene, amore? Dove sei?»
«Filippo, scusami. Ho avuto un contrattempo. In questo momento sono ad Arezzo, fra un’ora sarò lì con una bella sorpresa», fa lei.
Non sto a chiederle niente del perché è in ritardo. Dico soltanto: «Vieni a Talamello a casa di Guglielmo. Fidati, questa volta ho io una sorpresa per te».
Lei non dice nulla, ma sento che sta sorridendo. Sono convinto che non rimarrà delusa.

© 2009 Massimo Vasini