Serena Corsi - Reportage da tre continenti e mezzo
Serena Corsi, Reportage da tre continenti e mezzo


Contigo en la distancia


All'Avana c'è un palazzo azzurro di dieci piani uguale a tanti altri: solido di vecchiaia e logoro di brezza e pioggia, con i vetri delle finestre tenuti insieme da grandi X di scotch.
Non tutti sanno che quello è stato il primo palazzo di dieci piani costruito a l'Avana. C'è ancora traccia dei primi imbianchini che, sospesi a un'altezza vertiginosa su travi di legno legate come un'altalena a due funi parallele, pitturavano d'azzurro i balconi: era l'estate del 1944, le prime automobili americane seminavano invidia e scoppiettii per le strade della città che faceva da bordello ai gringos in viaggio d'affari presso la corte del dittatore Batista. Uno di questi imbianchini si chiamava César Portillo de la Luz, e aveva gli occhi dello stesso colore con cui dipingeva la parete, o forse gli erano diventati così azzurri a forza di fissare a una spanna dal naso quella tinta undici ore al giorno per un'estate intera. L’estate in cui scrisse la canzone che lo rese il compositore di boleros più celebre della storia dei caraibi: Contigo en la distancia.

Alla fine di ogni mattinata, quando César aveva già lavorato cinque o sei ore, gli issavano con l'aiuto di una carrucola una scatola che conteneva una manciata di riso, un po' di fagioli ormai freddi e un sigaro: in quella mezz'ora di pausa pranzo lui e l'imbianchino con cui condivideva la trave parlavano poco e mangiavano in fretta per godersi qualche minuto in compagnia del sigaro, e intanto guardavano laggiù, incuranti delle vertigini, le lucenti e mastodontiche automobili portate dagli americani. Buick, Chevrolet, Cadillac e Lincoln dei colori più disparati, una più bella dell'altra: nessuno degli operai sapeva decidere quale fosse la sua preferita. Quella che un giorno, a forza di mani d'azzurro sui primi palazzi dell'Avana, avrebbe potuto comprare per portare la famiglia a Santa Maria del Mar in un giorno di vento, a costruire trappole per i granchi e a sporcare i sedili intonsi con tenaci granellini di sabbia.
Finito il sigaro, tornavano con la faccia rivolta all'intonaco. Per qualche minuto ancora, César cercava di respirare il meno possibile, e non solo perché l'odore del sigaro rimasto nelle narici era ben più gradevole di quello di vernice, ma anche perché quell'aroma fruttato lo aiutava a rievocare i ricordi più belli della sua infanzia, quando fumando il suo puro in veranda suo padre gli raccontava a memoria i pezzi migliori dei grandi classici della letteratura.
Il padre di César aveva fatto l'arrotolatore di sigari in una delle più grandi fabbriche della città, nella quale, come accade anche tutt'ora in ogni fabbrica di sigari dell'isola, c'era un lector, un operaio che in virtù della rara capacità di conoscere l'alfabeto, passava le ore del turno a leggere a voce alta, a beneficio degli arrotolatori. In quell'epoca senza televisione, il padre di César trascorse i dopo cena di un'intera stagione delle piogge a riassumere al figlio I miserabili, ignorando che il silenzio che scendeva attorno alla sua veranda era dovuto alla dedizione con cui anche i vicini interrompevano le loro attività, eccetto quelle sessuali, per ascoltare quelle imprese sconvolgenti.
Il piccolo César sentiva l'odore di tabacco che impregnava i vestiti del suo vecchio, ed era sicuro che quello stesso aroma impregnasse gli ambienti e i vestiti dell'opera di Hugo. Ma la sua fantasia non aggiungeva solo l'odore di tabacco alla paterna recita del racconto. Cominciò, senza quasi rendersene conto, a costruire dentro di sé un accompagnamento musicale per quelle vicende tenute insieme dal fragilissimo e indistruttibile filo della passione.
Aveva soltanto sedici anni quando incontrò la sua prima musa ispiratrice. César stava passeggiando per una via del suo quartiere quando sentì una musica meravigliosa provenire dall'interno di una casa: si avvicinò per spiare dalla finestra e vide una giovane donna suonare una pianola a pedali. Lei teneva gli occhi chiusi per concentrarsi meglio, ma César non ebbe bisogno di chiudere i suoi per lasciarsi travolgere da quello che ascoltava, e iniziò a viaggiare in luoghi sconosciuti, attraversati da lampi sublimi nel momento in cui la bellezza della melodia raggiungeva il suo culmine. Finché non sentì un dolore lancinante all'orecchio e dovette rassegnarsi al padre della giovane musicista che lo trascinava via di lì.
Quando iniziò a lavorare come imbianchino usò i primi risparmi per comprare una vecchia chitarra con cui si mise finalmente a suonare le melodie che gli ronzavano nella testa, ma il suo talento divampò soltanto quando, a ventiquattro anni, incontrò il primo vero amore: una donna un po’ più grande, che lo iniziò ai trucchi del sesso e con la quale visse una passione carnale consumata ovunque tranne che in un letto, poiché nessuno dei due disponeva di una stanza tutta per sé. Compose Contigo en la distancia senza aver bisogno di trascrivere una sola nota, perché la canzone cominciò spontaneamente a risuonargli in quelle orecchie che la donna imprigionava in labirintici solletichii di lingua, e si ripeté nella sua testa decine di volte, invincibile e imperturbabile, durante il sonno che seguiva all'amore.
Erano gli anni Quaranta e la dittatura di Fulgencio Batista governava solidamente l'isola, anche se alcuni ribelli avevano già cominciato a organizzarsi in armi sulla Sierra Maestra. Mentre il resto del mondo arrancava fuori dall'incubo della seconda guerra mondiale, a Cuba l'élite zuccheriera viveva in una bolla di glamour, buona musica e ottimo tabacco. E squadre di businessmen americani venivano a passare le serate nel locale dell'Avana Vecchia in cui César si esibiva quasi gratis, dopo essersi rapidamente lavato via dalla fronte e dai capelli le gocce di vernice, e prima di accarezzare dietro le quinte le cosce della sua bella, che lui giurava emettessero succo di maracujà al culmine dell'amore.
Pochi mesi dopo, nonostante la brusca rottura con la sua ispiratrice alla fragranza di maracujà, che aveva finito per trovare noiose le acrobazie con quel giovane di belle speranze e di modeste prospettive, Contigo en la distancia era già una hit per gli assidui frequentatori del locale, che la intonavano a squarciagola dondolandosi ubriachi nelle volute di fumo. La potenza struggente della canzone non sfuggì a un uomo in completo grigio e borsalino di feltro che si trovava lì al solo scopo di rimediare una ragazza decente. Era un dipendente della Peer International, una casa discografica americana che più avanti l'avrebbe coperto d'oro per aver scoperto in una bettola de l'Avana una miniera di melodie eccellenti.
Prima che César potesse capire cosa voleva dire, gli squali si affrettarono a metterlo sotto contratto. Ma la sua vita non cambiò molto: continuò a fare l'imbianchino ricevendo di tanto in tanto gli scarsi assegni in dollari dalla casa discografica, che nel frattempo faceva fortuna con le sue canzoni, soprattutto con Contigo en la distancia, che negli anni, e poi i decenni a seguire, fu trasmessa migliaia di volte nelle radio di tutto il continente e del mondo, oltre a comparire in un’infinità di telenovelas, film e trasmissioni televisive.
Un giorno, molti anni dopo averla scritta, quando non ricordava nemmeno il nome e l'odore di maracujà della sua ispiratrice, qualcuno mise sul grammofono di César una versione incisa in Italia. Lui stava sorseggiando un bicchiere di Havana Club invecchiato e pensava ad altro, quando la voce della cantante cominciò a diffondersi nella stanza come un profumo, e poco a poco lui si commosse, con il rum che non andava più né su né giù, e il cuore in una stretta mortale. Si innamorò di quella canzone come se l'avesse scritta qualcun altro, e fu eternamente grato all'italiana che gliela aveva restituita sul vassoio argenteo della sua voce. Scoprì che quella cantante si chiamava Mina, e coltivò per tutta la vita il desiderio di baciarle la mano, senza riuscire a realizzarlo mai.
Dopo la Rivoluzione cubana del 1959, la casa discografica lasciò l'isola e smise di fargli avere gli assegni relativi ai diritti d'autore. Dal 1961, quando entrò in vigore l'embargo americano contro Cuba, César dovette rinunciare a tutti i proventi, fermi nelle casse statunitensi della Peer International. Avrebbe potuto lasciare per sempre il suo paese e andare a raccogliere la sua fortuna, ma preferì restare fedele alla rivoluzione e continuare a essere un miliardario virtuale nella sua piccola casa con giardino alla periferia della capitale, a pochi passi dal quartiere Marianao, a guardare i passanti da quella veranda dove aveva ascoltato il riassunto dei Miserabili dalla voce di suo padre, nella strada dove si era preso una cotta spiando la vicina che suonava la pianola a pedali.
Nonostante ciò, all'uscita di scena degli americani il talento di César venne prontamente preso in carico dalla dirigenza di Castro, così che presto César poté smettere di verniciare muri per dedicarsi a tempo pieno a comporre i suoi boleros.
Come ambasciatore culturale di Cuba, negli anni '70 girò tutti i paesi a influenza sovietica; venne invitato in Messico come autore della canzone più importante di un film sulla vita di un grande torero messicano, e in altri paesi latinoamericani in virtù delle numerose telenovelas i cui protagonisti cantavano in ginocchio le sue più celebri canzoni.
Ma a volte rimpiangeva le beate altitudini dell'imbiancare, quel silenzio che permetteva alla musica nel cervello di dilatarsi fino ad accarezzargli i timpani, come una donna che cerca di uscire anziché di entrare, e che nell'istante eterno in cui viene lasciata libera incontra la perfezione.
Era il 1989 quando, a sessantotto anni, andò per l'ultima volta Europa. Sapeva che era la sua ultima occasione per farsi pagare un biglietto e correre a baciare la mano dell'italiana che aveva ricondotto Contigo en la distancia nel suo cuore, ma all'ultimo momento preferì rimanere in Francia, dove quell'anno si festeggiava il bicentenario della rivoluzione francese, e visitare finalmente Parigi.
Per un notte intera la città fu sua. Approfittò dell'oscurità e delle strade quasi deserte per immaginare le carrozze e l'odore della merda di cavallo in un luogo in cui, ora, l’odore di smog copriva tutto. Si accese un sigaro per dare credito alla fantasia di quando era bambino, che quello stesso odore fosse lo sfondo di tutto, e sentì camminare accanto a sé i personaggi dei Miserabili, ascoltò ancora una volta i loro dialoghi perfetti e i rumori dei loro passi concitati sullo sterrato di quelle strade soffocate dall'asfalto.
All'alba si rivolse col pensiero a suo padre, l'arrotolatore di sigari morto in un'altra epoca, per rivelargli che Notre Dame era molto più piccola di come se l'erano immaginata. Ma forse ancora più bella.
E non scrisse mai più una sola canzone.

© maggio 2012 Serena Corsi