Caterina Falconi - In manicomio
Caterina Falconi, In manicomio

Schiarite



Primo febbraio. Forse le nove del mattino
Le navate della cattedrale convergono sulla bara, come ali oscure, velature che fibrillando scompaginano il presente in istantanee che non combaciano. Cammino tra i banchi vergognandomi di indossare un vestito beige estivo, e di essere spettinato e sporco, come se un incubo mi avesse ghermito da una spiaggia in un altrove, e catapultato qui, in una penombra teramana e in un presente lento. C’è la possibilità che stia ancora sognando. Me lo auguro, ma non riesco a vincere questa oppressione, la vergogna. La chiesa è affollata, strapiena, otturata di fedeli parenti conoscenti. Uno sciame di sagome grigie che rifluisce sulle gradinate, e di certo ingombra la piazza.
Cammino verso la bara come uno sposo in un horror, verso il cadavere della mia matrigna cucito in un abito spesso, con un ago infilato nell’ombelico!
Guardatele nella pancia! Grido.
E apro gi occhi.
«Massimo…» Lorenzo sta ai piedi del letto, con uno sguardo liquido e impenetrabile.
«È morta?»
«Stanotte. La riportano a Teramo stamattina».
Schiarisco la voce. «Sei sempre stato al corrente di tutto».
Annuisce sbattendo le suole, come un carabiniere.
Mi tiro su, appoggio la schiena alla spalliera.
«Non voglio andare al funerale».
«Ce ne andiamo in collina». Propone lui, con una precipitazione che mi fa sospettare una lunga premeditazione.
Sorrido, mio malgrado. «Mi vesto».


Ore undici
Ci sono già le ginestre, attaccate alla groppa di terra della collina fasciata dalla statale. E sui prati greggi di pecore sporche. I calanchi sono ferite frastagliate e profonde nei pascoli. Gli uliveti tappezzano grandi aree.
Apro il finestrino. E inalo il profumo dell’erba e dei falò. Sono incapace di descrivermi la scena come si deve. Colgo particolari slegati, come uno schizofrenico. Ma tutto sommato sto meglio di come avevo temuto, solo assediato da un’insopportabile sensazione di pericolo. Dal terrore di poter impazzire da un momento all’altro.
È quello che devono aver provato gli aquilani, dopo l’ultima terribile scossa.
Adesso ne arriva un’altra e ci annienta. Ma non è successo. Non succede neanche a me.
Sono spiaggiato. Definitivamente orfano, senza mai essere stato veramente figlio! E mi dico che quasi sempre le vite sono così: approssimative e incomplete.
«Non l’ho mai comprato, l’antidepressivo che mi ha prescritto Pino». Dico stupidamente, e intanto penso che le campane del duomo stanno suonando a lutto, in questo momento.
«Hai fatto bene». Approva Lorenzo scalando la marcia. Guida, profilo disteso puntato alla strada che curva incessantemente.
«C’è andato a vivere, finalmente, con la sua amante».
«Pino?!»
«Eh sì».
«Wow! Ce l’hanno fatta. Ecco una storia con un finale!»
«Un lieto fine direi. Non capita spesso».
«Non capita quasi mai». Dico, e mi sembra che la mia voce sgorghi da uno sfiancamento aggrovigliato che l’ha tutta strappata.
«Il lieto fine?»
«Un finale. E uno svolgimento coerente…»
«Mmh».
«Vedi, per Margie è stato un po’ diverso. Ha edificato molto, per certi versi. La politica. L’associazione… Per altri ha vissuto come un cd che si inceppa. A strappi. La storia con mio padre… prendi quella. Un colpo di fulmine, e la convivenza dopo dieci anni. E in mezzo? Incompiutezza, abbandoni, ristagno. Gli editor li segano, i manoscritti con queste caratteristiche…»
«Perché pensi sempre a queste cose? La vita non è letteratura».
«Per te».
E sto un po’ zitto, a rimuginare che invece per me la letteratura è la vita, in un modo che non ho la forza di spiegami adesso.
Margie è morta, ma la campagna è così bella nella sua muta, coi ciuffi verdi tra le stoppie, e i prati ispidi, e i tappeti di foglie che marciscono con un odore dolce, che nonostante l’ovvietà del simbolismo e delle immagini, che invadono la mia mente con l’evidenza delle cose nette e stupide, mi sento pacificato.
Arrivederci Margie.


18 febbraio
Dopo un po’ smetti di contare i giorni. Come le volte che fai sesso con un nuovo amore.
Margherita è morta il sei.
Tutti quei discorsi, scritti o letti, sulle cose che restano in casa quando un familiare se ne va, li avevo già sperimentati, con la morte dei miei.
Il tintinnio delle grucce con gli abiti del caro estinto appesi, quando spalanchi le ante degli armadi…
Le pantofole rosa di Margherita abbandonate ad angolo acuto accanto alla bilancia, come soffici bocche spalancate e mute… A volte sono tentato di allinearle con la punta del piede, ma non lo faccio, perché lei le ha lasciate così.
Questa delle scarpe l’ho sentita spesso, a proposito dei morti. Pare che sia un dettaglio che sommuove sempre.
Una volta che Lorenzo si era intrufolato in obitorio per fotografare un suicida di quindici anni, è dovuto arretrare alla vista delle scarpe da tennis ai piedi del morto. Ordinarie, con la gomma consumata. Gli era sembrato insopportabile che a un certo punto quel ragazzino povero e disperato avesse smesso di camminare, e se n’è andato blaterando che era inconcepibile che non gli avessero infilato delle scarpe nuove.
Le cose nuove addosso ai morti conclamano il fallimento della loro manifattura.
Non serviranno mai, mai più, come chi le indossa.

Il tempo in questi ultimi giorni è stato pessimo. E la primavera si sta insinuando nel freddo con mille ripensamenti. Abbiamo avuto settimane di nuvole e precipitazioni, e qualche mattina di cielo scoperchiato e luce che prosciuga.
Con la morte di Margherita (è brutto dirlo, lo so) le mie preoccupazioni economiche sono finite.
Non ha più senso lavorare in manicomio…
Sono passato qualche giorno fa, in segreteria, a revocare la mia disponibilità alle supplenze.
Mario Lorusso mi aspettava al varco, innestato alla sua scrivania. Le spalle esili strette in una giacca di lana a quadrettini, la gobba tra le scapole e il gozzo sporgente. Sembrava un tacchino. L’ho osservato con il distacco della mia nuova condizione di erede universale.
«Non mi sorprende. Quelli come lei non resistono da noi». Ha commentato con livore.
«Quelli come me in che senso?»
«Quelli che… gli intellettuali». Ha spremuto fuori con una certa difficoltà.
«È un tipo di diversità che spiazza le brave persone come lei». Ho ritorto caustico. Lui ha incassato arrossendo. Gli ho teso la mano, e mentre la stringeva riluttante ho pensato: eppure ci hai lucrato tutta la vita, su quell’altro tipo di diversità.
Ho salutato le addette alla segreteria, che sorridevano come la pubblicità di un dentifricio, e sono sceso a trovare Bruno. La porta del laboratorio però era chiusa a chiave, e una collega mi ha detto che i ragazzi erano usciti in pulmino con Anna, per la pizza.
Ho girato i tacchi e sono andato via.

Oggi ho stampato l’ultimo racconto. Quattro in tutto, uno in più del previsto. Scritti, riletti, lasciati a decantare, e di nuovo riletti e corretti, oggi rilucono di una loro perfezione, mentre scorrono sotto i miei occhi nel portatile.
Sono soddisfatto.
Se tutto va bene, domani li rilego e li spedisco. Qualcosa mi dice che potrebbero piacere a Ginevra Bompiani.

Del romanzo non ho avuto più notizie, dopo un’esigua raffica di mail di rifiuto di alcune case editrici. Il silenzio delle altre mi autorizza a sperare…

Esco in veranda, e osservo il giardino. Le gemme sporgono dai rami grigi del prugno. E le foglie della magnolia, afflosciate dalla pioggia degli ultimi giorni, si tendono nel sole lucide e spesse.
Stregatto spruzza una rosa e spicca una corsa da gattino, balza in un cespuglio e manca un esserino guizzante.
«Stregatto, che pessimo sei!» Gli urlo. Lui si spaventa e galoppa nel folto delle erbacce.
Io faccio spallucce.
Un merlo trafora il silenzio con un rotto, intermittente richiamo. C’è qualcosa che pulsa, nella pelle di questa giornata lustra di sole bianco, che vince la mia stanchezza e mi persuade di essere pronto, finalmente, a cambiare.


4 marzo
Luisa torna a Pasqua. Se ci penso annaspo. Ultimamente qualcosa è scemato nei suoi confronti, eppure quando le telefono tra noi si schiude sempre un’intimità fortissima. Comunque sia, in questo lento abbaglio di giorni nuovi, i miei pensieri convergono su un’altra speranza. Trascorsi sei mesi è difficile che le case editrici ti rispondano più. Eppure con tutto me stesso sento che si prepara una novità per me.
Me ne capitano a manciate di cose sorprendenti ultimamente. Una pavoncella mi ha attraversato la strada l’altro ieri, lenta, maestosa e surreale nel suo piumaggio vaporoso. Su un campo accanto a una discarica uno stormo di candide cicogne è spiovuto e ha sostato prima di riprendere la sua migrazione. Il mare ribollendo si è mangiato tutto l’arenile abbattendosi con un’onda immensa, mentre passavo là davanti in treno.
Se tendessi alla psicosi coglierei dei segni in tutto questo, e invece ne sorrido, confortato dall’evidenza dell’imprevedibile nella vita.
Stai tutto il giorno con il cellulare in mano in attesa di un sms, e quando lo posi da qualche parte per andare in bagno lo senti finalmente trillare.
E stamattina il brontolio dello scooter del postino mi ha attirato fuori casa.
Il tempo di vedere la targa minuscola scomparire dietro l’angolo, e di girarmi verso la cassetta delle lettere, in un vapore primaverile, che il cuore mi è scoppiato scorgendo il lembo di una busta gonfia che sporgeva. L’ho sfilata con una certa difficoltà, vacillando nel notare il logo dell’Einaudi stampato accanto al francobollo.
Stringo la busta al petto senza aprirla. Una casa editrice non invia plichi per rifiutare un manoscritto.


14 marzo
Gabriele caro, prima di partire per Torino ti passo a trovare. So che in una delle tue fughe dall’istituto sei stato travolto da un’auto, e ora, un po’ ammaccato ma fondamentalmente illeso, sei in ospedale per accertamenti. Ti immagino aggirarti nella camerata con il pantalone del pigiama un po’ calato, gli occhi celesti che oltrepassano il giochino che scuoti tra le mani.
Io e te stiamo sugli argini opposti della normalità. In mezzo, questo corposo flusso che sfocia nella vita. Ma la differenza tra me e te è che tu stai fermo, e io mi muovo.
E forse stai meglio tu, con i tuoi assistenti, papà Gianni, i tuoi rituali e il tuo mondo contratto che ti intrappola e contiene.
Tra me e il mondo, finora, la fantasia e la scrittura hanno edificato ponti, captato l’ammirazione della gente, attivato sonde di collegamento.
Ma non può bastare.
So che una parte di me resterà per sempre su un personalissimo inespugnabile dolore, a fabbricare storie che tramanderanno frantumi di me.
Ma l’altra, tanto vitale ancora, vuole fluire tra la gente.
E perciò, senza scordarmi di te, domani proverò a tuffarmi.
Voglio riemergere, a lente bracciate, al presente.


Caterina Falconi ringrazia il giovane e geniale critico letterario teramano Simone Gambacorta, che si è divertito a posare, con le debite differenze, per il personaggio di Massimo. E naturalmente Giorgio Pozzi della Fernandel, pazzo incosciente a pubblicarmi, e formidabile editore...

© aprile 2010 Caterina Falconi