Serena Corsi - Reportage da tre continenti e mezzo
Serena Corsi, Reportage da tre continenti e mezzo


La pancia di cibo, la testa di sogni



Yogurt alla menta
Fatima stasera ha ospiti stranieri e si è data da fare tutto il pomeriggio per preparare una tipica cena turca. Malgrado il concetto di aperitivo sia estraneo alla cultura locale, Fatima, che non ha mai messo piede fuori dall'Anatolia ma si vanta di conoscere le mode europee in virtù di qualche mese trascorso ad Ankara in gioventù, decide di dare inizio alle danze servendo un tipico yogurt freddo – l'ayran – insieme a un piattino di beyaz peynir, il formaggio bianco dal sapore semplice con cui è solita fare colazione dopo la prima preghiera della giornata
.

Portava con sé proprio una forma di beyaz peynir quando a sedici anni si ritrovò su un treno diretto ad Ankara, in compagnia di uno zio paterno con velleità di commerciante che aveva chiesto ai suoi genitori di portare con sé nella capitale una delle loro figlie. Fatima non stava nella pelle all'idea di vedere la grande città: a parte questo zio con la mania degli affari, nessuno nella sua famiglia aveva mai messo piede fuori dalla Cappadocia. Le sue sorelle le avevano preparato un grande scialle color caramello da portare sulle spalle nella metropoli, e Fatima ci si stringeva dentro fra il timore e la voglia di perdere l'odore di casa e di venire avvolta da quello della città.
Trascorse tre mesi nella capitale. Nei momenti liberi dai mestieri di casa ne approfittava per lasciarsi affascinare dalla grande città tentacolare che la confondeva e la ammaliava, la disorientava e allo stesso tempo le sembrava famigliare.
La moda degli anni ’60, i cosmetici, le sigarette; la musica di Tarkan Tevetoğlu, i film di Cüneyt Arkin, le ventate d’Europa che arrivavano col treno espresso da Istanbul. I caffè in cui si sedeva sola, dapprima intimorita poi sempre più sicura di sé, le donne che si sedevano accanto a lei e le offrivano di leggerle il fondo del caffè; le risate di gruppo delle ragazze che camminavano coi libri sotto al braccio, provenienti dall'università. Il desiderio di essere come loro.
Un giorno una di queste studentesse la invitò al tavolo e la coinvolse nei loro pettegolezzi. Fatima non ricordava di aver mai sentito discorsi così audaci pronunciati da ragazze, e ben presto si ritrovò a ridere fino alle lacrime. Quella che l'aveva invitata insistette per leggerle i fondi del caffè, e predisse che c'era un uomo strano nel suo destino; un uomo diverso da tutti gli altri.
Anch'io sarò diversa da tutte le altre quando tornerò in Cappadocia, sospirò Fatima. E in effetti quando tornò a Nevşehir, tre mesi dopo, Fatima era diventata una ragazza di città.


Zuppa di lenticchie
Fatima affonda il mestolone nella pentola di zuppa di lenticchie che è andata mescolando quasi senza sosta nelle ultime tre ore. Per un attimo si sporge sul calderone e lascia che il vapore le circondi il volto sereno, cospargendo di goccioline profumate i pori aperti.


Quando lo zio con cui aveva vissuto ad Ankara le aveva proposto di aiutarlo anche nell'attività di artigianato a Göreme, un villaggio che era il cuore del turismo straniero in Cappadocia, Fatima aveva accettato con entusiasmo. Göreme era ancora più piccola di Nevşehir, ma in virtù della propria posizione al centro di una delle più belle valli della regione, stava iniziando ad accogliere i primi avventurosi turisti europei e veniva positivamente sconvolta dall'incontro fra il popolo delle caverne, ovvero i turchi che negli ultimi secoli avevano vissuto nelle formazioni di tufo lasciate in eredità dal vulcano Hasan Dagi, e gli hippy nordeuropei, che a bordo di piccoli furgoni attraversavano i Balcani e la Grecia per venire a vedere coi propri occhi questa valle fuori dal tempo.
Quando lo zio morì in un incidente ferroviario, Fatima e sua sorella maggiore affittarono una stanza dentro a una grotta di tufo e si dedicarono insieme alla sopravvivenza di quel negozietto di artigianato nel centro di Göreme. Era la prima volta che due donne abbandonavano la casa dei genitori senza essere sposate, e il resto del villaggio era diviso tra la diffidenza delle altre donne e l'affascinata curiosità dei maschi.
La prima estate che trascorsero a Göreme, un giovane europeo, che perlomeno portava i capelli corti e non da donna come molti dei suoi compari, prese l'abitudine di fermarsi a bere un tè alla mela nell'ingresso del negozio poco dopo l'ora di pranzo, quando la sorella maggiore di Fatima andava a dormire la siesta come quasi tutti gli altri abitanti del villaggio, e i turisti erano sparsi nelle valli a mangiarsi con gli occhi tutta quella bellezza.
Fatima non sapeva, né avrebbe mai saputo, da quale angolo dello sterminato mondo che aveva intuito durante il suo viaggio ad Ankara, venisse quell'uomo. Dall'aspetto avrebbe anche potuto essere turco, ma si rivolgeva a lei in una lingua strana che scivolava fuori dalle sue labbra con la freschezza di uno yogurt alla menta. Non c'era una sola parola che avessero in comune, persino i gesti per indicare le azioni più comuni provenivano da un alfabeto diverso; eppure Fatima era sicura di aver capito cosa ci facesse quell'uomo tutti i giorni nel suo negozio. E quando lo sentì scivolare accanto a sé nel retrobottega capì che fuori il sole di maggio cominciava a incendiare la polvere delle strade, e che non c'era niente di male a ospitare un cliente nella frescura del negozio; e quando sentì il suo alito di tabacco sussurrare cose incomprensibili si disse che nessuno si sarebbe accorto che lui l'aveva seguita fin nel retro; e comunque dopo non avrebbe avuto più importanza, dopo che lui avesse fatto quel che c'era da fare per poi prenderla in moglie e portarla lontano, in quel paese dalla lingua fresca come la menta.
Fatima si adattò istantaneamente ai costumi europei e perse la verginità senza essere sposata, convinta d'altra parte di averlo fatto col suo futuro marito, che invece poco dopo se ne andò con un sorriso che le sembrava carico di promesse e non si fece mai più vedere. Trascorse il resto del pomeriggio a grattare via le macchioline di sangue che erano cadute sul tappeto su cui aveva lasciato compiersi il suo destino.


Involtini di prezzemolo e formaggio fritti o al forno
Fatima ha un tocco particolare che non si ritrova in nessun'altra cucina della Cappadocia. Nessuno, nemmeno i due figli, conoscono il suo segreto. Perché i suoi Ciğ Börek, gli involtini di pasta sottile fritti e ripieni di prezzemolo e formaggio, sono diversi da quelli di tutte le altre massaie della regione? Interpellata in merito, Fatima sorride e scuote le spalle. A quanto pare non c'è nessun segreto che non sia il sapore speciale della vita vissuta dalle mani di colei che impasta. E ci tiene a indicarsi i fianchi larghi per mostrare che l'abbondanza di gusti si fa spazio nel corpo col passare degli anni.


Da quel pomeriggio di sangue sul tappeto, Fatima non vide mai più lo straniero. Pianse a lungo la propria sorte avversa nelle ore in cui rimase sola in negozio: aveva vent'anni, era abbondantemente in età da marito, ma aveva già rifiutato tutti i pretendenti locali nella speranza di essere portata via da uno straniero. Ora aveva perso anche la verginità, indispensabile per diventare la moglie di un turco.
In questo e in tanto altro Fatima era diversa dalle altre donne di Göreme. Ma, come era scritto nei suoi fondi di caffè in quel bar di Ankara, un uomo strano era in arrivo per lei.
Un giovane curdo che si trovava in viaggio per Istanbul faceva in quei giorni tappa a Göreme e, dopo aver ascoltato le chiacchiere dei locali su una certa bellissima venditrice di tappeti, andò al negozio e si sedette sullo stesso sgabello che tante volte aveva offerto riposo allo straniero, ma rifiutò il tè che lei gli offriva e scansò con un gesto deciso della mano anche i tessuti che lei gli mostrava. Non smise un attimo di fissarla, sfrontato. Fatima sospettava che fosse di qualche anno più giovane di lei, anche se aveva la barba molto lunga, nera come la lava secca sui sentieri della Cappadocia, e morbida come un piatto di karnıyarık, le melanzane ripiene di carne macinata che si sciolgono in bocca. Aveva gli occhi e il naso piccoli e regolari, e lineamenti quasi infantili, come se si dovessero ancora finire di formare. Quella notte Fatima sognò il giovane curdo, e si svegliò di soprassalto, come sua sorella e tutto il vicinato, quando sentì due spari provenire dal loro cortile. Mentre sua sorella si rannicchiava sotto al letto urlando come una pazza, Fatima indossò il velo, si coprì con il grande scialle color caramello e, stavolta sì, andò incontro al suo destino.
Il giovane curdo era venuto a rapirla. Per rendere chiaro a tutti che non avrebbe sentito ragioni, e probabilmente ignorando che le due donne non vivevano coi genitori, si era presentato con una rivoltella e aveva sparato due colpi in aria.
Era lì col suo cavallo, che Fatima montò con la destrezza che i mesi di città non avevano arrugginito. Come nelle migliori favole, lui salì dietro di lei e partirono al galoppo.


Olive, purè di pomodoro piccante e hummus di fave
Come antipasto, e poi come contorno che rimane sulla tavola durante tutta la cena, Fatima distribuisce piattini di prelibate salse da mangiare col pane. Olive, purè di pomodoro piccante, hummus di fave e l'immancabile cacik a base di yogurt, aglio e cetrioli.


Boiram era partito da Dyarkabır, capoluogo del Kurdistan turco, convinto di arrivare a Istanbul e da lì imbarcarsi per la Germania. Ma dopo aver scoperto la singolare bellezza della Cappadocia, e dopo aver osservato dal dorso del suo cavallo i primi stranieri che invadevano la regione con gli occhi fuori dalle orbite per lo stupore, aveva deciso che questa era la terra promessa e lì, e in nessun altro luogo, sarebbe diventato ricco come si era ripromesso fin da bambino. L'incontro con la venditrice di tappeti, che come lui sembrava appartenere solo per caso alla sua terra d'origine, arrivò come un segno di Allah a indicargli che la sua intuizione era stata azzeccata.
Per questo, quando Fatima gli confessò di non essere più vergine, Boiram non si stupì tanto di lei, bensì del Dio che dopo tante conferme gli inviava una prova. Mentre Fatima aspettava la sua decisione all'ombra di un albero di albicocca in compagnia del cavallo con cui avevano cavalcato fin lì, Boiram si interrogò sul da farsi fumando tabacco arrotolato nella carta di riso. Camminò per una buona mezz'ora avanti e indietro sul promontorio che aveva scelto per ammirare il panorama durante il loro primo e ultimo tramonto da fuggitivi. Da copione, quella sera stessa avrebbe dovuto chiedere la mano di Fatima a suo padre. Ma come poteva sposare una donna che non era più vergine?
Alla fine tornò verso di lei e le disse cosa aveva deciso. Fatima spalancò gli occhi e ci pensò a sua volta, intuendo, man mano che il sole tramontava e la notte li circondava lanosa, che non le rimanevano alternative. E provò per quel ragazzo con la rivoltella una strana e malinconica gratitudine: lei e Boiram sarebbero rimasti insieme, insieme avrebbero mandato avanti il negozio e messo su famiglia. Ma lui non l'avrebbe mai sposata.
Il tema del matrimonio sarebbe rimasto nell'arco dell'intera vita il loro nodo irrisolto, un groppo in gola che non saliva né scendeva, una buccia di melanzana che ora impediva ad altre pietanze di scivolare dolcemente verso lo stomaco. Ma forse, se non ci fosse stato questo nodo, questo elefante al centro del loro salotto – un salotto sempre più dignitoso che ospitò la prima televisione a colori di Göreme – Fatima non avrebbe finito per sentirsi così legata a quell'uomo bello e incomprensibile. La continua, estenuante battaglia per farsi sposare, che ancora conduceva dopo avergli dato due figli, anziché consumarla sembrava nutrirla di un carburante rinnovabile fatto di conti in sospeso.
Il curdo, intanto, si rivelò un imprenditore nato. Non era affatto taciturno come si era mostrato con lei quel primo pomeriggio, anzi era un formidabile intrattenitore. In poco tempo imparò l'inglese e diventò il commerciante più in voga presso i turisti stranieri di passaggio a Göreme. Era costantemente indaffarato con le vendite o con le public relation, che aveva già capito essere sostanzialmente la stessa cosa. Quando Fatima rimase incinta del primo figlio, all'inizio degli anni ʼ80, il turismo in Cappadocia era già diventato un affare serio; non c'erano più solo gli hippy che arrivavano coi loro furgoni sgangherati, ma anche gente con maggior disinvoltura col denaro contante, giovani manager francesi con il vizio dell'avventura, lavoratori spagnoli e italiani che cercavano un paese in cui godersela spendendo poco, tedeschi convinti, dalle kebabberie spuntate come funghi dalle loro parti, che in Turchia si mangiasse bene…
E tutte queste novità non gli impedivano di svolgere con altrettanta cura la parte di quasi marito. Ogni sera Boiram massaggiava le sue caviglie, che tendevano a gonfiarsi, prima di stendersi accanto a lei e raramente godere dei suoi favori, stanco com'era della giornata di lavoro. Ascoltava con un orecchio solo le frecciatine di Fatima sulle bellissime straniere che circolavano nel negozio – chi meglio di lei poteva capire il fascino di quelle lingue mentolate?, e le rispondeva senza scomporsi. Come in ogni altra cosa che faceva, Boiram si teneva al riparo da critiche. Allevava i loro figli con sporadici gesti d'affetto e una sistematica autorità, una combinazione che Fatima giudicava perfetta. Il suo non matrimonio era in fondo più armonioso di tanti matrimoni che la circondavano.
Fatima stava iniziando a convincersi che il loro era un matrimonio a tutti gli effetti e, diciassette anni dopo aver messo al mondo il primo figlio, Sayit, si apprestava a invecchiare come una matrona molto più ricca di quando era nata. Ma di nuovo dovette scoprire di non conoscere davvero l'uomo che aveva accanto. Boiram non si accontentava di avere successo con quelle vendite al dettaglio: sognava di trasformare la fiorente bottega di Göreme in un commercio di esportazioni artigianali verso qualche paese del Nord Europa, e coltivò il suo sogno con l'operosità di una formica finché non si presentò l'occasione di partire.


Riso con fettine di fegato, uvetta, pinoli, noci e cannella
È il momento di assaggiare il piatto che Fatima cucinò per convincere suo marito a restare a Göreme, presentendo che se fosse riuscito a entrare in Europa ci sarebbe rimasto. La sola fragranza afrodisiaca sarebbe dovuta bastare a farlo desistere. Ma forse la donna aveva contato già troppe volte sul suo piatto forte, perché non riuscì nell'intento.


D'altronde lui non era tenuto a convincerla, per andarsene. C'erano ancora quei brandelli di verginità tra loro, quel debito antico del quale non c'era più stato bisogno di parlare, ma che non per questo era stato estinto. Nonostante grazie a lei Boiram fosse diventato il più invidiato e capace commerciante dell'intera Cappadocia, entrambi sapevano che nessuno l'avrebbe giudicato male se lui l’avesse semplicemente e in qualsiasi momento abbandonata.
Disse che sarebbe rimasto in Danimarca un mese, baciò Fatima e i ragazzi sulla fronte e salì sull'autobus che nel giro di una notte l'avrebbe portato a Istanbul, quella Istanbul verso la quale era partito vent'anni prima dal Kurdistan in un viaggio che si era interrotto a causa di una bellissima ragazza e di un'intuizione geniale. Ma Boiram non aveva mai dubitato che prima o poi sarebbe finalmente sbarcato in Europa: ecco finalmente la sua occasione di metterci piede non da straccione, ma da uomo d’affari con preziosi anelli al dito e un inglese decente.
Fatima si disperò come se fosse rimasta vedova. Restò indifferente ai cambiamenti epocali che attraversarono la Turchia negli anni ’90, e persino quando a Istanbul esplosero delle bombe, e più tardi un nuovo partito a vocazione islamica vinse le elezioni nazionali, lei decise che avrebbe fatto a meno di qualsiasi doverosa consapevolezza e dedicò tutte le sue energie a sopravvivere a questa vedovanza provvisoria.
Boiram rimase via per dodici anni. Forse, se Fatima avesse potuto vedere in una palla di vetro come trascorrevano le giornate europee del suo eroe, avrebbe stracciato le sue foto e si sarebbe gettata a capofitto nell'impegno politico. Oppure si sarebbe convinta che lui, come aveva dimostrato sempre, sapeva vivere al di sopra delle regole e del tempo.
Sayit, che poco dopo la partenza del padre aveva compiuto diciotto anni, mandò avanti il negozio, che senza i modi eclettici del padre tornò a essere uno dei tanti negozi di artigianato di Göreme. Solo grazie all'aumento costante del turismo in Cappadocia gli affari si mantennero al livello di galleggiamento, e Fatima continuò a vivere, sempre più triste, nella casa che con gli anni e grazie al talento del suo curdo, era diventata più grande e più bella di tutte le altre. Nella cucina che assomigliava a quella dei film occidentali trasmessi dalla televisione, con sei fornelli e addirittura una cappa che aspirasse i cattivi odori («Quali cattivi odori?» aveva chiesto lei, indispettita, quando erano venuti a montargliela), lavorava instancabilmente per migliorare i suoi manicaretti, in attesa che Boiram si decidesse a tornare: polpette di lenticchie rosse, foglie di vite ripiene di riso, purea di patate con formaggio, farina e cipolla, crocchette di carne al sugo rosso e con melanzane e pinoli. Non smise di sognare di poterlo prendere per la gola neanche quando trascorsero mesi e mesi senza ricevere sue notizie, nemmeno quando i suoi stessi figli lo dettero per morto.


Manti con peperoncino e burro fuso
I Manti sono involtini di pasta simili ai ravioli, con un ripieno di macinato, cipolle e prezzemolo. Dopo averli preparati e messi ad asciugare Fatima ha messo a bollire l'acqua per cuocerli e intanto ha fuso il burro per la salsa in cui ha sbriciolato peperoncini piccanti. Aspetta di vedere le facce dei suoi ospiti congestionate dal piccante, prima di continuare a raccontare la sua storia.


Boiram in Danimarca era tutt'altro che morto. I primi anni del nuovo millennio lo videro trasformarsi definitivamente nell'apolide curioso e solitario che in fondo era sempre stato: nato per caso in una terra ferita dalla storia, da cui era fuggito a cavallo e senza un soldo in tasca, riscattatosi grazie alla propria intelligenza e a qualche decisione presa al momento giusto, ricordava senza particolare inquietudine della moglie e dei figli salutati un decennio prima e mai più visti; aveva lasciato loro un'attività fiorente e di certo se la sarebbero cavata anche senza di lui.
L'idea del commercio internazionale con cui era partito durò poco. E non perché non funzionasse: Boiram era un vincente e avrebbe trovato il modo di avviarla con successo. Ma capì subito che a Copenhagen aveva la possibilità di vivere un'altra vita, e non c'era motivo che questa parentesi avesse qualcosa in comune con ciò che l'aveva preceduta.
Così lavorò per anni come manager di un ristorante turco piuttosto alla moda: vi si servivano le stesse cose che si vendevano per pochi spiccioli nelle rosticcerie turche sparse per la città, ma i prezzi sul menu corrispondevano all'ambiente chic, e anche qui in poco tempo seppe creare intorno a sé l'immagine di uomo di successo. Di successo e incredibilmente bello. Infatti, mentre la bellezza di Fatima si sformava e sbiadiva, Boiram entrava a testa alta nei cinquanta in coppia con una giovane giornalista che lo implorava di portarla in Turchia a conoscere la sua terra.
Al culmine della sua arroganza, Boiram cedette all'idea di presentarsi con quella nuova donna, incuriosito dalla reazione che avrebbe suscitato nella piccola Göreme. Fatima non era mai stata sua moglie, mentre quella più bella di Göreme, secondo le carte, era ancora la sua casa.
Da tempo del resto ronzava dentro di lui l'idea di tornare in Cappadocia. Dice un proverbio turco che ci sono solo due tipi di viaggiatori, quelli che guardano una cartina e quelli che guardano uno specchio. Quelli che guardano la cartina stanno per partire; quelli che guardano lo specchio stanno per tornare. Boiram si guardò nello specchio a lungo il giorno prima del volo per Ankara, e poi guardò dalla finestra della sua casa di Copenhagen la neve sugli alberi, il fumo che usciva dai comignoli e dalle bocche dalle gente. Anche in Cappadocia avrebbe fatto molto freddo, con la differenza che le case non erano riscaldate se non dalle stufe a legna. Eppure l'idea di tornare a combattere resistere alle condizioni naturali lo elettrizzava: la necessità di fare legna nelle splendide valli a cui non pensava più da tempo, la bellezza sublime e impossibile da racchiudere in un solo ricordo, i salumi e i formaggi esaltati dai profumi delle spezie e appesi a essiccare nelle stanze di tufo; improvvisamente per Boiram tornare a casa divenne una questione irrinunciabile e urgente, com'era stato venirsene via.


Pasta sfoglia farcita con pistacchi e noci, marmellata di fichi, miele e sesamo
È il momento del dolce. Fatima gioca in casa: la Turchia è patria di dolci al limite della stucchevolezza, come la baklava, una pasta sfoglia ripiena di pistacchi e noci.Ne propone una variente che consiste in un impasto di marmellata di fichi arrotolata su cuore di noce e ricoperta da pistacchi sbriciolati.


Durante quei dodici lunghi anni ci furono solo due cose capaci di tirare su il morale di Fatima: una era, appunto, cucinare, e l'altra erano le mongolfiere, che nelle giornate di sole si alzavano all'alba per portare i turisti a sorvolare la Cappadocia.
Era con Boiram la prima volta che ne aveva vista una. Lui era tornato di corsa dal negozio fino a casa e, senza fiato, l'aveva trascinata fuori mentre lei vestiva i bambini, per vedere quel pallone attraversare il cielo e salutare sbracciandosi i suoi passeggeri. In quella circostanza, mentre Fatima osservava senza riuscire ad articolare alcun suono, lui le aveva promesso di portarla in mongolfiera un giorno o l'altro. Solo loro due, senza turisti fra i piedi, aveva aggiunto, ben sapendo che quello che più mancava a Fatima, a parte una cerimonia come si deve, era la sua presenza libero dagli stormi di turisti che suddividevano la sua vita in stagioni ben precise.
Quando lo vide ricomparire all'imbocco della strada di casa, dopo che una concisa email al figlio Sayit aveva annunciato il suo ritorno, Fatima pensò che finalmente, sulla soglia della vecchiaia, lei e Boiram sarebbero saliti su una mongolfiera insieme. Non importava che lui l'avesse abbandonata così a lungo. Né che si fosse lasciato crescere i capelli fino alle spalle e sembrasse un invertito – questo pensava andandogli incontro col cuore in gola.
Poi vide la donna che dallo stesso taxi scaricava una valigia, ed ebbe un tuffo al cuore per la familiarità con cui Boiram l'aiutava. Capì subito che il posto su quella mongolfiera non era più per lei.
In un lampo amaro, Fatima ricordò i tempi in cui era stata la ragazza più bella della regione, quando gli uomini si appostavano dietro ai camini delle fate lungo i sentieri della Cappadocia al solo scopo di vederla passare a cavallo. Due figli e trent'anni più tardi, dopo dodici che non faceva l'amore e coi solchi delle delusioni che le rigavano la fronte e i contorni della bocca, Fatima si rendeva conto di essere poco più che una donna brutta, e che soltanto l’occhio di un intenditore avrebbe colto la traccia antica del fascino irripetibile.
Ma il suo amor proprio era un colabrodo, al punto da aprire le porte di casa alla giornalista, che le lasciò sulle guance paffute un bacio ingenuo e avvelenato al tempo stesso, poiché era convinta che la donna fosse la madre di Boiram, e non dei suoi figli.
Se non fosse stato per Sayit, che quella sera si scontrò con suo padre e minacciò uno spargimento di sangue se Boiram si fosse azzardato a rimanere in casa con la danese, Fatima avrebbe dovuto cedere loro la sua camera da letto. E non furono le minacce di Sayit a dissuadere il padre, ma la danese stessa la quale, intuendo che la situazione famigliare non era esattamente quella che Boiram le aveva descritto, impugnò il manico della valigia e se ne andò con una smorfia di disappunto. Lui non la seguì, orgoglioso e testardo come sempre: si fermò a dormire sul divano, e lì Fatima lo ritrovò la mattina dopo, quando uscì dalla camera da letto velata come se in casa sua dormisse un estraneo. Era decisa a chiedergli cosa aveva fatto per meritare tutto questo; ma se ad Allah era riuscita a rivolgere questa domanda almeno un centinaio di volte durante la notte, con Boiram non ne fu capace.
Andò in cucina e si mise a fare quello che le riusciva meglio.


Prugne, albicocche, datteri, mele, uva e fichi
Non è abitudine turca servire la frutta alla fine di un pasto, ma Fatima ha sentito dire che in Europa si fa così. Per questo oggi è andata da Alhamed, il fruttivendolo all'angolo della strada per Uchisar, e si è fatta dare un po' di tutto. Ora che il suo lavoro è finito, si serve a sua volta e mangia masticando lentamente mentre cerca le parole per concludere la storia.


Anche se Fatima si sarebbe tenuta volentieri in casa quel flagello di Dio, suo figlio Sayit non volle sentire ragioni e cacciò di casa suo padre. Boiram rimase solo, a dilapidare il denaro che aveva risparmiato in Danimarca gestendo quel ristorante chic.
La giornalista se n'era andata indignata, e comunque Boiram non cercava compagnia per trascorrere il tempo nel modo in cui aveva deciso. Affittò una casa di quelle costruite nel tufo, dove l'inverno rigido della Cappadocia rendeva quasi impossibile vivere se non a prezzo di un eremitaggio dedicato quasi esclusivamente a fare legna e a tenere costantemente acceso il fuoco. E poi a scaldarlo arrivò anche l'alcol, che beveva col metodo di chi non vuole rimanere a secco di carburante, senza traccia di disperazione, a testa alta, come tutto quello che aveva fatto in vita sua. Camminava per i sentieri dei camini delle fate apprezzando le formazioni laviche come se fosse la prima volta che le vedeva. Quando passava a Göreme, chi aveva conosciuto il brillante curdo non gli negava mai un pasto caldo e una cucchiaiata di ricordi, anche se era difficile far corrispondere l'uomo di quei ricordi alla persona coi capelli sporchi e la barba lunga che elemosinava senza parole un bicchierino di raki, mentre dall'altra parte della strada suo figlio Sayit, ben più serio e composto di com'era stato lui alla sua età, e per questo di gran lunga meno efficace, vendeva tappeti e non gli dedicava nemmeno uno sguardo.
Di tanto in tanto Fatima, di nascosto dai figli, si inerpicava fino alla caverna dove lui viveva, per portargli delle forme di formaggio e fili di salsiccia, che Boiram appendeva con l'accortezza di non ringraziarla. Piuttosto faceva il tè che bevevano davanti al fuoco, poi fumavano in silenzio finché non si avvicinava l'ora del tramonto e Fatima scendeva in città ripetendogli, come faceva sempre, di farle sapere se aveva bisogno di qualche cosa.
Quando smise di venire, Boiram si disse che finalmente lei l'aveva dimenticato. Si sentì infinitamente libero e infinitamente solo, e diede appuntamento alla vecchiaia e il prima possibile alla morte. Come ultimo sfregio si mise a coltivare alcune piante di marijuana nel cortile alle spalle della sua caverna, per venderla a prezzi stracciati ai giovani di Göreme, che per il triplo della somma la mettevano nelle mani avide dei turisti.
Invece Fatima non l'aveva mai pensato così tanto come in quelle settimane in cui lui non seppe nulla di lei.
Un giorno Sayit, mentre portava a termine svogliatamente la contrattazione con un cliente, sentì il petto posseduto da una grande tristezza dalla provenienza incerta. Piantò in asso il negozio e corse da sua madre per bere con lei un tè alla mela e chiederle un rimedio di erbe contro quel male senza nome.
La trovò riversa a terra con un rivolo di sangue che le usciva dalla bocca e che le impediva di articolare parole comprensibili, che lei si ostinava a pronunciare persuasa che fossero le ultime. La caricò in auto così com'era e la portò a Nevşehir, la città da cui da ragazza era partita per seguire uno zio ad Ankara e riempirsi la testa di sogni.
Nevşehir era cambiata. Se ne accorse, agonizzante, mentre una dottoressa molto truccata la visitava senza smettere di sorriderle e di farle coraggio, per poi spiegare a lei e ai suoi figli che la sua unica speranza di sopravvivenza era un trapianto di fegato nel giro di ventiquattr’ore. In quell'ospedale non se n'erano mai fatti, ma vista l'urgenza si poteva rintracciare l'unico chirurgo che potesse occuparsene. Tutto sarebbe stato inutile se nessuno dei due figli fosse risultato compatibile e disposto a dare un pezzo di fegato alla madre.
Fatima osservò i suoi due bambini fare gli esami, e naturalmente (sarebbe bastato chiederlo a lei, Fatima non aveva dubbi) lo era Sayit, il maggiore, che l'aveva accudita come avrebbe fatto il marito che non aveva mai avuto, l'aveva protetta dal ritorno di Boiram promettendo fuoco e fiamme e, nonostante le sue proteste, si preoccupava per lei al punto di non essersi mai sposato con una donna della sua età. E che adesso sarebbe stato protagonista, insieme a lei, del primo trapianto di fegato della Cappadocia.
Fatima si addormentò pensando a Boiram, e la prima cosa che chiese quando si svegliò non era se l'operazione fosse riuscita, né come si sentisse suo figlio che ancora dormiva nel letto accanto al suo dopo aver rinunciato a metà del suo fegato trentenne per lei che ormai era vecchia e consumata. No, la prima cosa che chiese al figlio minore fu: «tuo padre è arrivato?»
E quando gli vide scuotere la testa chiuse gli occhi e immaginò il volo in mongolfiera che le era stato promesso, e approfittò dei residui dell’anestesia per rendere il suo sogno più intenso.


Caffè, zucchero e cardamomo
Fatima è soddisfatta perché i suoi ospiti hanno apprezzato e finito tutte le pietanze che lei ha messo in tavola. Tradotta dai suoi figli, e dagli amici dei suoi figli, ha letto i fondi di caffè di ciascuno di loro: avranno un futuro limpido.
Anche il cielo l'indomani sarà limpido; le stelle di stasera non lasciano dubbi. E ci mancherebbe altro, perché Fatima non vuole realizzare il sogno di una vita in un giorno di pioggia.
Be’, non sarà esattamente il suo sogno, ma ci si avvicina molto. Fra poche ore, dopo che avrà finito di lavare le stoviglie e di riassettare la cucina, dopo che si sarà stesa come ogni notte sul suo letto nuziale a sognare a turno Boiram e il primo straniero dalla lingua che scorreva come yogurt alla menta, verrà l'alba, e allora si butterà addosso lo scialle color caramello e un velo dai colori sobri e salirà su quella mongolfiera insieme ai suoi figli e ai curiosi stranieri a cui stasera ha raccontato la sua storia.
E se riuscirà a sopportare lo stupore e la paura senza accasciarsi al suolo, guardando il paesaggio si farà venire in mente qualche nuova ricetta per il pranzo.

© giugno 2012 Serena Corsi