Francesca Violi - Un anno a Casale Nuovo
Francesca Violi, Un anno a Casale Nuovo

What makes a man start fires

(Grazie ad Alessandro, ispiratore di questa storia e indispensabile consigliere per gli altri racconti di Casale Nuovo)


Niente foto questa settimana. Sono soddisfatto, però: ne ho già raccolte ventuno. Non immaginavo che ce ne potessero essere tante, in giro. Potere di Facebook, e di conoscere solo gente che lavora con la musica come me.

Nell'angolo dello schermo lampeggia senza tregua l'ultimo messaggio di Giacomo.
«Ehi, che fai??»
Se rispondessi sinceramente, direbbe che sono malsano, quindi lo ignoro.

Le immagini si aprono a cascata davanti a me.
Le conosco a memoria, eppure trattengo brevemente il respiro.
La prima è presa da destra rispetto al palco; si vedono un gomito e una gamba di Henry Rollins e parecchi dei ragazzi sotto.
Le loro facce in bianco e nero ormai mi sono familiari; le riconosco una per una e molte le ritrovo da una foto all'altra.
Nasi, sguardi, zigomi, un ciuffo, una smorfia: di nuovo li ingrandisco e li scorro meticolosamente, come se potessero rivelare qualcosa che mi era sfuggito fino a oggi; solo che non mi è sfuggito nulla.
Borchie, una maglietta coi buchi, ascelle.
Dopo sette foto compaiono, sfocatissimi, D.Boon e Mike Watt. E una macchia chiara dietro la batteria, presumibilmente George Hurley. Allora non erano molto conosciuti, ma mio fratello era lì per loro. Anche.

1982-83, vengo cooptato in interminabili sessioni d'ascolto di vinili hardcore punk. I Minutemen, spesso. A seguire, esegesi e predica: la vita e la musica secondo Cristian. Agita quelle sue braccia piene di buchi e io, da bravo fratello minore, lusingato da tanta confidenza, faccio finta di capire tutto, senza mai fare domande.

Le lezioni cessano durante i tentativi casalinghi di disintossicazione: superate le crisi d'astinenza mio fratello vaga per casa come sbiadito, e per settimane i dischi restano a prendere polvere.

Capita che le arringhe di Cristian vertano sul prendere in mano la tua vita e avere il coraggio di fare quello che vuoi. Dice queste cose, a volte mi guarda e a me sudano le mani. Mi convinco che, chissà come, ha scoperto tutto: sa dei pensieri che faccio su Benni! Vuole dirmi che va bene anche così, che devo smettere di torturarmi? Va bene se mi viene duro pensando al mio migliore amico sotto la doccia? Poi ricomincia a parlare di riff e di capitalismo e io rimango lì con le mie mani sudate.

I puntini rosa nell'incavo delle braccia sono appena visibili il giorno che lo avvertono del concerto al Virus.
L'abulia lo abbandona all'istante: lo ricordo parlare a raffica, ridere, gesticolare attaccato alla cornetta, improvvisamente vivo e incontenibile.

Ci furono più grida del solito. Minacce, insulti. Mamma e papà ovviamente non volevano lasciarlo andare, e persino io mi rendevo conto che arrivato a Milano come prima cosa si sarebbe cercato una dose.

Soprattutto la mamma era fuori di sé. Cristian era sulla soglia di casa, e lei con una faccia terribile, tutta occhi, afferrò dalla mensola la torre di Pisa segnatempo che avevo portato dalla gita di prima media e gliela lanciò contro. Grossi frantumi di alabastrite bianca e blu volarono per la sala.
Sullo stipite della porta c'è ancora la tacca, profonda, altezza testa. Penso che l'abbia mancato per puro caso.

Cristian si ripresentò a casa una settimana dopo il concerto: disse che al prossimo avrebbe portato anche me. Ovviamente aveva ricominciato a bucarsi.

Quell'anno smisi di spellarmi disperatamente l'uccello sui giornalini porno nascosti dietro i dischi. Fu un enorme sollievo lasciare al loro destino quell'inferno di cosce spalancate e mammelle offerte, e non chiedermi mai più perché su di me non avevano nessun effetto. Anche se ora sono convinto che dopotutto Cristian non sapesse un bel niente dei miei tormenti segreti, e che durante le sue lezioni parlasse semplicemente a se stesso.
Lui prese a stare via di casa sempre più a lungo.
Alla morte di D.Boon, a fine '85, già non lo vedevamo da mesi.
Non siamo neanche mai riusciti a dirgli della mamma: per quanto l'abbiamo cercato non ne abbiamo più saputo niente.

Alla foto dodici ho il solito tuffo al cuore per il tipo con le sopracciglia grosse e la faccia scavata che somiglia tanto a Cristian, ma che ha un tatuaggio sul collo e dunque. Via, lo anniento a colpi di zoom, zoom, zoom, finché va tutto in pixel.

Non è importante. Cioè, sarebbe stato bello trovare traccia di lui in una di queste foto, ma alla fine, anche se non si vede, io lo so che c'è, magari qualche testa più in là. Magari era proprio accanto al tatuato solo pochi minuti prima che la macchina scattasse.

«Luce dei miei occhi, lo so che ci sei!»
Giacomo non demorde.
«Ho deciso, stasera vengo a trovarti».

Mando in stampa le immagini e rispondo:
«Ti aspetto, porta tu la cena».

Nella cameretta ci sono ancora i due letti gemelli. Alle pareti ho appeso manifesti, flier, magliette dei Minutemen. Naturalmente ho tutti i loro album in vinile e cd, video, libri, documentari.
Ogni volta che viene Giacomo mi fa notare quanto patologica sia questo stanza. Dice che dovrei andare a vivere da lui. Lo dice anche papà, ed è l'unica cosa su cui la pensano allo stesso modo.
Le foto le attacco con il nastro adesivo, ben allineate, sopra al letto di Cristian. Sono sgranate. Ho già chiesto ai ragazzi di spedirmi i negativi, per fare delle stampe di buona qualità.

© aprile 2010 Francesca Violi