Caterina Falconi - In manicomio
Caterina Falconi, In manicomio

Capodanno al circolo


I giorni scivolano via. La presenza di Luisa e il lavoro all’istituto fanno da anestetico. Margie non vuole essere compianta in vita, ha detto così, mi evita e mi maltratta, e continua a sgobbare per l’associazione femminile zoppicando furiosamente dentro e fuori casa. Stregatto si è graffiato tutto il muso, nel tentativo di liberarsi del fiocco, e adesso sembra un randagio rognoso.
Questi sono i giorni che precedono la chiusura dell’anno, e della mia giovinezza. Con molte perdite, e nessuna garanzia per l’avvenire.
Mi sento vivere in una pesta insopportabile attesa. In un cordoglio anticipatorio e nauseabondo. Guardo alle cose con stupore, come se l’accumulo di dolori pregressi e incombenti, e le assenze, mi avessero fatto nuovo.

Capodanno lo passeremo al circolo. Ci hanno invitati e a Luisa va più che bene. Scenderà Francesca, di nuovo, da Bologna, intabarrata nelle sue sciarpe colorate, per un reading del suo romanzo con pianista e attore.
Staremo a vedere cosa succederà.
Il futuro plana sulle nostre teste come un grande ufo, in perfetto silenzio, e in un frullo di luci stroboscopiche.

Tutte le notti faccio sesso con Luisa. Sono biochimicamente appagato, strafatto di ormoni. Ma in un cantuccio del mio cervello il critico condotto aggiorna in continuazione le probabilità di successo… Ho spedito l’ultima copia del romanzo un mese fa. Nelle prossime settimane pioveranno lettere e mail di rifiuto, ma forse, una o due…

Il trentuno Francesca balza sul marciapiede del terzo binario da un treno proveniente da Milano che sembra il Polar Express. Io e Luisa le andiamo incontro. Come prevedevo Francesca è in sciarpa guanti e cappello arcobaleno. Si sta issando un secondo pesante zaino di libri sulle spalle quando ci vede e spalanca le braccia sorridendo da quella fata che è. Ci baciamo e scambiamo pacche sulla schiena. Le prendo uno zaino mentre lei si aggiusta gli occhiali sul naso con la punta dell’indice, e volge intorno uno sguardo interrogativo.
«Andiamo direttamente al circolo?»
«Se preferisci passiamo prima a casa, così ti dai una rinfrescata».
«Non importa, davvero. Ce l’avranno un bagno al circolo…»
E ci avviamo nella notte fradicia di pioggia che la città non riesce più ad assorbire.

Nel circolo c'è una luce dorata e una manciata di spettatori. L’attore confabula al bar con il fondatore, quando vede Francesca la requisisce, e se ne vanno a braccetto nella sala delle presentazioni per provare. Luisa è in un turbine di saluti ed effusioni. È evidente quanto tutti siano contenti di rivederla. Per una volta non sono la star della situazione, ed è confortante. Mi aggiro nelle tre stanze linde e predisposte all’evento, incantato dalle decorazioni sobrie e da un filo di lucine arrotolato che pulsa in un fiasco sul davanzale.
Che modo originale di imbottigliare il Natale…

Alle nove arriva il pianista da Chieti, intirizzito ed entusiasta. Trascina dentro i pezzi di una pianola pesantissima e li rimonta assistito da uno splendore di ragazza.
Mezz'ora di prove con la musica e alle dieci si incomincia.

Siedo in una poltrona e osservo Francesca che legge in un fascio di luce puntato sulla sua figura sottile. La gonna da collegiale. Le lunghe gambe nere nei collant coprenti. Il viso quasi etereo, levigato e madreperlaceo, rimpicciolito in una concentrazione che emoziona. Il pubblico è assorto. Come piccoli sassi le parole dell’autrice e dell’attore increspano la superficie di un tempo residuo che si sfilaccia in attesa che deflagri, sguaiata, la mezzanotte.


2 gennaio. Sette del mattino. Villa di Margie

Voci e tonfi al piano di sotto mi sospingono in superficie: sono sveglio. Resto in ascolto senza muovermi, nella morsa costrittiva di un abbraccio con Luisa addormentata.
Ci metto un po’ a capire: Margie parte, va nella clinica della sua amica dottoressa femminista, a morire. Le sue compagne sono venute a prenderla. Una vescica di freddo mi scoppia in petto. Ma continuo a non muovermi, anzi chiudo gli occhi! perché dalle scale, lento e rotto, sale il passo della mia matrigna, della mia amatissima madre elettiva. Viene a dirmi addio, sforzandosi di fare meno rumore che può. Ecco, è dietro la porta. Forse l’ha aperta. Un piccolo tonfo. Dev’essere metà dentro e metà fuori.
Mi osserva, abbracciato a questa ragazza di cui so così poco. E mi crede addormentato. Perdonami Margie, amica mia. Non ce la faccio a guardarti. E chissà che occhi hai… Addio. Addio.
Un fruscio. La porta si richiude.
Altri tonfi per le scale. Il battito del bastone. Un vocio più concitato al piano di sotto. Tonfi di portiere. Una macchina che parte. Scoppiettio di breccia sotto le ruote.
È fatta!

Mi sciolgo dall’abbraccio di Luisa.
«Mmmh. Dove vai?»
«A bere. Dormi tu. Torno subito».

Scendo al pianoterra barcollando. Il panico mi assale a ondate, incontrollabili, violente. Devo avere la pressione alle stelle. Vertigini.
In salotto trovo quello che cercavo. Il blister del Tavor di Margie sul tavolino accanto al divano. Stregatto si inarca e soffia, sorpreso dalla mia irruzione. Io lo ignoro e mi avvento sui farmaci. Ingoio due pasticche senz’acqua.


4 gennaio. Pomeriggio

Il cielo è coperto da una pelliccia nera. Sembra già notte, ma non è ancora il tramonto, e un blu siringato occhieggia dagli strappi nelle nuvole.
Ha piovuto tutto il giorno. A raffiche, a stille. C’è stato un momento nel primo pomeriggio, mentre andavo in istituto, che il sole è penetrato di taglio fra strati spumosi di nuvole, e un fumo argenteo si è levato dall’asfalto, in volute dense di una bellezza straniante.
Adesso che attraverso il piazzale della stazione ferroviaria, senza ombrello, una pioggerella inconsistente mi crepita sulla faccia, tra i capelli, mi acceca, e il freddo l’asciuga.
Ma perché ho lasciato l’ombrello in macchina?
Sono giorni che faccio cazzate, incatenato ai miei dolori. Suonato dall’angoscia per la morte imminente di Margherita.
Non so neanche dove sia. O quanto tempo passerà prima che… se lo faccia fare.
Un mese le restava, e poi avrebbe incominciato a rincoglionirsi.
Mi chiedo se sia più difficile aspettare lucidamente la data di un suicidio programmato e assistito, o farla finita subito. Entro in stazione. L’atrio è deserto. Luce scarsa. Cattivo odore. La biglietteria è chiusa. Ditate contro lo sportello, biancastre e ripugnanti nella penombra. Una patina di sporcizia sulle pareti. Calpesto il linoleum incalzato da una sensazione di pericolo. E mi infilo in sala d’attesa. Due barboni confabulano su una panchina. Un’anziana e un ragazzo. Forse madre e figlio… sicuramente uniti da qualche intimità. I volti cotti dal freddo e dall’alcol. Dai loro giacconi e dalle teste unte un afrore insopportabile. Costeggio la parete opposta, disturbato dall’invadenza dei loro sguardi primitivi.
Aumento l’andatura ma non riesco a schivare l’assalto dei ricordi. Da ragazzino non reggevo la vista dei barboni. Ero in angoscia perenne per i debiti dei miei genitori. I creditori ci assillavano, più che altro telefonicamente. Quando ci incontravano per strada, dato che non sarebbe stato né bello né furbo inimicarsi il rettore e suo marito l’assessore con azioni legali, mamma rassicurava tutti: avrebbe saldato l’indomani, forse nel pomeriggio stesso. Ma poi non lo faceva, presa dagli assilli coniugali, dai casini in facoltà.
Finché i conti, accumulati per bislaccheria e pigrizia (Sì signora, due etti di prosciutto crudo magro, più tardi passa mamma a pagare…) non erano diventati somme importanti.
Dal droghiere.
Dal macellaio.
Dal dentista…
Ricordo l’imbarazzo degli ultimi tempi, l’umiliazione di quando mi spedivano a fare la spesa dal salumaio, il salumaio con la moglie pazza. La malagrazia con cui mi servivano, arricciando la bocca mentre annuivano contrariati all’immancabile, conclusivo: dopo paga mamma.
A questo sputtanamento a un certo punto s’era aggiunto il contenzioso con le zie per l’eredità del nonno: proprietà indivise, palazzi antichi sfitti che marcivano tra condomini nuovi, perché nessuno degli eredi si prendeva la briga di far riparare un tetto, o i balconi sfondati, col rischio di sostenere tutte le spese da solo…
Margherita, nella sua bella villa inzeppata di meraviglie, era il contrafforte della mia vita. A lei non sarebbe mai potuto capitare un rovescio di fortuna, e finché fosse vissuta io non avrei corso il rischio di ridurmi a mendicare (Margherita dove sei? E se ti muori come faccio io?) come questi barboni. Mi avvento sulla maniglia antipanico della porta che immette sul piazzale interno della stazione e mi catapulto fuori.
L’aria fredda mi riscuote come un ceffone, e il presente ripiomba sui binari, i marciapiedi, le linee gialle che si è pregati di non oltrepassare.
Loro sono già qui, sotto l’orologio rotondo appeso con una catenella a una specie di forca d’acciaio saldata alla pensilina: Gabriele e papà Gianni, di ritorno dal loro paesello sulla montagna. Uno di fronte all’altro, sfalsati di pochi centimetri, quasi testa a testa. Ad angolo ottuso entrambi. Succhiano due mozziconi e si oltrepassano con gli sguardi fissi. Gianni batte i piedi per scaldarsi, poppa fumo. Gabriele ne imita le movenze. Si confonde con il padre in un’intimità gestuale che è altro dall’affetto, e che ho visto praticare anche da coniugi che sapevo detestarsi, mentre si prendevano a braccetto guardando altrove, individuando a colpo sicuro la porzione di pelle dove premere le dita, muovendo il primo passo e i successivi in perfetta sincronia.
Forse è cosi che scopano, incastrandosi l’uno nell’altra in un automatismo sapiente, in una sorta di riflesso, ignorandosi, con sufficiente eccitazione, senza mai fallire, sopraffatti dal terrore di deludersi…
«Gabriele!» Chiamo, distratto da una montata d’affetto per il mio assistito. È successo all’improvviso, e nel modo più semplice: ho guardato da lontano la sua nuca rugosa e ho riconosciuto la lanugine dei suoi capelli. La sua postura sgangherata, quel tremolio, il volto corrucciato nello sforzo di passarsi e ripassarsi nella testa lo stesso logoro pensiero. La giacca cenciosa, i pantaloni da matto. E mi è sembrato tutto giusto… come se fosse un parente.
«Gabriè». Ti voglio bene Gabriè, e vaffanculo. Non so perché ti sento necessario…
Lui non si gira. Ma si curva ancora di più se possibile, addosso al padre, ed è il segno che ha sentito. Gianni si volta verso di me, e solleva il mento in un gesto di saluto, indietreggia di un passo, e scaglia il mozzicone sui binari. Quasi contemporaneamente Gabriele avanza e ripristina la coreografia fotografata dai miei occhi un attimo prima: di lui e il vecchio che si sfiorano con le tempie e formano una specie di ideogramma.
«Gabriele». Insisto avvicinandomi. Ha uno sguardo atterrito… Troppo atterrito! Gli afferro il polso, e lo colpisco ripetutamente sulla mano, per fargli mollare il mozzicone che gli sta bruciando le dita.
«Mi ho bruciato». Fa, e finalmente mi guarda.
«Sì Gabriè, pure tu… ma non ti accorgi che ti stai a bruciare?»
Papà Gianni mi tende la mano, indifferente alla piccola tragedia evitata, e al fatto che avrebbe dovuto intervenire lui. Io gliela stringo. È così che va, con loro, si glissa sulle responsabilità.
«So’ purtat nuccò di vestiti puliti per Gabriele». Comunica, indicando una borsaccia tra i loro piedi. Gabriele oscilla. Io lo afferro per un braccio, e lui dà uno strattone per liberarsi.
Non lo aveva mai fatto con me. Un po' mi ferisce.
Infilo di prepotenza una mano sotto la sua ascella e inizio a trascinarlo. Lui si limita a fare un po’ di resistenza, e si rabbuia di più.
«Molto bene». Commento deluso. «Allora buon anno, signor Gianni. Porto via Gabriele, che ho parcheggiato la macchina dell’istituto in divieto di sosta».
Non è vero.
«Tanto lei ha il treno per tornare al paese, no?»
Non me ne fotte un cazzo che lo sto trattando da scemo. Dopotutto è quello che è, un insufficiente mentale. Alcolista. E che vada affanculo pure lui!
Gianni annuisce imperturbabile come una pecora. Io gli do le spalle e mi trascino appresso Gabriele, senza dimenticare che potrebbe aggredirmi, perché è uno psicotico, e io gli sto facendo violenza.
Dieci minuti dopo, nel traffico, mi dico che mi sono comportato come un’adolescente geloso. Ma sono troppo stanco per arrovellarmi sulle motivazioni delle mie recentissime stronzate. E allora guido e penso alla cena che in refettorio staranno già servendo. Penso che se mamma non avesse dovuto svendere le case sul corso per pagare gli avvocati adesso sarei ricco. Che Luisa riparte stasera e non ha voluto salutarmi perché odia i commiati, e a me è andata stranamente bene. Che quando ritorno a casa mi impasticco. E domani vado da Pino a fami riprescrivere qualcosa. Perché non posso mollare adesso che sono tanto vicino a una meta che presento oscuramente senza sapere cosa sia, e che il ponte per arrivarci è crollato.
«Come stai Gabriè?» Chiedo guardando nel retrovisore.
Nessuna risposta.
Scuote due tappi di flaconcino e li guarda come a volersi inglobare in essi.
Certo che nessuno ti può stanare da un tappo di flaconcino.
Desisto. È contrariato. Sa che lo sto portando in istituto, altrimenti chiederebbe ossessivamente quand’è che torna a casa. Per lui al mondo ci sono solo casa sua e il reparto. E qualche volta le passeggiate in pulmino, per andare al forno. Queste escursioni prevedono la presenza di due operatori: uno guida il gruppo alla panetteria, l’altro resta con Gabriele nel pulmino. Di solito Bruno va a comprare la pizza, e io contengo Gabriele sul sedile, promettendogli che se starà fermo e non tenterà di scappare il collega gli darà due pezzi di pizza.
«E la pizza?» Mi chiede come se avesse sentito i miei pensieri. Non è la prima volta che mi accade, con loro.
«Stiamo andando all’istituto, Gabriele. La pizza la compriamo domani».
«All’istituto?»
«All’istituto».
«E a casa?»
«E a casa mo’ ci sei stato. Non ti è bastato?»
Non risponde. Si accartoccia. Scuote con violenza due volte i tappi, e si impietrisce in un rifiuto impenetrabile.
Io mi do dello stronzo, per avergli rovinato le vacanze. A loro spesso resta l’ultima impressione, come ai bambini. E io ho interrotto il suo cerimoniale di commiato dal padre, fatto di sfioramenti, incantamento e lentezze. È questo che adesso gli sta conficcato in testa: la sensazione confusa di un torto subito, di una separazione imposta. Forse mi detesta. Guardo di nuovo nel retrovisore, trovandoci due occhi fiduciosi e mezzo sorriso. Sembra volersi abbeverarsi alle mie parole.
«Che hai mangiato a casa, Gabriè?»
«I findùs».
«E ti pareva!»
Lui ride sputacchiando.

Pierferdinando piega le felpe dei ragazzi masticandosi il pizzetto. È un cespuglio di capelli nerissimi e peli annessi, né bello né brutto, ma pacioso, coltissimo e buono. Fra gli educatori è il migliore. Due lauree con lode, fa ripetizioni ai liceali senza darsi pena per i concorsi mancati, e arrotonda come può le magre entrate che le supplenze in istituto gli garantiscono. Quando mi vede arrivare con Gabriele a rimorchio sorride animato da una viva simpatia.
«Ciao critico condotto! Come è andato il trasporto del prigioniero?»
Faccio spallucce e scaravento la borsaccia di Gabriele sul tavolo.
«Ci stanno nuccò di vestiti puliti».
Pieferdinando risistema una pila di felpe appena piegate che il lancio della borsa ha fatto crollare.
«Scusa Pierferdinà».
«Fa niente».
«Ma tu non te la prendi mai?»
«E dovrei prendermela per questo?»
Penso che la sua saggezza è un po’ irritante. In quel momento Gabriele richiama la nostra attenzione. «Devo fare la cacca». Annuncia, appoggiandosi alla porta.
«E va’ a farti ’sta sega». Concede Pierferdinando indulgente.

Non so quanti minuti siano passati. Sto finendo di caricare la macchinetta sul tavolino con i barattoli del caffè, il fornelletto e tutto quanto, lo sguardo rivolto a un angolo di pareti picchiettato di muffa, quando la voce di Pierferdinando, improvvisamente roca e perentoria, mi riscuote: «Massimo».
Mi giro verso la porta. Gabriele beccheggia nel vano, la faccia contratta in una smorfia di dolore e costernazione, le mani coperte di sangue. La manopola del lavandino tra le dita scortecciate. Gocce rosse esplodono sul pavimento.
Corro in suo soccorso, gli afferro i polsi e mi imbratto di sangue.
«Gabriele! L’hai smontata… guarda che ti sei fatto!» Grido.
Nelle orecchie ancora il clangore della Bialetti che rimbalza sulle piastrelle, i miei ansiti, l’eco della mia protesta. E poi il fruscio degli abiti di qualcuno strofinati contro i miei. Pierferdinando mi ha raggiunto, e con le mani guantate tenta di strappare le mie dai polsi di Gabriele.
«È pericoloso toccare i fluidi dei ragazzi senza protezione! Vatti a disinfettare, Massimo, che porto Gabriele in infermeria».


Ore 23. Villa di Margherita

È riuscito a smontare la manopola praticamente saldata al lavandino. Erano mesi che ci provava. Ci è voluta tutta la sua forza, la forza di un pazzo, per farlo. E chissà se si è accorto che si stava sbucciando le dita, mentre girava e tirava come un ossesso. Del sangue che rendeva scivolosa la sua presa. Se la soddisfazione di stringere quel cilindretto scanalato tra le mani lo ha ripagato del dolore (ammesso che lo abbia sentito, il dolore). Forse però se io non lo avessi portato a quel parossismo, lui non lo avrebbe fatto. Molte volte, in passato, i miei piccoli atti di crudeltà non hanno avuto conseguenze sul piano materiale. Quando ho bistrattato gli esordienti della piccola editoria che imploravano una recensione, o tormentavo le mie innamorate, e la cara Margie. Loro incassavano, ed era facile scivolare oltre e illudersi di non aver fatto niente di grave.
Ma questo pomeriggio Gabriele mi ha ritorto contro l’effetto della mia stronzaggine. Ed è un contraccolpo che non reggo.
Mi infilo nel letto vestito. Ho un chiodo nel collo. Mi dico che non riuscirò a chiudere occhio, e un istante dopo affogo in una melma oscura.

Mi sveglio di soprassalto. Impossibile dire che ore sono. Cerco tastoni il cellulare. Una risacca di terrori mi sballotta sulla sponda della veglia e mi risucchia indietro. Vedo l'ora e un istante dopo non lo so più. Pigio a memoria i tasti.
«Pronto, Paola…»
«Massimo… che hai fatto? Hai una voce…»
«Paola, dimmi un po’… fai conto che sia per un racconto. Come ci si può far ammazzare, dissimulando il suicidio?»
Silenzio dall’altro capo del filo. E dopo un po’: «Massimo… come stai? Non è che ti vuoi ammazzare e mi stai chiedendo aiuto?»
«Ma no! Non è per me… Oddio che stronzata ho detto. È per una trama. Sto scrivendo…»
«Lo sai che ore sono?»
«Non me ne frega di che ore sono!»
Un’altra piccola pausa.
«E va bene. Se ti può far stare meglio scrivere alle tre di notte… Potresti… ecco, potresti farti iniettare insulina per procurarti un coma ipoglicemico, e digitale per fermare il cuore».
«Ma la puntura…»
«Iniezione invisibile dentro l’ombelico. Stai scrivendo un noir? Sei solo?»
«Sì. E sì».
«E perché?»
«Complicato da spiegare».
«Sicuro che non vuoi che venga lì?»
«No! No, scusa. Meglio non complicarci ulteriormente la vita».
«D’accordo. Non era mica per scopare. Ah, Massimo… puoi contare su di me in qualsiasi momento».


5 gennaio. Ore 10 e 45

Due ore e quarantacinque minuti in sala d’attesa. Pino dovrebbe attaccare alle nove e trenta ma non arriva mai prima delle dieci e mezza. La segretaria gli soffia sollecitazioni telefoniche sprofondata dietro una specie di bancone da macelleria. I pazienti in sala d’attesa sono tra quelli che non hanno cambiato medico, rassegnati agli sbalzi d’umore e alle defezioni di Pino. Stravolti dalla prevedibile attesa ingannano il tempo imprecando e diffamando il dottore.
La segretaria sorride, segretamente compiaciuta di questo innocuo tumulto, che cesserà istantaneamente appena Pino varcherà la porta del poliambulatorio. Le vecchie sono le più accanite: «Na vota è arrivato a mezzjurn. Ha fatt nu pazient sol e se n’è rijit».
Favoleggiano sugli scandalosi ritardi del mio amico. Citano le sue scenate. Ma nessuno si ricorda di quanta gente ha salvato. Di come gli siano bastati un solo sguardo e poche domande, talvolta, per diagnosticare una patologia che solo un’accurata indagine strumentale avrebbe potuto individuare. Di quanto sia bravo. Della sua compassione.
Allungo le gambe davanti a me. Le incrocio, incrocio le braccia sul petto.
Il mio cuore accelera.
Osservo una locandina sul muro di fronte: il viso di una ragazza meravigliosa che affiora dal pervinca dello sfondo, coperto da ricami che mi fanno pensare all’uomo illustrato di Bradbury. Il nome del dermatologo campeggia in alto. Lo conosco. È uno stangone pallido e fascinoso da schiaffare sicuramente in un fantasy.
Il soffitto piastrellato di bianche mattonelle spugnose mi intontisce con il suo impersonale candore. I neon incassati ogni tot piastrelle ardono inutilmente nella luce pastosa del giorno, che irrompe da una vetrata e sbiadisce le nostre facce e i nostri abiti.
È una situazione surreale.
A me non dispiace confondermi con queste persone fobiche e ignoranti, che elencano sintomi e rimedi con un sussiego da indigeni.
I veri malati sono pochi. Si individuano subito: cachettici, torvi, pietrificati sulle poltroncine.
Questi evito di guardarli.

Entra Pino come un refolo.
Spinge la porta con un gomito e ci si infila di traverso, zavorrato da una busta della spesa, dalla valigetta da medico tenuta contro il petto, e impacciato dal cellulare all’orecchio.
«Dunque siamo a questo: alla nausea postcoitale?» Urla nel telefono.
È matto. E chissà con chi sta parlando.
Sento la mia bocca tendersi in un sorriso.
«Buongiorno! Buongiorno signori! Scusa, devo lasciarti. Sono in ritardissimo. Sono in ritardissimo signori pazienti scusatemi!»
Tanto per cambiare. Ma quanto è simpatico! Mi dico mentre intercetto il suo sguardo che fa una rapida ricognizione dei pazienti in sala d’attesa, e si rischiara, probabilmente costatando che non sono i peggiori.
Mi saluta con un’alzata di sopracciglio, chiude il cellulare in faccia al suo interlocutore, se lo infila in tasca, sparisce in un corridoio e ritorna un istante dopo indossando un camice troppo corto per la sua persona, e abbottonato storto.
«Bene signori! Chi è il primo?» Incalza mentre tenta di sistemarsi il colletto, ma poi rinuncia lanciando uno sguardo costernato all’abbottonatura. Sulla faccia di qualche paziente sboccia un sorriso irrefrenabile. Il cellulare si mette a zirlare in una tasca del camice. Pino lo zittisce con un pugno. Si volta, fa per rientrare nella sua stanza. Io mi alzo e lo seguo imitando inconsapevolmente la sua andatura saltellante da coniglio pasquale.

«Allora dimmi. Non mi sembri così ansioso. Vuoi veramente che ti prescriva qualcosa?»
«Paroxetina».
«Perché paroxetina? C’è un farmaco nuovo…»
«L’altra volta è andata bene. Con gli attacchi di panico».
«Tu hai avuto gli attacchi di panico?»
Alzo gli occhi al cielo. Tanto Pino non se la prende. Come fa a non ricordarlo? Venivo tutti i giorni in studio per essere rassicurato. Mi sentivo morire.
«Sì». Rispondo semplicemente. Arreso. Pino è fatto così, è inutile prendersela.
«Vediamo un po’». Si sporge sulla scrivania ingombra di campioni farmaceutici, penne, post-it e fascicoli di vario genere, e mi sente il polso fissandomi con due occhi verde muschio di avvolgente bellezza.
«Mmh, centoventi. Sei spesso così tachicardico?»
«Sempre».
«Non si direbbe. Non si direbbe affatto che sei in preda a un attacco d’ansia. Dissimuli bene». E va all’armadietto dei medicinali. Fruga in un disordine inqualificabile, mentre osservo le sue spalle larghe e le gambe lunghe, e realizzo che fisicamente ci assomigliamo molto. Chissà come sarei stato io, da medico.
«Non è che dissimuli: mi sposto massivamente sul versante razionale. Macino considerazioni sulla mia ansia. Disseziono i miei sintomi. Ma una piccola parte del corpo va per conto suo. Il cuore. Le vertigini».
«La pressione».
«Probabilmente».
Sguscia una pasticca da un blister, la spezza con le mani, si avvicina e me ne infila mezza tra le labbra.
«Ingoia. È betabloccante. Facciamolo riposare un po’, ’sto cuore. La pressione vuoi misurarla?»
«È inutile, sono un fobico: somatizzo a mille. È sicuramente altissima».
«Va bene». E va a sedere sul lettino delle visite. Dondola le gambe. Sembra un ragazzo su un muretto. Sembra Nicolas Cage.
Lo osservo meglio: il suo volto scavato è incupito da una perplessità diversa. Forse si sta chiedendo come affrontare il discorso… Più che il mio medico è un amico.
Ho sempre trovato affascinante il suo approccio alla malattia. Accudisce ai malanni intervenendo sui sintomi. Cura i pazienti o li accompagna alla morte parlando molto con loro. Considerando ulcere, psoriasi, candidosi, come caratteristiche ulteriori della loro personalità. Lui stesso ha varie patologie, e ne parla con noncuranza. È il medico di esorcisti, posseduti, pregiudicati, intellettuali, adulteri. Tutto lo intriga, e niente lo scandalizza veramente. Non teme la morte. E non è ripugnato dal disturbo mentale. Quando mi trascinavo da lui, soffocando per l’ansia, era capace di parlare per venti minuti delle mie pubblicazioni, di un certo scrittore, prima di scribacchiare una ricetta e liquidarmi. Io uscivo pacificato dall’ambulatorio, per crollare un attimo dopo sul marciapiede.
Ma adesso, nei suoi lunghi occhi vellutati, si dibatte un’addolorata perplessità. Riguarda Margie (dopotutto è anche il suo medico): forse sa tutto e vorrebbe parlarne ma non può, perché il segreto professionale lo vincola al silenzio. Mi trafigge con quei suoi grandi occhi tristi in una muta esitazione a vuotare il sacco.
No! Fallo tu se proprio ci tieni.
E non dico niente, perché sento che parlare di Margherita e della sua scelta sarebbe come parlare della sua nudità.
«È una gran donna. Affronterà la fine come ha sempre vissuto, con la dignità di una regina». Taglia corto Pino, perdendo al gioco del silenzio. Salta giù dal lettino, va allo specchio, si sbottona e riabbottona per bene il camice, sistema il colletto, liscia i radi capelli.
Il suo riflesso mi spara un sorriso sconfitto.
«Ti prescrivo il daparox».
E torna alla scrivania con una scrollata di spalle. Ripiomba a sedere. Io, che non mi sono mai mosso dalla poltrona, frastornato dalla sua ipercinesi, mi limito a ruotare il busto verso la sua nuova postazione. Lui compila un foglietto bianco e rosso e intanto dice: «Mezza compressa a colazione. Passi a una dopo una settimana». Strappa la prescrizione dal blocchetto e me la porge. Sto per afferrarla quando ci ripensa e la ritrae.
Restiamo così, con le mani tese e sollevate sulla scrivania, che quasi si sfiorano.
«Ho l’impressione che il problema non sia solo Margherita. Devo dirtelo, Massimo. Ti parlo come un padre».
«Spara», faccio rassegnato e lascio cadere la mano sul ripiano.
«Io credo che tu non abbia la cognizione del tuo valore. Ho letto i tuoi racconti. I tuoi saggi. Trentun anni e un tale talento. Una tale padronanza della lingua. Una tale duttilità. Sei un pescatore di perle. Apri la bocca e incanti i serpenti. Viene da pensare che hai incominciato a scrivere in fasce, oppure che sei un genio. È quello che credo tu sia. Perché un genio non dovrebbe venir su nella provincia di Teramo, Abruzzo? Solo che, periodicamente, sprofondi. Smarrito. Lost. È come se non fossi più in grado di metterti a fuoco». E scrive qualcos’altro sul ricettario.
«Ci ho pensato anch’io, ieri, in termini un po’ diversi…»
«Massimo…» Mi interrompe Pino. «Anche quando le cose riescono, non vanno mai come te le eri immaginate. Ma è una bestemmia non credere in sé, quando si è come te». Strappa il secondo foglietto e me lo porge assieme al primo.
«Ti do quindici giorni di malattia. Ti riposi, e stacchi da quel posto».
Scatto in piedi e acciuffo le ricette.
«Grazie di avermelo detto». Soffio.
«Figurati. Se io avessi avuto più autostima alla tua età, la mia vita sarebbe stata migliore». E si alza per congedarmi.
«No. Non è questo che mi hai detto, vecchia lepre. Tu mi hai detto quanto tempo ci vorrà, perché tutto sia finito».
E allora Pino fa una cosa che non mi sarei mai aspettato. Mi abbraccia dall’altra parte della scrivania, e io ricambio la stretta. Ci riusciamo grazie all’alta statura di entrambi. Piegati formiamo l’ideogramma di una casa, come ho visto fare a Gabriele e suo padre.

© febbraio 2010 Caterina Falconi