Francesca Violi - Un anno a Casale Nuovo
Francesca Violi, Un anno a Casale Nuovo

Tutto bene?


S
ta là, allungato sul divano. Con i piedi nudi che penzolano oltre il bracciolo. Non ho bisogno di guardare per saperlo.
Aggiusto di sale il sugo delle polpette, e dentro lo zoccolo di gomma provo di nuovo a contrarre vari muscoli del piede destro, ma in nessun modo riesco a muovere il mignolo. Forse stanotte me lo sono rotto. Non mi fa male, però. Niente, come se non fosse mio.
E lui di là. Sono abbronzati, i piedi, di un tono più chiari della pelle del divano, e altrettanto lucidi, umidi di foot balsam al karité non ancora completamente assorbito.
Guardo ancora l'orologio: Robi e le bambine dovrebbero rientrare a minuti. Allora lui si alzerà dal divano, si infilerà le infradito e aiuterà vagamente ad apparecchiare; a cena farà fuori due piatti di polpette, e scherzerà con tutti (anche con me, come se niente fosse). Passerà poi quaranta minuti tra camera e bagno, per uscirne più simile che mai a una foto digitale: dopo di che, «Buona serata anche a voi», e di lui rimarrà solo una scia di profumo.
Come ogni sabato da che sta qui.
Per fortuna che a Capodanno c'è questa festa a Berlino: lui poi si ferma lì, da un'amica. Amica... Comunque: entro il 31 se ne va di sicuro. Cosa farà poi, non si sa. In teoria è per quello che dopo Londra si è accampato qui da noi, perché doveva decidere cosa fare della sua vita. Fanno cinque settimane che dorme nella stanza di Alice (contentissima perché può stare nel lettone con noi): va per discoteche con la nostra macchina, si alza alle due, si consuma di abbronzature e depilazioni. «Ma è gay?» Mi ha chiesto la Betty l'altro giorno. Ma quale gay, quello se ne fa una a sera. Per fortuna almeno non ce le porta a casa.
Ovviamente è sempre senza soldi: e allora glieli dà Robi! Va bene, è il grande, è quello sistemato, e col padre che si sono ritrovati capisco che gli sia rimasta l'idea di proteggerlo, suo fratello, come da ragazzini. Di aiutarlo. Io credo che gli farebbe un miglior servizio insegnandogli come va il mondo, ma guai a farlo notare, guai a toccargli il fratellino. Non ammette neanche che è un cattivo esempio per le bambine (sarà un caso che Bianca da un po' ha cominciato a tampinarmi per le sopracciglia: «Mamma, ti prego, posso? Così sembro una scimmia!». Ci mancava). A qualunque osservazione, Roberto risponde che sono io che devo imparare a essere più tollerante: chiaro che si finisce a litigare. Mi è anche peggiorata l'insonnia. Più tollerante! Non posso più fare niente perché ovunque c'è sempre lui!
Lui che dorme.
Lui che fa gli addominali.
Lui che guarda i nostri DVD.
Lui che si asciuga i capelli.
E ieri... A Roberto non l'ho detto. Ma se fosse entrata Alice in bagno, o peggio, Bianca, e l'avesse visto così, tutto nudo? Ho tirato un urlo, ho sbattuto la porta; lui ha chiesto scusa, ma tranquillo, e non è che poi ha chiuso: «Mi spiace, ho le mani incremate, non riesco a girare la chiave!»
Dopo, come se non fosse successo niente.
Io invece non riesco più a guardarlo in faccia. E se chiudo gli occhi lo rivedo, e lo rivedo, nudo e luccicante nel buio delle palpebre, come una lampadina quando l'hai fissata troppo.
Anche stanotte mi sono svegliata di colpo, e non riuscivo più a dormire. Esasperata mi sono alzata e me ne sono andata di là, così, in camicia da notte e piedi nudi.
Lui non era ancora rientrato.
Nel buio della casa ho visto un po' di chiaro dalla camera di Alice: c'erano le persiane ancora aperte. Le ho chiuse. È strano entrare in questa stanza, adesso che ha un odore così diverso. Al buio si sente ancora di più.
Il letto era sfatto. Ho avuto la tentazione di sistemarlo, invece mi ci sono seduta.
Faceva freddo e dopo un po' mi sono infilata sotto al piumino. Il cuscino sapeva di cera per capelli.
Credo di essermi addormentata: all'improvviso ho sentito il portellone del garage.
La pancia si è contratta da sola, ancora prima che io capissi dov'ero e perché c'ero venuta, e il sangue si è messo a correre impazzito. Sono scattata verso il corridoio, ma col piede sinistro ho preso lo spigolo della cassettiera.
Mi ha tolto il respiro.
Quando mi sono ripresa, le chiavi stavano girando nella porta blindata. Zoppicando mi sono infilata nel bagno piccolo, il più vicino, e mi sono chiusa dentro senza accendere la luce. Avevo le lacrime agli occhi dal male. Seduta per terra contro la porta, ho sentito i passi avvicinarsi; sopra la mia testa la maniglia del bagno è andata su e giù un paio di volte.
«Ehi... Tutto bene?» Ha chiesto lui sottovoce. Ma io non ho risposto, anzi, trattenevo il fiato. Stringevo tra le mani il piede che pulsava.
«Tutto bene?»
Dopo un po' se n'è andato nell'altro bagno.
Sono rimasta lì parecchio prima di decidermi a uscire.
Mi sono infilata sotto le coperte senza fare rumore: dietro le persiane era già grigio. Stavo sul bordo del letto per non rischiare di svegliare Alice sfiorandola con le mie gambe gelate. Invece io me le toccavo con le mani, soprattutto il retro delle cosce e i glutei, e sentire questa carne fredda, insensibile, ancora coi segni delle piastrelle, non so perché mi dava consolazione, finché mi sono addormentata.

© dicembre 2009 Francesca Violi