Francesca Violi - Un anno a Casale Nuovo
Francesca Violi, Un anno a Casale Nuovo

Cammina


E anche quest'anno ci siamo: l'estate è finita.
Era ora. Le piogge di fine agosto hanno sciacquato via l'afa, così da qualche giorno ho ripreso le mie camminate. Stamattina il cielo è coperto: ho persino messo i calzetti. Bravo, cammina, ti tieni in forma, dice la Vera, che intanto prende la macchina anche per andare dal panettiere.
Cammina: praticamente da quando sono in pensione non faccio altro. La Vera invece - il tempo non le basta mai. Smettere di lavorare l'ha ringiovanita e s'è fatta mille impegni, inglese, il giardino, reiki.Io vengo a camminare qui, lungo la Provinciale. Alla mia destra una strisciata di erbacce e rifiuti di piccolo calibro, a sinistra le due corsie di traffico nervoso. Ma pare che presto allargheranno la carreggiata, faranno delle rotonde e persino una ciclabile. Secondo la Vera sembro un matto, a camminare così, lungo lo stradone, e prima o poi un pirata mi tira sotto. È vero che sono tanti i punti della strada in cui è morto uno. Più d'uno, anche: per esempio dopo l'incrocio, che oltre al lumino per Marione c'è sempre un mazzo di fiori freschi per quella bella ragazza del bar, non lo so il nome. Sempre del paese, più avanti c'è una specie di paracarro in memoria dei fratelli Sartori (non una gran perdita, viene da dire); poi la foto plastificata del rumeno legata al semaforo con un fiocco bianco, e appena prima del nuovo multisala la roccia con la madonnina per la Marinella Valcavi. E il palo fiorito dopo il curvone, certo, dove si è schiantato il ragazzino col BMW.
Se è gente non di qui invece si capisce perché i fiori sono secchi: dopo un po' nessuno viene più a sostituirli.
Per la Vera dovrei andare a passeggiare al nuovo parco fluviale, ma a me non piace: è tutto in mezzo agli alberi e non ci succede niente. Qui invece c'è movimento, i furgoni vanno e vengono, si riempiono e si svuotano; nella vetrina del concessionario sono spuntate le prime giapponesi ibride. Affittasi capannone, cedesi attività! Al posto di un'insegna se ne mette un'altra, da pizzeria a agenzia immobiliare a palestra. Da officina meccanica (la mia) a rivenditore di tende per esterni.
Al piano terra della palazzina verde coi vetri a nastro: è proprio qui che ho lavorato per ventitre anni, e passarci davanti mi mette sempre un po' di tristezza. Mi fa tornare in mente il sollievo che è stato chiudere baracca e andare in pensione. Cioè, un tempo avevo passione per il lavoro. Ci sudavo, io, sui motori, e mi piaceva da matti seguire i progressi, imparare tutte le novità. Poi, piano piano, qualcosa è cambiato: finché a un certo punto ogni volta che entrava un'auto col common rail mi sentivo una cosa – paura, ecco, anche se non l'ho mai detto a nessuno.
È lì che ho capito che ero diventato vecchio, o vigliacco, o tutte e due. Non al primo appuntamento con l'urologo.
È come il ventun giugno: da ragazzo era un giorno che mi faceva rabbia, perché era il punto massimo, e poi le giornate avrebbero ricominciato zitte zitte ad accorciarsi. Adesso invece, tutta quella luce... Troppo! Già il ventidue è un sollievo: di lì si scivola, anche se molto lentamente, verso la fine dell'estate. Finché viene un giorno come oggi, che tra il seccume della gramigna fiorita di cicche vedo qualche foglia giovane a cui le piogge hanno dato coraggio.
Passa un camion troppo veloce e io bestemmio di spavento per lo spostamento d'aria. La ventata improvvisa fa rotolare una bottiglietta di plastica; un garbuglio di nastro magnetico si imbizzarrisce e scuote il cardo a cui è impigliato. Questi nastri, per me è un mistero che ce ne siano ancora. Persino noi a casa siamo passati al CD.
Una goccia di sudore mi cola in un occhio e lo fa pizzicare: a tradimento è tornato fuori il sole, e picchia anche. Mi è venuto l'affanno. Finirà che a forza di camminare mi prende un colpo, altro che pirata. Non mi dispiacerebbe, invece del cimitero, che mi mettessero da qualche parte lungo la provinciale! Non solo il lumino o la foto, tutta la tomba: e la Vera verrebbe in macchina a trovarmi, a fare quattro chiacchiere tra un impegno e l'altro. Sì sì, gliela devo dire questa, che si fa due risate. Sì, e ogni domenica porterebbe fiori dal nostro giardino, che ha minato con bulbi di tutte le razze.
Gran stupidata mettermi le calze. Così mi sudano anche i piedi! Per fortuna sono già al curvone, e mancano centocinquanta metri al bivio (di lì poi prendo una carraia e torno a casa. Non vedo l'ora di buttarmi a letto). Sul margine del fosso, dopo la fila di gelsi, c'è un segnale di pericolo, di quelli col punto esclamativo: il palo, dalla base fin sotto al triangolo, è pieno di fiori e foglie di tutti i colori. E frutti: uva, mele, ciliegie, anche una banana. È proprio una bellezza. Da marzo a oggi, mese dopo mese è diventato sempre più rigoglioso, come se tutte quelle vegetazioni di plastica crescessero davvero. È la mamma del ragazzino che le porta. L'ho vista anche ieri. Però stavolta non aveva fiori da aggiungere, stava solo lì in piedi, ferma vicino al palo, con gli occhiali da sole; il suo Serie 3 (non lo stesso dell'incidente) era fermo a pochi metri con le quattro frecce.
Eh già, adesso che allargano la strada c'è da chiedersi quel palo e la madonnina e gli altri che fine faranno.

© settembre 2009 Francesca Violi