Francesca Violi - Un anno a Casale Nuovo
Francesca Violi, Un anno a Casale Nuovo

Sabato dopopranzo


Sabato dopopranzo avevo finito di lavare i piatti e li stavo stendendo sul tavolo, così al telefono ha risposto la Betty.
«È l'avvocato!» mi fa, dopo aver messo giù: «Passa tra un po' a controllare una cosa della caldaia!»
L'avvocato è il figlio della padrona di casa.
«Non poteva avvertire prima?»
«Si è scusato infatti, ma è in giro in bici qui al Parco Fluviale...»
Era già agitata: infatti non mi ha neanche detto niente dei piatti bagnati sul tavolo.
Che la Betty avesse un debole per questo avvocato me ne ero accorto già la prima volta che ci ha fatto vedere l'appartamento. Anche lì è arrivato in mountain bike: però vestito tutto in tiro, da ufficio. Ci ha fatto cenno, si è avvicinato: e subito la Betty ha cominciato a scodinzolare. È andata avanti anche mentre facevamo il giro dell'appartamento. Lui non le dava corda per niente; forse non si accorgeva neanche. Mi fa pena, la Betty, quando fa così solo perché uno ha un po' di soldi. Pena: lì per lì mi incazzo anche. Ma poi mi dico che bisogna capirla. Che a forza di vedere tante sue clienti fare la bella vita, non so, magari. E coi genitori che ha... Bravi cristi, però praticamente parlano sempre dei soldi che non hanno. O di quelli degli altri. Comunque. L'avvocato (cioè, la sua mammina) chiedeva settecento al mese, per la casa. A me sembrava uno sproposito. Gli impianti sono tutti rifatti, dice, e poi è semiarredato. Però c'è la crisi e noi siamo dei buoni inquilini: giovani, due stipendi, e almeno non siamo extracomunitari che da due va a finire che se ne ritrovano dieci. Noi, due siamo e due restiamo, almeno per un bel po'. Alla fine sono riuscito a farlo scendere a seicento, metà in nero.
Nel semiarredamento della casa, una cucina di vent'anni fa e quattro mobili spaiati, è compreso anche il tavolo, quello dove di solito io stendo i piatti invece di usare lo scolapiatti pensile sopra al lavandino. E ogni volta la Betty mi rompe le palle: io però non cedo. Quello scolapiatti là è troppo piccolo. È da nani. E io ho le mani grandi, e le dita grandi, cioè, sono tutto grande, quindi tutto in proporzione no? Le fondine faccio fatica a infilarle nelle scanalature, e prendo sempre contro qualcosa (l'ultima volta ho sbeccato una tazza) e mi cola anche l'acqua giù per il braccio, e insomma quando li lavo io, li stendo sul tavolo i piatti. Che cazzo, ci metto anche sotto uno strofinaccio!
Dice che comunque a forza di bagnarlo il tavolo si rovina. Tanto fa schifo, dico io, e a lei le girano a mille, e in questo periodo poi le girano più del solito: crisi o non crisi, le clienti del salone hanno cominciato coi soliti viaggetti ai tropici e le cerette alla brasiliana. Dice che ormai la vogliono tutte così.
«Anche la Mattei... Col burqa, ci deve andare, a Antigua, altro che svaccarsi a gambe aperte!»
Povera Betty, che la sua brasiliana la posso vedere solo io! Un panorama che non scambierei con mille tramonti alle Maldive. E quando facciamo l'amore glielo dico, e le agguanto quelle sue chiappette di gomma, una per mano, che ci stanno intere, e la tiro giù, su di me, e allora anche lei non ci pensa più, alle sue menate.
L'avvocato è arrivato col naso rosso dal freddo. Stavolta non era vestito da ufficio, ma col piumino e la tuta, e Adidas gialle.
La Betty ha insistito per fargli fare il giro della casa, che vedesse come l'avevamo sistemata; gli faceva da cicerone tra corridoio, bagno e camera da letto.
«Scusi, sa, c'è un po' di disordine...» Non era vero, noi due siamo abbastanza precisi. «E qui sarebbe l'angolo meditazione...»
L'avvocato si capiva che non era entusiasta di questo tour. Quando siamo arrivati alla cucina, dove c'è la caldaia, gli è scappato un sospiro di sollievo, e svelto svelto ha tirato fuori di tasca un foglietto e una biro. Poi però ha visto il tavolo.
«Ah».
Ha schioccato la lingua, anche se in modo educatissimo. «Scusate, eh, ma i piatti bagnati sul... Mia madre ci tiene, e con l'acqua...»
Schiarimento di gola.
«Perché non li mettete...? C'è lo scolapiatti!»
Ho puntato la Betty dicendole con gli occhi: Ti prego.
Ma lei non mi guarda neanche: «Bravo, avvocato, ecco, glielo dica lei! Io è quasi due mesi che cerco di spiegarglielo!» e attacca a raccontare delle nostre liti e a fare la spiritosa su di me, che sono un testone, che sono imbranato per via delle mani grandi eccetera. Le orecchie hanno cominciato a bruciarmi sempre più, e ci sentivo come un fischio lontano.
Credevo di rimanere per sempre così, noi tre nel cucinino, la Betty a sgallinare e a ridere da sola, l'avvocato col foglietto in mano, e io a fissare le sue scarpe finché erano solo due macchie gialle sfocate.
È stato lui a spezzare l'incantesimo: facendo il gesto di guardare l'orologio che non aveva, o comunque non si vedeva, ha detto che gli dispiaceva ma doveva proprio andare. Ha aperto lo sportello della caldaia, ha scritto in fretta quello che doveva, poi grazie tante e via.
Ho aperto la finestra. Volevo fare entrare dell'aria fredda, il più possibile. La Betty sbatteva gli occhi, tipo uno che si sveglia e non capisce dov'è, non so, un sonnambulo.

© novembre 2009 Francesca Violi