Francesca Violi - Un anno a Casale Nuovo
Francesca Violi, Un anno a Casale Nuovo

Concessione crediti


Undici file di piastrelle avorio bordate di blu separano la tazza dalla parete; piastrelle molto sobrie, perfette per il bagno di una banca. I pantaloni del tailleur ammucchiati intorno alle caviglie, la pratica sulle ginocchia, lascio vagare lo sguardo sulle lisce superfici ceramiche, mentre rifletto sulle occasioni che talvolta la vita ci offre (ormai sono una specialista di queste meditazioni da cesso).
Ieri ho detto alla dottoressa Ricci che cambio gastroenterologo. Già ho la diarrea perenne e scoreggio come un camionista: non ho bisogno anche di una dottoressa stronza. Antoniazzi dice che con suo suocero ha fatto miracoli, ma io non sto meglio di prima, e in più mi trattava a calci in culo. Ero un colon. Per lei, dico. Che intorno al colon ci fosse il resto di me le dava fastidio. (Non solo a lei, eh. Lo so di non avere molti estimatori.) Una volta mi lamentavo degli effetti collaterali di un farmaco, e lei: «Be' signora, se preferisce un bel cancro al colon! Statistiche alla mano...» E scrolla il ricciolame. Perché il buffo è che la Ricci si chiama Ricci e ha una gran testa di capelli ricci, neri, che scuote spesso di qua e di là.
Forse sono un po' stronza anch'io (e quindi niente famigliola felice sul mio desktop, purtroppo); tra i miei pregi non ci metto né la simpatia né la bontà: però quelli che vengono a chiedere un mutuo, per dire, non li tratto come faceva lei con me. E ne arriva di gente strana, di illusi, di ingenui dalle garanzie improbabili. Io mica sono lì a fare la carità, e se c'è da dire di no, lo dico chiaro: però cerco sempre di mostrarmi dispiaciuta, di fargli coraggio per il futuro. Tredici anni sono stata nella compagnia teatrale del paese (ora si è sciolta, e come mi manca!) e ho tutto un repertorio collaudato di sorrisi ottimisti e franche strette di mano.
Il pregio principale della Ricci era lo studio a meno di cinque minuti dalla filiale, nel Grattacielo, ma col diluvio di ieri pomeriggio sono riuscita comunque a bagnarmi i piedi nel tragitto. Il Grattacielo è l'edificio più alto di Casale Nuovo: otto piani di cemento e vetro acidato in cui AFFITTANSI UFFICI. Nove anni fa, finito il cantiere, hanno messo su questo striscione e non lo hanno ancora tolto. (Nove anni fa le mie budella erano ancora in perfetta efficienza.) L'atrio è tutto moderno e colorato ma con un che di triste, come precocemente invecchiato per le preoccupazioni finanziarie; come al solito non ci ho incontrato nessuno e l'ascensore era lì ad aspettarmi. Prendo sempre l'ascensore anche se vado al primo piano.
Poster con foglie rugiadose nell'anticamera, ciclamini rosa e rossi sulla scrivania: lo studio della dottoressa è arredato al risparmio, ma con piccoli tocchi di umanità. Dallo schermo del PC, che si vede dal lettino, sorridono nell'ordine: due ragazzine coi riccioli neri, un cane pure riccio, e un notevole esemplare di marito, rasato a zero (per compensare?). Gran bel pezzo anche dal vivo, comunque.
Con la chioma più selvatica che mai per via dell'umidità, la Ricci mi ha salutato con la solita freddezza. È più giovane di me, minuta, labbra carnose; peccato quelle due rughe, come avesse la bocca tra parentesi. Parentesi che si sono di molto accentuate quando le ho detto che cambiavo medico. Ma si è subito ripresa e ha fatto la professionale, dandomi quasi le spalle per rivolgersi al computer.
«Le stampo i suoi dati clinici per il prossimo curante». Solo i capelli ogni tanto avevano degli scatti, come se volessero scapparle dalla testa.
Mentre la stampante sputava la storia del mio intestino, ho cominciato una serie di evidenti contorsioni per guardare lo schermo del computer su cui nel frattempo era tornata a sorridere la famiglia modello.
«Complimenti, che belle bambine...» dico. «Ma sa che suo marito... È un po' che ci penso, mi pare di averlo già visto!»
Il cambio di tono l'ha spiazzata, le scappa perfino un mezzo sorriso. Al che io, improvvisamente illuminata e con tanto di teatralissima manata sulla fronte, ricordo di averlo visto alla Cassa di Risparmio qui vicino, in cui lavoro («Gliel'avevo detto, mi pare…»), e in cui sono per dirla tutta proprio la responsabile della concessione crediti («Dottoressa Cantoni, sono io, sì. Anch'io nel mio piccolo sono dottoressa, ih-ih». È quasi tutto vero, solo che in realtà suo marito l'ho riconosciuto subito, quando l'ho visto. Lunedì a metà mattina io tornavo dal bagno, e lui era nel cubicolo della Rita. Poco dopo la loro pratica era sulla mia scrivania). Sprofonda la graziosa villetta a schiera ecocompatibile, porzione d'angolo con giardino, inghiottita dalla terra fino all'ultimo pannello fotovoltaico, e la bocca della Ricci diventa una piccola “o” muta tra parentesi.
Uscita dallo studio, mi sono trattenuta fino all'ascensore. Lì finalmente sono scoppiata: e sono andata avanti a ridere, a ridere (e scoreggiare) un bel po' dopo che le porte si sono aperte sull'atrio deserto.
Chiudo la pratica e l'appoggio sul lavandino. Peccato che certi piaceri durino sempre troppo poco! Peccato che, dopo qualche ora o giorno di panico, e magari un paio di discussioni col marito, la Ricci telefonerà alla banca con il cuore che le batte forte e scoprirà che non sono poi così stronza. Schiaccio il pulsante dello sciacquone. Un crampo alla pancia, poi un brontolio. Li ignoro e mi tiro su i pantaloni.

© ottobre 2009 Francesca Violi