Francesca Violi - Un anno a Casale Nuovo
Francesca Violi, Un anno a Casale Nuovo

Impermeabile


Bene, siamo messi bene.
Adesso non riesco neanche più a finire di...
Che poi con Bibo e Nadia di là in camera.
Non so cosa sia più patetico, stare qui con l'uccello in mano e loro a una porta di distanza, oppure non essere neanche in grado di farmi una sega come Dio comanda.
Appoggio il Manara sul tavolino incasinato, e la mia bionda vogliosa continua a toccarsi sotto gli occhi della Pimpa.
Bibo sorride dal portaritratti.
Scusa, topo. Il tuo papà è proprio uno schifo.
Ma cosa devo fare, mi chiedo, che io e Nadia, ormai, tengo il conto: l'ultima volta è stato la sera dell'anniversario, più di tre mesi fa, e quasi saltava anche quella perché a un certo punto lei era sopra di me, io le ho stretto troppo le tette ed è uscito uno spruzzo di latte. Tutti e due siamo rimasti un po' così, io ho tolto le mani. Lei ci ha pensato qualche secondo, poi le mie mani se le è piazzate sui fianchi e ha ricominciato a muoversi fino a farmi venire. Ma giurerei che era soprattutto per ringraziarmi del cuoricino di brillanti.
Perché da quando è arrivato il tòpolo, di fare l'amore... Anzi, da prima, che col pancione si vergognava. E poi i punti. E la stanchezza. E adesso Bibo è fisso nel nostro letto, «così non devo alzarmi, lo attacco al seno e ci riaddormentiamo in fretta tutti e due».
Intanto io rimango sveglio coi miei dubbi e le mie voglie.
Che a tredici mesi un bambino non ha mica bisogno del latte materno, l'ha detto anche la pediatra.
«Ma sì, tra un po' smetto di allattare» la sento dire ogni tanto a sua madre, o a un'amica, però poi non smette. È proprio tipica sua, questa inerzia. Fin dai primi tempi dopo il matrimonio mi ricordo le discussioni per farle buttare via tutte le cavolate che accumulava: fosse per lei, si vivrebbe tra ricevute di ristoranti, fondotinta secchi, calze col buco che «poi le sistemo», post-it che non appiccicano più. E quelle bustine trasparenti allegate ai capi di abbigliamento, con dentro il bottone di scorta, il gancetto? Le terrebbe tutte, lei, ma chi l'ha mai vista riattaccare un bottone! O anche solo ripescare la bustina giusta al momento giusto.
Ma la sua specialità è di entusiasmarsi per qualcosa e poi regolarmente abbandonarla: a poco a poco, facendo finta di niente. In balcone ci sono ancora le piante idroponiche, gialline, moribonde, e speriamo che il caldo gli dia il colpo di grazia. «Ora che sono incinta è meglio che non maneggi fertilizzanti»: le era venuta buona la scusa. Ma la cucina vegetariana, il corso di mosaico, il lavoro a maglia, l'aquagym?
Quando la prendevo in giro per queste cose si vergognava abbastanza, prima. Ci teneva a non mostrare i suoi lati peggiori: mugugnava qualche scusa assurda, però dopo, almeno per qualche giorno, si sforzava davvero.
Adesso invece è diversa. La cyclette per esempio: ho provato a dirle che potrebbe usarla, ogni tanto, già che occupa metà camera; e perdere qualche chilo non le farebbe male. Niente, la cyclette è ancora lì, coperta di vestiti da stirare: non l'ha neanche toccata. Senza giustificazioni particolari: solo, è come se non avessi parlato.
È da quando c'è Bibo che è così. Come se aver creato dal nulla quei tre chili e mezzo di carne viva e perfetta, produrre giorno dopo giorno quel magico latte, l'avesse spostata su un altro livello, dove io e tutte le cyclette del mondo non possiamo arrivare.
La sera si mette lì sul letto col bimbo, si sdraia sul fianco, tira fuori una mammella. Bibo avido si attacca, prende a succhiare a pompa e va in trance: tra le palpebre tremolanti gli si vede il bianco degli occhi.
A volte, se sono nei paraggi, Nadia gira appena la testa verso di me: fasciata dalla camicia da notte lucida, con la pelle velata di sudore, sembra una grossa foca, appagata e impermeabile. E mi guarda con quei suoi occhi liquidi: li strizza, sbatte un po' le ciglia, come se non fosse sicura di vedermi bene. Come se si chiedesse: è proprio lui quello a cui ho dato retta per tutto questo tempo?
Dopo un po' li ritrovo addormentati, lei con la tetta fuori, lui la bocca aperta e un rivolo di latte giù per la guancia.
Io allora cosa devo fare, me ne sto di qua. Un cretino con l'uccello duro. Quando va bene.

© giugno 2010 Francesca Violi