Francesca Violi - Un anno a Casale Nuovo
Francesca Violi, Un anno a Casale Nuovo

Finché fa ancora fresco

Con questo racconto si chiude la serie, iniziata a settembre 2009


Si fa presto a dire cammina: a lei le funzionano tutte e due, le gambe, ha mica metà corpo che va per conto suo, lei, o ’sta gamba matta, zac, zac, che ogni passo che faccio sembra che falcio l'erba! Se poi si può chiamare camminare, questo basculare qua e là appesa al suo braccione. Per farle dispetto mi irrigidisco, sbuffo, ma lei non fa una piega e continuiamo il giro del giardino: «Dottore ha detto tu devi camminare».
Sudo io, suda lei; cerco di respirare dalla bocca, perché dalla Yulka emana una serie di odori, dio santo, che sento perfettamente uno per uno, e potrei dire cosa ha mangiato ieri a pranzo, quand'è l'ultima volta che si è lavata i capelli e quante sigarette ha fumato.
Dopo non so quanto, vengo infine deposta sulla mia sedia a rotelle.
Non tira un filo d'aria. Dice il TG che oggi sarà una delle giornate più calde dell'estate.
Poi guardo di là dalla strada, e sul cancello della Luisa c'è un cartello arancione, di quelli “VENDESI”.
Ah, ecco.
Così alla fine suo figlio si è deciso. Era anche ora. Lo diciamo sempre, Armando e io, Ma cosa aspetta, che vada tutto in malora?
Eppure adesso che vedo quel cartello...
È talmente fosforescente, perentorio: Attenzione! Tutto sta per cambiare!
La casa, il giardino, invece, non si sono accorti di niente, e sono tali e quali a ieri e a ieri l'altro, con la distesa di seccume del prato sotto il sole, la frutta che marcisce sugli alberi e a terra, tanto che l'odore arriva fin qua.
Tra i rami luccica la plastica degli addobbi, e la luminaria rotta che pende dal pesco ruota, lentissima, su se stessa.
Vien quasi da pensare che sarebbe meglio non disturbare, lasciare tutto così.
La casa, il giardino, che se li mangino il sole e la pioggia, giorno per giorno, un anno dopo l'altro.
Dolcemente, senza rumore.
Non è da me, però, pensare ’ste cose. Io che dico che bisogna sempre guardare avanti! Mi sa che dopo il colpo sono rimasta anche un po' tocca nel cervello.
Scuoto la testa e ridacchio da sola.
Via, allora, avanti, meglio pensare ad altro, meglio che guardi il mio, di giardino, così bello e fiorito anche con questo caldo, i gladioli, le dalie, la buddleja svolazzante di farfalle, la passiflora che quest'anno è venuta proprio uno spettacolo.
L'aiuola delle camelie invece sta traboccando: bisogna spostare la canna.
«Sposta la canna» cerco di dire con la metà della bocca non paralizzata, ma ne esce un impasto che ovviamente la Yulka non capisce. Gliela indico, e lei: «Andiamo insieme verso là allora, poi tu siedi su muretto».
Di nuovo allacciate zoppichiamo sbilenche verso la parte più fresca e ombrosa del giardino. Io sempre a respirare con la bocca, ma è una battaglia persa: dopo l'ictus è così, ho questo fiuto esagerato, infatti anche il dottore mi pare spesso che puzzi, e a volte persino Armando, che se c'è uno pulito è lui. Anche i sapori: sono più forti e penetranti, ma non solo. Invece di avere un sapore unico, il boccone si scompone in tanti gusti distinti, e quasi sempre in mezzo ce n'è uno cattivo. Delle volte mi sento in gola, nel naso, persino la storia di quello che sto mangiando, come se il cibo volesse ricordarmi da dove viene, e cosa diventerà: il latte non sa più di latte e basta, ma di stalla, e lascia in fondo al palato una scia acida, di cagliato. Il macinato di cavallo, che crudo mi piaceva tanto con olio e limone, è diventato immangiabile: come si fa a mandare giù una roba che sa di sangue e insieme di marcio? Mi era già successo, una volta, uguale.
«Eccomi!»
Cigola il cancelletto, e da dietro l'eleagno spunta Armando in canotta e calzoncini. Quelle gambe lunghe e secche che escono dalle enormi scarpe da ginnastica argentate non mancano mai di farmi tenerezza.
«In strada fa già un caldo...» Cerca di dissimulare l'affanno, e ha un filone di pane in un sacchetto. «Secondo me oggi si arriva tranquilli a quaranta gradi. Hai finito con gli esercizi?»
«’endeshi» riesco a dire, indicando in direzione della casa di Luisa.
«Ah, sì, ho visto il cartello. Gianandrea si deciderà a tirare giù gli addobbi, almeno, prima di farla vedere. Fanno una tristezza!»
«Di notte con neve erano bellissimi» ci dice, per l'ennesima volta, la Yulka. «Ho anche fatto foto con cellulare e mandata a mio nipotino».
È stata lei a comprare e montare tutte le luminarie, l'inverno scorso. «Signora Luisa all'inizio non voleva, ma poi le piacevano tanto che non ha voluto levare neanche dopo Natale! Lasciamo ancora un po', diceva, e poi...» E poi una mattina la Yulka l'ha trovata stecchita nel letto. Si è bevuta il sonnifero del povero Celestino, quasi due boccette. Perché quando lui era morto, l'anno prima, la Luisa aveva tenuto tutte le sue cose, ci ha spiegato la Yulka: vestiti, biancheria, fazzoletti, scarpe, pipe, occhiali, saponette... Non aveva buttato niente, nemmeno i suoi medicinali scaduti. Che ogni volta che ci penso mi chiedo, invece, io cosa farò dei vestiti di Armando, o lui dei miei, perché prima o poi...
«Allora, Vera, non mi hai detto, li hai fatti gli esercizi?»
«Pochissimo» interviene la Yulka. «Lei mai vuole camminare, tu sai. Me non ascolta! Solo interessa che io do acqua in sue piante!»
«Ma insomma!» Armando mi minaccia col filone. «Com'è che pensi di guarire, così? Devi sforzarti di più. Vieni, appoggiati, ti faccio camminare io mentre la Yulka finisce di annaffiare».
Non è facile mettersi a polemizzare con la bocca semiparalizzata, perciò accetto rassegnata l'avambraccio ossuto che Armando mi porge, e mi lascio issare in piedi.
Da Armando e dal filone fresco emana quel puzzo di lievito e di fermentato che mi riesce tra i più fastidiosi. Esattamente come l'altra volta, l'estate che ero rimasta incinta ma non lo sapevo, perché mi avevano sempre detto che non ne potevo avere, bambini, e poi a quell'età, ormai, figurati: mettevo piede dal fornaio e mi veniva quasi da vomitare. E tutti gli altri odori così forti e strani. Sarà perché ho smesso di fumare, mi dicevo; che se avessi immaginato, non avrei fatto tutti quei tuffi dagli scogli alti. Forse oggi avremmo un figlio di ventun anni: magari ci sarebbe lui qui a sorreggermi e avrebbe un buon odore di pelle fresca. Invece faccio tutti quei sogni col mare, ma sempre un mare un po' triste; sogni neanche buoni da giocare al lotto, che con quelli non ci ho mai vinto niente.
(…Se qua, se là… E io sarei quella del guardare avanti?)
Insomma, cerco di ignorare l'odore di pane, e cammino al braccio di Armando. Ma come sempre, ogni volta che butto avanti la gamba loffia, zac, il mio corpo cede, e prima che intervenga la gamba buona a sostenermi, c'è un secondo in cui devo appendermi, praticamente a peso morto: e regolarmente, a questo punto, sento che lui si irrigidisce di pena. Cammino, zac, mi appendo: e lui ci soffre. Come se ad ogni passo si aspettasse davvero che ci siamo, che questo passo riuscirò a farlo, ma io non ci riesco e mi viene da piangere.
Quando finalmente arriviamo alla panchina di plastica sotto al pino, tutti e due abbiamo il fiato corto per lo sforzo. E per lo strazio.
Si sta bene però, qui. Il profumo balsamico piove giù dai rami verdi carichi di pigne giovani, e poi c'è l'altro, più dolce, di aghi secchi e terra, e quello pungente della resina. In mezz'ora o poco più il caldo li cancellerà e ci rintaneremo tutti in casa a far passare la giornata.
«Ah, oggi iniziavano la segnaletica orizzontale!» Salta su Armando, nuovamente di buon umore. «C'era la macchina, sai, quella per fare le strisce della carreggiata. Vuol dire che i lavori sono finiti. Vuoi vedere le foto?»
Annuisco.
A un certo punto si è comprato una macchinetta fotografica, e ogni mattina se la porta nelle sue camminate lungo la provinciale. In questi mesi ha fotografato ogni sorta di cose: gli altarini per la gente morta negli incidenti, la volta che la strada si è allagata, le villette in costruzione e poi finite, un cane randagio, quando ha nevicato in aprile, la sua ex officina che ora è un negozio di tende, lo sciopero della CasalTubi, il primo papavero, dei vetri sbriciolati tutti luccicanti, le ruspe e i macchinari del cantiere, una farfalla fatta di tappi di birra piantati nell'asfalto. Cose così. Magari gli chiedo di fotografare anche la casa della Luisa.
«Andiamo dentro allora?» Chiede Armando.
Scuoto la testa, e cerco di dire che vorrei rimanere qui un altro po', finché fa ancora fresco.

© agosto 2010 Francesca Violi