La rivista Fernandel
La copertina del numero 61 Teo Lorini, Grazie zio


Per anni l’arrivo in Italia, e di conseguenza nella mia famiglia, dello zio John, è rimasto avvolto in una cortina di mistero. Di lui ricordavo poche apparizioni, fugaci ma indimenticabili.
Come quella volta che si era presentato al funerale di una sorella del nonno con un lama tibetano al seguito perché, diceva, lui era certo che una donna tanto spirituale avrebbe voluto una cantillazione buddista con accompagnamento di tamburelli; a seguire s’era opposto con tutte le sue forze alla sepoltura, al punto da trattenere gli addetti delle pompe funebri. Lui era per una bella cremazione: cento, mille volte più appropriata, diceva. Noi fratelli, quattro e sei anni, ci siamo schierati subito con lo zio, prendendo a calci non solo i becchini ma anche mio papà che tentava di fermarci…
Teo Lorini
Teo Lorini è stato a lungo collaboratore della rivista. Nel 2011 ha pubblicato con l'editore Effigie la raccolta di racconti Amori al singolare.

O certe deliziose improvvisate all’una di notte («Ciaoooo!! Ma che dormivi? E pure i bambini? Che stelline, cariiiii!! Siamo quiii! Sì, a Verona! È appena finita l’opera: preparate una pasta, che arriviamo con qualche amico»). Per la verità la “mente” dietro a queste piacevoli sorpresine era quella della zia Catina. Maria Caterina Lombardi, sorella di mio padre e compagna di vita dello zio John.
Di regola, prima che arrivasse a casa la comitiva degli ospiti, io e mio fratello venivamo convocati per due raccomandazioni importantissime. Iniziava mio papà, avvertendoci di non fare nessun riferimento al fatto che la pelle dello zio John era di un altro colore. Sulle prime quest’ammonizione mi stupiva: se non me l’avesse fatto notare, credo che non me ne sarei proprio accorto. Quando però, passati i quattordici anni, la raccomandazione ha continuato a ripetersi, ho cominciato a sospettare che sotto ci fosse qualcos’altro.
Dopo toccava alla mamma, che puntuale ci prendeva in un angolo, metteva una mano sulla spalla di ciascuno e, con aria serissima, raccomandava: «Se lo zio John dice che vi porta a vedere gli elefanti in India, voi rispondete che avete scuola».
Poi faceva la faccia delle occasioni serie e ci chiedeva la parola d’onore. La parola d’onore era il giuramento più grosso, quello più impegnativo, però lo stesso, dopo che avevamo entrambi scosso la mano della mamma, lei guardava in faccia mio fratello, la cui passione per gli animali era nota a tutti, parenti compresi, e gli diceva: «Mi raccomando, Paolino. Non mi far preoccupare, neh».
Questa faccenda degli elefanti potrebbe sembrare un’esagerazione, ma non c’era visita (più o meno imprevista) in cui zio John non se ne uscisse fuori con la proposta di portarci con sé nell’ormai imminente viaggio in India.

Fin da quando ho ricordi, lui e zia Catina sembravano continuamente sul punto di salire sull’aereo per Bombay. A portarli là non era la volontà dello zio di rivedere la sua famiglia, quanto piuttosto la loro comune professione. I due infatti costituivano insieme braccio e mente della griffe Kugi.
Precisazione: se non avete mai sentito nominare la maison Kugi, non è grave. È vero che il tandem Catina & John lavorava nella moda fin dagli anni Settanta, ma, pur ricca di fantasia e originalità, la coppia difettava però di quel senso pratico che sembrerebbe rendere un’impresa più competitiva attraverso valori apparentemente banali, certamente prosaici ma cionondimeno utili, come la pianificazione, la puntualità, il senso della misura. Le cronache famigliari ricordano ancora un mese di sfilate in terra statunitense, in cui “i Kugi” avevano noleggiato sette limousine, per sé e per i cinque collaboratori di fiducia portati dall’Italia. Oltre a essere scarrozzati in limo, i suddetti accompagnatori dovettero essere alloggiati, sfamati e verosimilmente pagati (anche se a quest’ultimo riguardo le notizie tendevano a farsi vaghe, complicandosi con una vicenda di carte bollate che a mio papà causava puntualmente accessi di tosse e attenuamenti di voce).
Insomma, vuoi per questo regime di spese, vuoi per l’artistica propensione a lasciar partire gli aerei già prenotati, a rinviare di giorni, settimane e persino mesi partenze e incontri, a non rispettare una scadenza che fosse una, la griffe non aveva mai spiccato il volo, a differenza di altri nomi della moda italiana cui, a sentire loro, zia Catina e zio John avevano fatto praticamente da balia. Nella top ten delle mie preferite la storia del giovane Armani, vetrinista in Rinascente, che elemosinava una pasta e fagioli dalla zietta, se la giocava con la collezione autunnale 1972, scopiazzata malamente da «quella sartina della Krizia».
Per nulla toccati da queste meschine contingenze, “i Kugi” continuavano a mettere in cantiere progetti la cui prospettiva di ricavo sembrava direttamente proporzionale alla lontananza dall’Italia. Nel periodo in cui l’ordine del giorno era un fitto susseguirsi di prenotazioni e disdette di biglietti per l’India, la coppia puntava ad implementare un’importazione massiccia di una seta finissima, molto meglio del grossolano kashmir. A detta di zia Catina, la seta miracolosa era pressoché gratuita («Mezza rupia al metro, pazzesco!»), impalpabile («Puoi tenerne un chilometro chiuso nel pugno! La usano anche i prestigiatori!») e leggerissima («Infilata nelle calze, legata in vita, nascosta fra la biancheria sporca: con due valige medie ne porti qua un quintale»).
Quando chiedevamo come mai zia Catina e zio John dovessero nascondere i loro acquisti in mezzo alle mutande usate, mamma sbuffava e papà accendeva sempre la tele.
Con gli anni i negozi di materiale etno-chic d’origine orientale hanno avuto una diffusione sempre più capillare e i Kugi – vedi un po’ la combinazione – non erano della partita. Ho scoperto allora che la seta pazzesca che mia zia andava cercando in India per comprimerla a quintali fra i pedalini zozzi era la pashmina. Non ho il minimo dubbio che anche oggi, passando davanti a una vetrina qualsiasi dei centomila “Luna d’Oriente”, “Maraja” e “Kashmir Import” che affollano le vie dello shopping, zia Catina sia pronta a ricordare che «la pashmina noi l’avevamo scoperta trent’anni fa». È un vero peccato che questo mondo meschino di prenotazioni, check-in e controlli doganali, le abbia impedito di portarla con sé a Milano…

* * *


Proprio Milano, comunque, era la città che m’avrebbe svelato le misteriose origini di zio John, poco dopo esserci approdato da matricola dell’università Cattolica.
Prego di notare il dettaglio, perché non è secondario.
Pensate forse che io lo sottolinei per una sorta di orgogliosa appartenenza? O che mio fratello e io ci chiamiamo Pietro e Paolo per caso? Be’, siete parecchio fuori strada.
Sono piccoli particolari, ma dicono molto della mia famiglia e specialmente di mio padre, il fratello di zia Catina e, di conseguenza, il cognato dello zio John.

Viviamo oggi in un’epoca aspra di conflitti religiosi e morali a cui la Chiesa cattolica ha dato una rassicurante risposta scegliendosi un pontefice che non sfigurerebbe in uniforme della Wermacht (in effetti in giovinezza non ci sfigurava). Tali difficili circostanze hanno assestato una spallata decisiva alle opinioni di mio padre in materia di religione. Ma qualche anno fa, all’epoca in cui il suo primogenito si immatricolava a Milano, più che di opinioni sarebbe stato opportuno parlare di certezze.
È in quelle certezze che si annidava il vero motivo per cui l’ingresso in famiglia dello zio John era sempre rimasto un argomento tanto nebuloso: non si trattava del colore della pelle (anche se tutte quelle raccomandazioni…) né del fatto che zio John potesse appartenere a un’altra religione, buddismo, induismo, zoroastrismo o qualsiasi altro -ismo praticato in India. Al contrario, lo zio non perdeva occasione per professarsi cattolico e raccontare a chiunque i suoi anni di collegio presso i gesuiti di Bombay. Anni, se posso dirlo, non troppo proficui, visto che zio John intrecciava spesso ai ricordi d’infanzia i racconti delle sue vite precedenti, senza mai trascurare di aggiornare l’interlocutore sulla dottrina, non proprio diffusissima nel cattolicesimo, della reincarnazione.
Il problema dunque non era di fede, ma di sacramenti. Di sacramenti mancanti, per la precisione. È stato dopo un po’ di incontri milanesi con zio John che ho scoperto che lui non era esattamente mio zio, dato che non esisteva nessun matrimonio ad unire indissolubilmente lui e zia Catina.
A lui forse non sarebbe neanche dispiaciuto, però un’altra cosa che, al pari della reincarnazione, i gesuiti di Bombay non erano mai riusciti a togliere dalla testa allo zio John, era l’idea, tutta buddista, che le cose, se devono accadere, accadono da sole e che non possiamo sforzarci per farle succedere. Questa convinzione gli era cara quasi come il ricordo dei suoi studi al collegio di Bombay, e infatti lo zio John la citava altrettanto spesso.

Al contrario di papà, le mie perplessità in materia di fede non avevano dovuto attendere l’arrivo di un papa postnazista: quello postcomunista di prima a me bastava e avanzava. Anche per questo motivo, la notizia che zio John e zia Catina non fossero davvero sposati non mi aveva turbato gran che. Ero al di là di certe minuzie da cattolici osservanti. Ero superiore, io.
O almeno, così credevo, fino a conoscere Virginia.
Illuso.

Ci siamo incontrati a una lezione di Filologia romanza. Mi aveva mitragliato con una tirata sulle dispense del corso, che ancora non erano pronte, era uno scandalo che ancora non ci fossero, come avremmo fatto a prepararci adeguatamente, e poi i suoi preappelli erano andati benone perché lei aveva sempre seguito e quindi aveva intenzione di prendere almeno trenta…
Il ritmo con cui infilava una parola dietro l’altra era stupefacente, ma né la rapidità né il suo attaccamento allo studio erano le prime qualità che si notavano in lei. Mentre una minuscola parte del mio cervello lottava per non perdere il filo dell’argomentazione, il resto era rimasto fisso sulle cose che davvero mi avevano impressionato, a stento trattenute dalla scollatura a cuore di una canotta rosso ciliegia.
Aveva concluso tendendomi la mano: «Che scema, non ti ho ancora detto il mio nome: io sono Virginia!». Ricordo distintamente di aver pensato: con un nome così, o è una pornostar o una suora di clausura. Influenzato dalla scollatura, ho puntato sulla prima ipotesi.
Mai avuto fortuna con le scommesse.

Quando ho cominciato a uscire con Virginia era maggio. Milano stava regalando uno di quei torridi anticipi d’estate che gli studenti più scafati avevano già imparato a combattere, occupando fin dal primo mattino i pochissimi recessi della Cattolica dotati di aria condizionata e lasciando gli inesperti a litigarsi i pochi angoli d’ombra nei chiostri del Filarete. Virginia, che veniva da un paese arrampicato sulle pareti della val Brembana, il caldo lo pativa parecchio e così, oltre alle canotte con scollo a cuore, indossava spesso toppini strizzati, gonne svolazzanti e camicette molto sbottonate.
Il primo pomeriggio che ho trascorso con lei la temperatura passava di sicuro i quaranta gradi. Virginia aveva i capelli raccolti da una fascia e un top che scopriva tutto ciò che era possibile lasciare esposto senza essere cacciati dall’ateneo. L’ho invitata a prendere un gelato in piazza Cairoli e poi a cercare la frescura del parco dietro al castello Sforzesco. Assieme alla frescura, per la verità, speravo di trovare anche un angolo discreto dove dedicarmi ad asciugare il sudore che, anche all’ombra degli ippocastani, scivolava nello scollo del suo toppino azzurro. Non avevo avuto un’idea troppo originale, il parco brulicava letteralmente di coppie impegnate, a sprezzo della calura, in varie manovre di esplorazione reciproca. Dopo venti minuti di cammino – e molte altre goccioline di sudore – siamo riusciti a trovare un ritaglio d’ombra; lì ho capito che era arrivato il mio momento.
Indirizzare un appuntamento verso la svolta erotica non è mai stata la mia specialità, ma mentre avvicinavo il mio viso a quello di Virginia e lei, forse per effetto dell’emozione, accelerava il ritmo della sua chiacchiera, la frase decisiva mi si è presentata alle labbra con una chiarezza senza precedenti. «Basta parlare adesso» ho detto, chiudendole la bocca con un bacio che, nei miei piani, avrebbe dovuto essere il prologo a una serie di evoluzioni da fare impallidire tutte le dannate coppiette che avevamo superato nel nostro cammino.
L’improvvisa pace dei miei timpani dimostrava che il bacio era stato gradito ma, quando dalle labbra sono scivolato verso il collo, accingendomi a scendere ulteriormente per scoprire dove andavano a raccogliersi tutte quelle gocce di sudore, una mano insospettabilmente ferma mi ha abbrancato la nuca, riportando il mio viso verso l’alto.
Tra un assalto e l’altro abbiamo passato due ore al termine delle quali le mie sfrenate fantasie erano state bruscamente ridimensionate e l’unica cosa che dominava le mie sensazioni, superando persino la curiosità per la scollatura di Virginia, era il dolore pulsante che proveniva dai miei testicoli.
Virginia doveva ripartire dalla stazione di Lambrate. Sedici fermate di metropolitana, tre quarti d’ora di caldo allucinante e palle in fiamme.
Tanti anni di ortodossia cattolica non potevano non produrre qualche danno.

* * *


Quella passeggiata al parco Sempione aveva siglato l’inizio di un’epoca: l’Era del Grande Raspone.
Le già accennate fantasticherie, il procedere della stagione calda e delle scollature, i reiterati rifiuti di Virginia e le conseguenti pubalgie da serie A con cui ritornavo dai miei viaggi verso Lambrate, trovavano soluzione soltanto con un consumo sconsiderato di materiale pornografico. La videoteca all’angolo della strada era diventata il mio regno e, sebbene vedessi il gestore solo quando ricaricavo il videomat, il sorriso con cui quell’odioso ciccione m’accoglieva era la prova lampante che ritmo e qualità dei miei noleggi gli erano ben noti. A Virginia per fortuna il cinema non piaceva: evitavo se non altro la tristezza di procurarmi, a scanso di spiacevoli imbarazzi, una seconda tessera dall’odioso Blockbuster.
Dopo qualche settimana di una routine fatta dagli appuntamenti con Virginia, con annessa videoteca del ciccione e il meglio del troiame cinematografico mondiale, mi sono reso conto che stavo pagando un prezzo troppo alto. Una notte il mio coinquilino è rientrato tardi, accolto dall’orrenda scena del sottoscritto nudo e dormiente sul divano, del tutto inconsapevole delle due attrici ungheresi che dallo schermo sembravano intente a cercare un prezioso monile sotto le gale dei loro abiti da principesse.
Alex si è impietosito. Dopo aver aspettato che io mi ricomponessi, mi ha fatto un discorso pieno d’affetto e preoccupazione.
«Così non può durare, lo vedi anche tu».
«E infatti non dura», ho risposto punto nell’orgoglio. «Ci stiamo arrivando, sai? Lei si fida molto di più… Si sta convincendo che io sono quello giusto. Ancora un po’ e…»
Alex mi ha guardato dritto negli occhi: «Pietro, non raccontiamoci cazzate», poi ha sbuffato. «Io ci sono già passato, lo sai», ha aggiunto, riferendosi alla fidanzata ciellina cui dovevamo l’invenzione della doppia tessera da videonoleggio.
«Ma secondo te cosa dovrei fare?»
Il mio coinquilino ha fatto una piccola pausa: «Di mollarla non se ne parla, vero?»
«Stai scherzando?!?» Ho protestato. «Virginia è la mia ragazza: sono innamorato di lei!»
Alex mi ha guardato da un altro pianeta, un mondo su cui l’Era del Grande Raspone si era già abbattuta e che ora si accingeva faticosamente a ripartire, leccandosi le ferite e medicando i danni peggiori. Mi ha guardato con un misto di compassione, affetto e scetticismo. Poi ha scosso la testa.
«Almeno devi variare. Fai qualcosa di diverso».
«In che senso?»
«Non lo so, ma portarla fuori, passare tre ore a tentare invano di rimediare qualcosa e riaccompagnarla a casa di Cristo con i maroni sulla graticola, non è esattamente la mia idea di un rapporto appagante e equilibrato».
«Senti chi parla…» Ho risposto sulle difensive.
«Appunto! È proprio perché so cosa stai passando che ti dico questo. Hai provato a portarla qui? Ti lascio la casa libera…»
Ho scosso la testa: «Figurati se non te l’avrei chiesto. È che lei preferisce di no. Dice che non le sembra corretto venire a casa mia, che ci conosciamo da troppo poco…»
«Ma non si fidava di più?» ha ribattuto Alex con un senso di vendetta. «Non eri tu quello giusto a cui offire la prova d’amore?».
Ho scrollato le spalle in silenzio, sconfitto. Sullo schermo era arrivato un principe con due spadoni, ma quello in metallo era uscito presto di scena.
«Dai, Pietro, non fare così. Portala fuori alla sera. Vedete qualcun altro. Serve anche a lei per cambiare un po’ di prospettiva, no?». Un lampo di speranza si è affacciato dal fondo dei miei occhi. Alex mi ha battuto sulla spalla: «Perché non la convinci a fermarsi da un’amica? Così magari uscite con altra gente, vi distraete. Almeno dai un po’ di tregua anche a loro», ha concluso accennando alle principesse ungheresi.

Gli effetti collaterali del fidanzamento con la Maria Goretti delle valli avevano anche compreso la progressiva scomparsa di tutti i miei amici. Seguendo il consiglio di Alex, ero tornato a contattare quelli che frequentavo prima. Dopo la prima uscita assieme, però, erano tutti inspiegabilmente compatti nel declinare i successivi inviti ad altre divertenti serate in cui lei parlava a mitraglia di qualsiasi cosa, tenendo contemporaneamente a freno la mano con cui tentavo di lambire l’esterno della sua rotula da sotto il tavolo.
Per questo motivo la volta in cui, a un’ora imprecisata della notte, zia Catina mi aveva cercato per farmi sapere che con lo zio John erano appena ritornati da una vacanza in Turchia, avevo colto al volo l’occasione per autoinvitarmi a cena. «E poi», avevo calato l’asso di briscola, «devo farvi conoscere la mia nuova ragazza». Zia Catina aveva strillato la sua approvazione, ordinando seduta stante allo zio John di riesumare i suoi vasetti di spezie indiane per l’indomani: «Jooo! Hai sentito?!? Pietro ci porta la fidanzatina: gli devi fare un curry pazzesco
Il curry dello zio John non mi sembrava la scelta più consona alla calura milanese né tantomeno al palato di Virginia, abituato ai piatti più ruspanti della tradizione valligiana. Ma era notte fonda, Alex mi aveva già pregato di mettere giù il telefono, suggerendo anche una visitina alle dottoresse ungheresi, se proprio non riuscivo a dormire, e così avevo accettato, lasciando zia Catina alle sue urla di giubilo.

Mentre mi avvicinavo alla casa degli zii con Virginia tutta stretta al mio braccio (una posizione che, chissà perché, mi metteva sempre addosso un certo nervoso), mi chiedevo in che modo chiarirle la posizione di zio John in seno alla famiglia. Per un attimo avevo ipotizzato anche di sorvolare ma la scenata che aveva fatto la settimana prima, parlando di una sua ex amica che le aveva annunciato che andava a convivere con il moroso, mi aveva distolto dal proposito.
Avevo quindi preso il discorso alla larga, accorgendomi con orrore che stavo facendo gli stessi giri di parole di mio papà. Prima di arrivare ai colpetti di tosse, Virginia mi aveva interrotto: «Vuoi dirmi che non sono sposati?»
«Oddio, be’, in effetti…»
«Ma che problema vuoi che sia?» Aveva esclamato: «Tuo zio viene dall’altra parte del mondo, due persone che viaggiano così, che hanno visto tante cose… E poi, scusa, ma da quanto tempo stanno insieme?»
«Mah, non lo so di preciso. Sicuro da quando li conosco io… Vent’anni almeno…»
«Dio, che bello. Ma ci pensi?»
In un attimo di assoluta chiarezza mi aveva sfiorato l’idea di chiederle cos’aveva di più bello la convivenza di zia Catina e zio John rispetto a quella della sua amica. Poi Virginia mi aveva stretto più forte a sé, smuovendomi dentro tutta una contentezza speciale e cancellando di botto la mia lucidità.

Stante l’originalità dei nostri ospiti, avevo preparato Virginia a varie eventualità, dai ritardi abissali sulla cena, alla presenza di altri invitati a sorpresa, tenendo per me la più temuta delle prospettive: l’assenza pura e semplice di zio John e zia Catina, partiti una buona volta per l’India e del tutto dimentichi del nostro arrivo. Sorprendentemente invece, tutto era perfettamente in ordine.
La zia Catina già vestita e truccata, la casa fresca e protetta da zanzariere di chiara origine coloniale, il profumo di curry che veniva dalla cucina e, accanto al divano, una caraffa di analcolico colma di ghiaccio e imperlata di condensa. Virginia ha appoggiato la borsa nell’ingresso, accanto al simpatico fallo cingalese in legno che torreggiava sulla madia. Io ho spiato una reazione nel guizzo del suo zigomo ma lei ha sorriso a zia Catina elogiando la fattura di quel pezzo.
«Bello vero? L’abbiamo pagato una cifra ridicola a…»
«Delhi, vero? Ho letto che c’è un mercato bellissimo di oggetti artistici. E questo quadro? Oddio che colori! No, no, non me lo dica! È indonesiano, vero?»
«Veramente sarebbe…»
«Lo so! Malese! L’hai visto Pietro? Ci scommetto che è malese. D’altronde con queste linee così nette, la prospettiva falsata...». Virginia, era evidente, aveva inserito il pilota automatico e stava già saturando di chiacchiere il salotto, lasciando a zia Catina giusto le brevi pause in cui riprendeva fiato.

Da protagonista consumato, lo zio John ha scelto proprio una di queste pause per fare il suo ingresso trionfale. Il calore dei fornelli non gli aveva strappato nemmeno una stilla di sudore. Pantaloni e camicia di lino beige, gilet spinato e sobri braccialetti in rame anticato, non avrebbe sfigurato al bar dell’Imperial Ritz di Calcutta.
Virginia era ammutolita.
Sfumando dolcemente le vocali nella residua ed elegantissima traccia del suo accento inglese, zio John l’ha abbracciata esclamando: «Che piacceree. Come staiii
La performance del padrone di casa è proseguita con l’aperitivo, un mix di ginger ale, pompelmo e sciroppo di menta. «A Toronto ne vanno pazzi!», ci ha informato zia Catina.
Virginia ha lentamente ritrovato la parola, riprendendo quota mentre zio John faceva la spola tra il divano e il suo curry che sobbolliva sui fornelli. Anche a mezzo servizio, però, lo zio dimostrava di poter tenere testa alla mia ragazza. Dando sfoggio di un’abilità perfezionata in anni di esercizio, era in grado di rientrare in qualunque punto della conversazione e dirigerla a suo piacere, senza minimamente urtare i sentimenti dell’interlocutore, pronto a tornare alla fucina del curry a metà della risposta altrui. Con questa tattica è riuscito perfino a infilare nel discorso gli studi dai gesuiti, il battesimo a Bombay e qualche aneddoto delle sue vite passate. Scomparendo e riapparendo dalla porta della cucina, ha dribblato le timide osservazioni di Virginia sull’ortodossia della metempsicosi, intrattenendoci in compenso con i suoi duelli col Barone Rosso nella prima guerra mondiale, quando aveva prestato servizio come aviere della RAF.
«Ma l’ha sconfitto?» Ha domandato Virginia.
«Ovviamente no, cara» zio John ha scosso le spalle, come se stesse uscendo in quel momento dal rottame di un biplano: «Manfred era imbattibile. Ricordo bene la caduta fatale. In sogno, poche notti fa, ho visto la mia tomba, su nelle Highlands. Lo sai, Catina?» ha aggiunto, sparendo di nuovo: «A settembre bisogna proprio che ci andiamo».

L’arrivo del curry ha rinnovato le mie preoccupazioni. «Forse è un po’ piccante, zio…», ho azzardato, osservando l’entusiasmo con cui il cuoco ammucchiava mestolate di riso nel piatto della mia compagna: «Virginia non è abituata…»
«Ma che ne sai?» Mi ha fulminato Virginia: «Ha un’aria stupenda, invece. Come…?»
«Come mai so cucinare?», zio John non faceva nessuna fatica a tenere ben saldo nelle sue mani il timone della conversazione: «In effetti, cara, i membri della casta dei bramini, quella a cui appartiene anche la mia famiglia, non sono abituati a svolgere lavori manuali. Noi siamo piuttosto dediti alla meditazione».
Virginia avrebbe forse voluto interloquire, ma il primo boccone di curry iniziava a produrre il suo effetto. Vedevo le sue guance diventare paonazze, gli occhi riempirsi di lacrime e la sua mano tendersi verso l’unico bicchiere pieno, quello del Lugana ghiacciato. Buttato giù di un fiato il primo, Virginia se n’è versato subito un altro, lasciando zio John libero di riprendere il suo discorso sui bramini.
«L’attività spirituale è la vera prerogativa della mia casta... la preghiera e la ricerca, ecco».
«Davvero», zia Catina mi ha appoggiato una mano sul braccio: «Fanno delle meditazioni… folli. Ma lo sai, Pietro, che possono stare senza mangiare per settimane? Se non li vedi, non ci puoi credere … »
«E allora dove, EHEM!» Virginia boccheggiava, ma non aveva la minima intenzione di darla vinta al curry dello zio John. Frenando il mio tentativo di aiutarla, si è versata il terzo bicchiere di bianco e ha ripreso con voce pigolante: «Dove ha imparato a cucinare così bene?».
«A Roma». Ha risposto gongolante lo zio.
«A Roma?» Ho chiesto io.
«Non dirmi che non lo sapevi!?» Ridacchiava zia Catina: «Allora non sai neanche che il Jo ha cantato con Modugno?»
A quel punto è toccato a me strozzarmi con il riso.

Virginia ed io non abbiamo quasi più parlato. Frenati dalla potenza delle spezie indiane (lei) e sopraffatti dalle rivelazioni dello zio John (io), ci siamo rifugiati nel vino, ascoltando attenti la storia degli anni romani di zio John, l’Uomo che cantò con Domenico Modugno.
In verità lo zio John non era arrivato in Italia per cantare, né tantomeno per dedicarsi alla moda. Suo padre, bramino sì, ma evidentemente poco fiducioso nel valore della meditazione e della ricerca spirituale, aveva imposto a John, l’unico maschio di sette figli, lo studio dell’economia, per potergli trasmettere, nel triste momento della propria dipartita, la gestione degli affari di famiglia (dal che si deduce che, se pure i bramini possono fare a meno del cibo per settimane, la loro è l’unica casta per cui la denutrizione è una scelta). Il papà di zio John aveva quindi pensato di tutelare il patrimonio che favoriva le meditazioni tanto suggestive di suo figlio, spedendolo a studiare Businness Administration presso un parente che risiedeva a Londra.
«Io non ero molto d’accordo», raccontava zio John: «ho sempre amato la moda, ma mio padre era un uomo piuttosto autoritario. Perciò abbiamo parlato a lungo, con tranquillità e rispetto. Non si possono forzare le cose, perché loro accadono da sole. A decidere non siamo noi, ma sempre Qualcuno che sta sopra di noi».
E così, in modo tranquillamente rispettoso, suo papà gli aveva detto di filare a scuola di economia («Era davvero molto autoritario»). Lo zio John l’aveva spuntata soltanto sulla sede degli studi e aveva scelto l’università di Roma.
Naturalmente zio John non aveva mai messo piede alla Sapienza, dedicandosi con entusiasmo a esplorare sartorie e laboratori di modiste. All’inizio degli anni Sessanta Roma era già una città vitale e cosmopolita ma non abbastanza perché quel curioso indiano con aspirazioni di haute-couture potesse passare inosservato.
«E così poco tempo dopo ho cominciato a frequentare l’atelier delle Sorelle Fontana, la sartoria più importante di Roma». Zio John si portò elegantemente alla bocca un sorso di Lugana, sorridendo a Virginia. «Devi pensare, cara, che in quegli anni c’era un’atmosfera folle. Nel laboratorio arrivavano Liz Taylor, Fellini, la Magnani, Walter Chiari…»
«E lei?» Chiedeva Virginia, rapita.
«Io stavo in atelier con le ragazze…»
«Le ragazze?»
«Le tre Fontana». La risposta, in tono acido, è arrivata da zia Catina: «Erano state loro a invitare il Jo, se lo tenevano sempre attorno, tutto il giorno. Capirai… Per il lavoro che facevano…»
Virginia e io ci eravamo scambiati uno sguardo interrogativo, ma lo zio ha proseguito senza battere ciglio: «Stavo a guardare le ragazze che lavoravano, chiacchieravo con quei clienti incrediiibili, ogni tanto davo qualche suggerimento…»
«Figurati quelle! Le idee stupende che ti avranno rubato…» Ha sbottato zia Catina, senza scuotere d’un millimetro la serenità zen dello zio John, che ha aggiunto: «Pensa che c’era anche il piano in atelier. Io cantavo spesso per gli ospiti. Non so se te l’ho detto, Pietro, che ero nel coro dei gesuiti…»
«No, zio, non me l’avevi detto».
«Sì, ero il primo solista. Perché sai, Pietro, io ho studiato a Bombay dai gesuiti…»
«Sì, zio, questo lo sapevo».
«Ah, lo sapevi? Be’, comunque Zoe, una delle ragazze, si metteva al piano, suonava molto bene, Zoe».
«Sicuro meglio di come disegna vestiti».
«Trovi, Cati?» Zio John non avrebbe potuto essere più placido: «Io cantavo… cantavo Les feuilles mortes, My Funny Valentine, Billie Holiday, Falling In Love With Love, ogni tanto qualche vecchio pezzo indiano…» La mano di zio John si muoveva nell’aria come solfeggiando, il suoi bracciali in rame producevano un lieve tintinnio: «Come passano veloci le cose belle».
Virginia ha annuito comprensiva, zia Catina s’è alzata rumorosamente, infilandosi in cucina per recuperare un’altra bottiglia di Lugana: «Una sera che mi sono messo a suonare con Zoe in un piano bar, un corrispondente inglese di mio padre mi ha riconosciuto. Passano due settimane e mi arriva da Bombay questa lettera feroooce. Mio padre mi intimava di rientrare in India, capisci?» Virginia ha sorriso, annuendo. «Il biglietto mi aspettava all’American Express ma per il resto, stop». Zio John si è stretto nelle spalle: «I miei cheques erano bloccati. Non possedevo più niente, solo i soldi che avevo addosso…»
Molto comprensive, le sorelline Fontana avevano dato ospitalità allo zio John: «Mi hanno affidato i primi lavori in sartoria, robetta, giusto da farmi guadagnare qualcosa… Finché Zoe ha avuto un’idea».
L’Idea che avrebbe trasformato mio zio in una star.
Il Cantagiro.
«Mi ha iscritto senza dirmi niente, capisci? S’è presentata una mattina in camera mia», accesso di tosse di zia Catina «col modulo compilato e la data del provino». Per l’occasione zio John aveva sfoggiato il suo cavallo di battaglia: Momenti sì, momenti no, la versione italiana (scritta con Zoe, ovviamente) di Les bons moments di Aznavour.
Dopo essersi molto schermito, zio John ce l’ha accennata con sguardo languido e movenze da crooner. Virginia era una statua, anche zia Catina aveva smesso di tossicchiare, gli occhioni luccicanti per la commozione o magari per gli abbondanti calici di Lugana. La ballatona strappalacrime del grande armeno, le liriche di Zoe, l’interpretazione di mio zio avevano colpito anche la giuria: il Cantagiro è partito e, tappa dopo tappa, “l’Indiano” si è costruito una schiera nutrita di ammiratori. Ben presto era stato chiaro che il titolo sarebbe stata una questione tra zio John e Domenico Modugno.
A detta di zio John la finale incollò alla televisione milioni di italiani e quando, a tarda notte, la giuria giunse a una risoluzione assegnando la palma a Modugno, si scatenarono le proteste. I centralini rai andarono in tilt, i giornali spararono titoli a effetto: «Truffato l’Indiano!», «Modugno = Vergogna».
Nessuno osava interloquire: zia Catina era commossa, Virginia indignata, io stupefatto. Sull’onda dell’entusiasmo, mio zio è arrivato a dire che il suo amico Moravia aveva scritto un editoriale («Siamo un popolo razzista?»). «Poi però ha litigato con il Corriere. Non volevano dargli la prima pagina».
«Nooo!» Hanno sbottato in coro zia e morosa.
«Comunque, dopo due settimane di questa situazione, suona il telefono a Roma. Zoe risponde», nuovo accesso di tosse di zia Catina, «diventa bianca bianca e mi dà la cornetta. “Jo, è Modugno”, mi dice. Pensavo a uno scherzo, non poteva essere lui!»
«E invece?» Virginia era inchiodata alla sedia, il curry ormai freddo nel piatto.
«Invece era proprio Modugno. Ci pensi? Pazzesco! Voleva fare un tour assieme, e anche…», lo zio ha fatto una pausa teatrale: «un disco di duetti».
Eravamo alla fine della quarta bottiglia e molto del mio scetticismo iniziale era attenuato da un sentimento d’indistinta benevolenza che mi distendeva i muscoli facciali in un sorriso stolido. Nel racconto di zio John intuivo dei dettagli sfuggenti, che mi lasciavano perplesso; mentre però mi concentravo per metterli a fuoco, ho realizzato da dove arrivava il senso di quiete che mi avvolgeva da buona parte della serata.
Virginia, al mio fianco, era completamente ammutolita.
Avevo trovato qualcuno capace di lasciarla senza parole. Se le faceva anche cambiare idea sui rapporti prematrimoniali, ho giurato a me stesso in quell’istante, zio John poteva anche raccontarmi di aver sposato Mick Jagger a Las Vegas, e io c’avrei messo la mano sul fuoco.

«Il tour però», ha ripreso lo zio John, «non lo facemmo più. Il corrispondente di mio padre l’aveva informato delle vicende del Cantagiro e lui mi ha scritto di nuovo».
«E…?» Ha sussurrato Virginia.
«Questa lettera era di una dolcezza folle. Mi perdonava, sai?, aveva capito che la mia strada non poteva essere quella dell’economia. Ero libero di dedicarmi al mio vero mestiere. Tempo sei mesi, stavo a Parigi da Dior…»
«Ma… ma come?» Virginia era interdetta: «Tutta quella rabbia e poi…»
«Ma è questa la vera via indiana! Me l’aveva insegnata proprio mio padre. Pensa che lo ripetevo sempre, anche al mio maestro di teologia, dai gesuiti di Bombay. Tu non puoi fare accadere le cose. Le cose decidono quando accadere. Mio padre l’aveva dimenticato, ma quando ha saputo del Cantagiro se n’è ricordato».
Virginia era sul punto di replicare, ma zio John è stato più veloce: «In India tutto è così. Sempre!»
Il vino mi intorpidiva ma cominciavo a sentire come una sfumatura di inquietudine che faticavo a mettere a fuoco.
«È così tutta la vita, non perché lo vogliamo noi, ma perché lo vuole Qualcuno Più Grande di noi».
Lo zio John continuava. La mia preoccupazione si faceva sempre più acuta.
«Il destino non è nostro, e neanche di chi ci ha messo nel mondo. Tutte le grandi guide spirituali hanno predicato la stessa idea: anche Buddha, anche Socrate, anche Gandhi».
«Anche Cristo», ha concluso di slancio Virginia.
Eccoci.
Improvvisamente ho sei anni. C’è mio fratello di fianco a me che singhiozza: «Mamma! Io li voglio vedere gli elefanti!» e mamma che risponde: «Paolino, fa’ il bravo. Mi hai dato la parola d’onore…»
E proprio in quel momento zio John guarda la mia ragazza e le dice: «Ma tu devi andare in India! Ti ambienterai in un modo pazzesco
Ne sono sicuro: mentre Virginia spalancava gli occhi, ho udito distintamente un barrito d’allarme.

* * *


Vorrei poter dire che gli eventi successivi si sono sviluppati in un modo graduale, che Virginia è in qualche modo diventata fredda (più di quanto già non lo fosse, s’intende), che i rapporti tra noi si sono allentati, nel modo inconfondibile che prelude alla fine di una storia d’amore.
Nulla di tutto questo.
Virginia è semplicemente sparita. Da un giorno all’altro, senza preavviso, senza spiegazione.
Scomparsa.

All’inizio non mi sono preoccupato. Nel week end non ci vedevamo quasi mai. Lei rientrava in Valle e io a Verona dove, tanto per non perdere l’allenamento, avevo trovato un videonoleggio non lontano dalla stazione: comodissimo per riconsegnare le cassette prima di rientrare a Milano. Le ho mandato un paio di messaggi senza ricevere risposta, ma non mi sembrava grave. Non quanto il silenzio di lunedì.
Il cellulare costantemente muto, introvabile in università, Virginia ha mancato anche il nostro appuntamento standard: la mattina, in attesa che arrivasse a Lambrate la littorina delle valli, dovevo tenerle un posto in biblioteca, difendendolo con ogni mezzo da torme di ciellini inferociti. Anche Alex ricordava questa piacevole incombenza. Si vede che le ragazze della Cattolica la chiedono così, la prova d’amore ai loro spasimanti.
Quel lunedì ho resistito fino alla tarda mattinata, telefonando a Virginia ogni dieci minuti e rimbalzando i ciellini con tono sempre più aggressivo. Verso le undici è arrivato Alex, il viso disteso di chi ha appena fatto colazione. Si è accomodato nel posto di Virginia e io gli ho spiegato la situazione. «Sarà in Valle», mi ha risposto: «Col fresco che fa lassù, sai come si studia?»
Ben presto ho abbandonato le mie abitudini serali. La mattina, quando passavo all’angolo della strada, il ciccione del videonoleggio mi salutava sempre più mogio. Io gli facevo un cenno e proseguivo verso l’università. Occupavo i soliti due posti in biblioteca e aspettavo, incapace di concentrarmi e sempre più ringhioso. I ciellini dovevano essersi passati parola perché ormai mandavano avanti solo matricole. In tarda mattinata Alex arrivava e si sedeva al mio fianco, ringraziandomi, io restavo sulle stesse dieci pagine fino a ora di chiusura.

Alla fine mi sono risolto a chiamare Virginia a casa sua.
Non ero amato, in Valle. All’inizio della nostra storia avevo commesso l’errore di telefonare tre minuti dopo il coprifuoco delle venti e trenta e mi aveva risposto suo padre, detto il Gruppenführer per il carattere amabile e le progredite posizioni politiche. «Perché cerca mia figlia di notte?» Aveva chiesto.
Per la mia seconda sortita telefonica ho pensato a un’astuta manovra diversiva, chiamando alle tre del pomeriggio.
Il Nazi ha risposto al primo squillo.
«Sono Pietro, studio con Virginia alla Cattolica…», ho calcato con tutte le mie forze sull’aggettivo, mi sono sforzato di far sentire anche la maiuscola. Non è bastato.
«So chi è lei», voce prossima allo zero Kelvin: «Lei è quello che telefona di notte». Certi reati non vanno mai in prescrizione.
«Virginia non è qui».
«Mi potrebbe dire dove posso trovarla, gentilmente?»
«Se proprio deve, provi al cellulare».
«Ma ho già provato! Non…»
«Buongiorno», ha concluso Gruppenführer.
«Sieg heil», ho replicato alla cornetta ormai muta.

C’ho messo un paio di giorni a metabolizzare il successo della telefonata. Alla fine mi sono deciso ad affrontare la trasferta in val Brembana. Proprio mentre uscivo dall’agenzia viaggi con un foglietto pasticciato di orari e coincidenze, ho visto Virginia infilarsi nel metrò davanti a me. Ero sul punto di chiamarla ma mi ha trattenuto una curiosità maligna. È salita sulla rossa, direzione Sesto, e io a seguire, nel vagone dietro al suo. Scesa a Turro, ha percorso una serie di viuzze fino a sbucare in uno slargo con un campetto da basket circondato di cespugli stentati. L’ha attraversato in diagonale, interrompendo la partitella, e si è infilata in un casermone giallino. Mi sono seduto su una panchina, deciso ad aspettarla. Finito il match, uno dei giocatori ha fischiato nella mia direzione: «Due tiri?»
«Non ho le scarpe giuste».
È scoppiato a ridere e ha sventolato un pacchet¬to di Ritzla.

Quando Virginia è riapparsa avevo già svolto diverse sedute di tiro. Mi sentivo decisamente più predisposto alla comprensione. Articolare i concetti invece era diventato molto più difficile, e questa, per un faccia a faccia con Virginia, non era una buona notizia.
Avrei voluto richiamarla con una frase a effetto, di quelle da lasciarla spiazzata, ma mi ha visto prima lei. Senza esitare ha marciato nella mia direzione: «Sei qui?»
«Be’… sì». Non granché come frase spiazzante, ma chi immaginava di dover parlare così presto?
«Mi hai seguita?». Forse aveva acquistato in sintesi quel che s’era perduto in capacità d’osservazione.
«Comunque sono contenta che ci rivediamo. Ti avrei cercato. Dopodomani parto».
«…?»
«Vado in India, un anno. Vado a insegnare italiano a Bombay». Un cenno al palazzone alle sue spalle: «Qui c’è un’associazione…»
«Di gesuiti?» Ho sorriso.
Lei mi ha gelato: «Certo. Tuo zio mi ha convinta. Qui non è il mio posto. Sto solo seguendo la volontà dei miei. Ma le cose non succedono così: “non quello che vogliamo noi, ma Qualcuno Più Grande di noi”».
«Ma…»
«No, Pietro, ci ha provato già mio padre. È inutile che insisti».
«Ma?»
«Ho deciso. Sento che la mia strada è là. L’ho detto anche al mio don, e lui ha capito».
«Ma!»
«Ciao, Pietro, quando arrivi con tuo zio, venitemi a trovare».
Avrei voluto trattenerla, chiederle altre spiegazioni, dire la mia, ma non ho fatto niente di tutto questo. La testa mi girava, mi sono appoggiato allo schienale della panchina. Continuavo a risentire quella frase, «Qualcuno Più Grande di noi», «Qualcuno Più Grande di noi», «Qualcuno Più Grande di noi» e mentre la riascoltavo, la voce di Virginia diventava quella di mio zio… Quando mi è venuta l’idea, il tramonto aveva sfumato in rosso la facciata del palazzo e i tabelloni del campetto.

In centro, il sole era già sparito. Sotto casa di zia Catina l’asfalto si divertiva a rilasciare tutto il calore del giorno. Al campanello non ha risposto nessuno. Li ho aspettati fino alle due, prima di collassare sulla panchina davanti al portone. Mi ha svegliato un tonfo sordo. Il paraurti della Z3 era spalmato su un panettone di cemento, zia Catina controllava il danno. «Ma Jo! Ti avevo chiesto di guardare!» Zio John ha alzato le spalle: «Scusa», ha risposto, senza scomporsi. Poi mi ha visto e ha spalancato le braccia: «Pieeetro! Che sorpresa! Hai visto chi c’è, Cati?»
Io l’ho stretto a me. Poi gli ho puntato gli occhi addosso: «Quando partiamo, zio?»
«Partiamo? Per dove?» Zio John era perplesso. Per la prima volta nella mia vita un’espressione di smarrimento aveva sostituito la sua placida imperturbabilità.
«Per l’India, no?» Ho guardato anche zia Catina: «La seta… l’import-export… Anche Virginia ci aspetta».
«Dio, quant’è carina quella ragazza! Sai che è di una simpatia…»
«Pazzesca, lo so, zia». Mi sono girato verso zio John: «Allora? Quando si parte?»
«Be’, non so, adesso ci dobbiamo pensare. Sono cose che vanno organizzate…»
«I gesuiti!» L’urlo è risuonato nella piazzetta deserta. Nella casa di fronte si è accesa una luce: «Andiamo a trovare i gesuiti. A Bombay! Come saranno contenti di vederti, eh zio? E poi… tuo papà!» Adesso ero frenetico. «Sai che bella sorpresa!?! Dai, zio, facciamolo!»
«Ma, Pietro, io…» Lo zio John si passava la lingua sulle labbra, apriva la bocca per parlare, poi la chiudeva di scatto. Si è girato verso zia Catina con gli occhi impauriti. Lei ha scosso il capo con aria interrogativa. Alla fine un sussurro: «Non posso».
Non ero sicuro di aver capito. Anche zia Catina si è avvicinata.
«Non posso! Mio padre mi ha ripudiato! Ha detto che se mi rivede a Bombay, mi fa rompere le gambe».
«Cosa?» Zia Catina e io ci siamo messi a parlare insieme.
«Ma la lettera?»
«E il perdono?»
«E il tuo vero mestiere?»
«E la via indiana??»
«E Qualcuno Più Grande di noi???»
Lo zio si è ricomposto. Ci ha fatto segno di abbassare la voce. Ha sorriso, un sorriso triste: «Vedi, quando gli è arrivata la notizia del mio successo, mio padre ha pensato che il mio mestiere era la musica. Lo sai, Pietro, che da piccolo…»
«Cantavi nel coro, zio, lo so. E allora?»
«Allora», ha continuato zio John, un velo appena di rassegnazione negli occhi, «da quando mi ha perdonato, mio padre è stato ad aspettare il mio disco con Modugno. Appena ha saputo che invece ero andato a lavorare da Dior, mi ha scritto che non ero più suo figlio e che non dovevo mai più tornare a Bombay».
«Oh, Jo, tesoro!» Ha esclamato zia Catina abbracciandolo.
Anche a me era venuta in mente un’esclamazione, un po’ meno struggente, magari, e invece in quel preciso istante mi ha folgorato un’illuminazione, non diversa da quelle in cui zio John riviveva le sue vite passate in duelli aerei con il Barone Rosso o alla corte di Caterina de’ Medici o sotto la sferza del sole a costruire piramidi. Mentre gli effetti delle canne pomeridiane svanivano e il buio della notte cominciava a schiarire, mentre le prospettive di rivedere Virginia pareggiavano quelle che lei si presentasse da me implorandomi di possederla in ogni luogo, posizione e orifizio passato sul mio vhs negli ultimi mesi, mentre la zia Catina singhiozzava commossa dall’ennesimo, assurdo, paradossale colpo di teatro del suo eterno fidanzato, ho capito che al di là di tutto, matrimonio o non matrimonio, io e lo zio John siamo davvero parenti.

Anch’io so riconoscere Qualcuno Più Grande di me, quando lo vedo.

© 2007 Teo Lorini