Francesca Violi - Un anno a Casale Nuovo
Francesca Violi, Un anno a Casale Nuovo

Della mia carne


Per un attimo, un millesimo di secondo, il tocco della tua mano è stato una promessa di piacere, ecco perché stavo per colpirti.
La tua mano mi ha buttato in faccia la realtà: e non solo quella della mia natura bestiale. È come se la mia carne avesse riconosciuto, sotto tutte le buone intenzioni, una verità più profonda: la tua estraneità, il tuo essere il frutto del corpo di un altro.
La psicologa ci aveva messo in guardia: che non si sapeva con precisione cosa avevi passato, e le storie di abusi sessuali là da dove vieni sono comuni. Che avresti potuto avere atteggiamenti del genere. Ma ormai ci sentivamo sicuri.
Dal primo giorno, mai niente di strano. Dopo tre settimane ci chiamavi già mamma, papà, pure se con quei modi seri che ti facevano più grande della tua età. L'italiano l'hai imparato in fretta, a scuola ti sei integrata bene. Dopo tante incertezze ci eravamo finalmente lasciati andare al sollievo, al miracolo quotidiano di una felicità perfetta.
E poi ti sei innamorata di quelle oscene scarpine. Scarpe col tacco, per bambine! Come si fa a produrre una cosa del genere? Le aveva una tua compagna di classe. Rita te le avrebbe anche comprate: hai capito che ero io, che non volevo.
Quel sabato Rita era dal parrucchiere, e avevamo pranzato da soli io e te. Penne al tonno. Eravamo ancora a tavola: tu ti sei alzata, mi sei venuta vicino, hai sorriso, mi hai messo un braccio intorno alla vita. Io cretino, coglione, non ho capito niente: anzi, ero orgoglioso di questa manifestazione d'affetto extra. Poi mi hai guardato con i tuoi occhi a fessura. Ti sei tirata giù gli spallini della canottiera e hai scosso i capelli, in modo esperto ma anche goffo, meccanico, e mi hai appoggiato la mano sull'inguine.
E c'è stato quell'attimo: un presagio di formicolio, di movimento del sangue, appena prima che il cervello potesse subentrare e inorridire.
Ho alzato il braccio di scatto per colpirti. Tu ti sei ritratta spaventata: un gesto che veniva da lontano, come lo scuotere di capelli di prima.
La mia mano è rimasta in aria.
Poi ti volevo abbracciare ma non osavo, non avevo neanche il coraggio di muovere un muscolo: rimanevo lì seduto, mentre tu ti tiravi su le spalline e fingevi di interessarti alle lettere magnetiche sul frigo, dietro di me. Sentivo il rumore: le spostavi di qua e di là, le staccavi e le attaccavi, lentamente.
Un vero padre, continuavo a ripetermi, Un vero padre.
Rita era così felice! Volevo evitarle il dolore che le sarebbe arrivato addosso da tutte le parti: dalla tua sofferenza passata, dalla mia inettitudine. Ho sbagliato, lo so. Avrei dovuto parlarne con lei, con la psicologa. Ma fare finta di niente mi sembrava l'unico modo per non far cascare il mondo. E il nostro mondo finora è andato avanti, malgrado la mia viltà.
Hai continuato a volermi bene. Però... È il senso di colpa che me lo fa pensare, o lentamente ti sei spostata verso Rita, come se non sapessi esattamente cosa fare di me? Ma forse è solo la normale complicità tra madre e figlia.
Quelle scarpine orrende (poi te le abbiamo comperate) sono in cantina insieme alle altre cose che non ti stanno più.
In questo periodo metti solo scarpe da ginnastica. A scuola sei brava; hai un ragazzo, tante amiche. Sorridi spesso.

© maggio 2010 Francesca Violi