Serena Corsi - Reportage da tre continenti e mezzo
Serena Corsi, Reportage da tre continenti e mezzo


La regina della favela


«Non vorrei che tutto questo vi sembrasse poco. C'è voluta una volontà di ferro per dargli luce: dovete godervelo ogni giorno, ed esserne fiere, e farlo durare».
Rejeanie si spazzola i capelli mentre recita ad alta voce, e per l'ennesima volta, la lettera indirizzata alle sue figlie. Non è una lettera privata; da qualche anno, del resto, per Rejeanie il concetto di privato esiste solo nelle telenovelas. Tant'è vero che da quando ha scritto questa lettera la recita a chiunque, orgogliosa del risultato. Se non avesse un ego sconfinato, d'altronde, non sarebbe lei, non sarebbe il centro di questa storia che inizia in una favela brasiliana di cartone e lamiera alla periferia di San Paolo, e finisce in un dignitoso quartiere con tanto di cortile comunitario con i giochi per i bambini e aiuole ombreggiate per i pomeriggi di tedio degli anziani.
Con una mano impugna la base delle ciocche e con l'altra una consunta spazzola nera, poi picchia sui nodi con una cadenza istintiva, ma non meno precisa, quasi stesse suonando un tamborim al ritmo di un samba. Ogni tanto guarda verso lo specchio distrattamente, sommersa dalla corrente selvaggia dei suoi pensieri.
«Mi assomigliate come gocce d'acqua, tutte e quattro. Perché non solo vi ho concepite e partorite, ma vi ho tirate su io, sola, senza uomini tra i piedi, come tante altre donne di questa favela hanno fatto coi loro figli».
Alla favela in molti la chiamano Angelina. Ma sull'origine di questo soprannome non c'è accordo tra i favelados. C'è chi dice che il senso è ironico, con riferimento al suo carattere, che ha oscillato tra il diabolico e l'angelico nello spazio di mezza vita; secondo altri è per una certa somiglianza con la famosa attrice. Ma Rejeanie è ancora più bella della diva, perché ha i denti storti e una gobba sul naso lasciata in eredità da un padre amante della cachaça.
Per di più, non è tipa da vestiti da sera. Oggi, per l'inaugurazione della Comuna Urbana, Rejeanie è molto più elegante del solito, ma dal suo modo di muoversi un po' impacciato si capisce che da tempo ha smesso di indossare abiti femminili. Almeno da quando, diciotto mesi fa, sono iniziati i lavori di costruzione della Comuna, e lei è stata votata a maggioranza assoluta quale coordinatrice di quell'armata Brancaleone, provvista in abbondanza solo di volontà, con l’obiettivo di trasformare la favela Vila Esperança in un quartiere residenziale. Fino a ieri, quando l'ultima mano di vernice è stata stesa sull'ultimo appartamento del complesso, la si incontrava per il cantiere coi capelli fradici di sudore, pantaloni militari sporchi di polvere e vernice, le unghie incrostate di sporcizia.
«E proprio perché mi assomigliate tanto che questa volontà di ferro di cui parlo un giorno la capirete tutta. Ora no, ora è presto. Ora tutto ciò che dovrete fare è convivere con gli altri abitanti della Comuna. Hanno avuto pazienza con me, queste persone. Hanno avuto pazienza e fiducia, due doti di cui noi, in famiglia, non siamo molto dotate. A quanto vedo anche in questo mi assomigliate, mai una volta che mi diate retta, voi quattro: era più facile dare ordini agli spacciatori». E si sorride nello specchietto retrovisore che da qualche auto rubata è finito nella sua baracca, nell'angolo destinato alla toeletta. «Quelle come noi devono sostituire fiducia e pazienza con altre virtù. Per esempio con la volontà».

Ci sono persone destinate a essere sempre un passo avanti agli altri. Sia che si tratti di gestire il narcotraffico in una favela, sia che si tratti di diventare una leader comunitaria che si batte per liberare la favela dal narcotraffico.
Quarant'anni, tre figlie a carico e un marito in galera: «messo in standby», come dice lei. Si chiama Tito ed è stato a lungo uno dei boss del Primeiro Comando da Capital, la mafia più potente di São Paulo.
Quando Rejeanie conobbe Tito era poco più che una bambina, affascinata da quel ragazzo che le mostrava ammiccante il rigonfio della pistola sotto la cintura e che si era tatuato sulla spalla destra una farfalla gigante che si portava via un teschio.
Fu lui invece a portarla via dalla favela dove erano venuti su insieme, per un seminterrato vicino alla stazione degli autobus di Barra Funda. Per quanto fosse sordido e buio, a loro due sembrava un attico in paradiso; non rischiavano di buttar giù le pareti ogni volta che davano il via ai loro round di sesso travolgente, e non si ritrovavano gli occhietti dei bambini della favela che li spiavano dalle fessure mentre perfezionavano le loro arti amatorie, fra i grugniti di Tito e i gemiti un po' attoniti di Rejeanie.
Tito vide ben presto nella ragazzina qualcosa di più di una bellezza da ingravidare a ripetizione. Iniziò insegnandole la piccola contabilità degli affari, poi le spiegò come gestire la rete dello spaccio in una delle favelas che il PCC aveva affidato a lui, e a tenerla saldamente in pugno senza incertezze. Infine le affidò la sua prima favela: un agglomerato di baracche ingenuamente costruito sulla sponda di un canale, e ancora più ingenuamente chiamato Vila Esperança. Fra queste baracche la regina del narcotraffico incontrò l'uomo che avrebbero cambiato il corso del suo destino. L'uomo era un italiano con la barba folta e il corpo massiccio, l'accento veneto e una fede in Dio atipica, che l'aveva portato sì a fare il prete, ma un prete ribelle.

Da quella mattina del gennaio 1996 in cui aveva udito il boato della collina che franava su se stessa a causa della pioggia torrenziale, ogni volta che sentiva la pioggia battere sulla finestra don Giancarlo si metteva gli stivali di gomma e scendeva alla favela per andare letteralmente a tirare fuori la gente dall'acqua, e per accogliere anziani e bambini nel capannone della canonica. Finché il sole non tornava a seccare il fango e a far riaffiorare le bambole, sulla testa delle quali si tornava a costruire un tetto per l'ennesima volta. Ogni volta che le piogge si portavano via qualche vita, la gente di Vila Esperança si riuniva per pretendere dal governo aiuti o una soluzione abitativa più dignitosa per tutti; ma nonostante gli sforzi e le energie di Giancarlo tutto finiva sempre in una nuvola di fumo, vale a dire di impotenza e soggezione. I poteri forti non volevano che la favela uscisse dal suo girone infernale: la vera calamità per Vila Esperança non era la vicinanza del torrente, ma la prepotente presenza del narcotraffico, e con esso l’esistenza di un autentico arsenale di guerra distribuito tra le due fazioni che si dividevano il controllo dello spaccio. Erano tre o quattro alla settimana i cadaveri che, buttati nel torrente, si incastravano nelle palafitte più in basso: pedine dei narcos o persone qualunque che avevano incrociato una pallottola mentre contavano le monete per vedere se bastavano per l'autobus, o lavavano i pannolini di stoffa in una bacinella sull'uscio di casa.
La diocesi di Jandira aveva accolto questo prete missionario e l'aveva spedito a vivere in una canonica azzurra a poche decine di metri dall'ingresso della favela con l'idea che, come tutti quelli che l'avevano preceduto, il nuovo missionario si sarebbe limitato a dire la messa per gli abitanti di Jandira che vivevano fuori dalla favela, quelli che pagavano un affitto regolare e sopravvivevano con l'acqua alla gola e la paura perenne di oltrepassare la sottile linea che li separava dai favelados, di trovarsi anche loro un giorno a montare una baracca di lamiera sul fianco precario di quella collina pregando che alla prossima pioggia non toccasse alla loro casa di venire travolta.
Ma Giancarlo aveva un coraggio e un'energia particolare nelle battaglie contro i mulini a vento. Quando aveva appena diciannove anni e non era altro che un giovane attivista parrocchiale, era partito dalla sua parrocchia in veneto alla volta di Salvador de Bahia, la Roma Negra, per fare il volontario al servizio di un prete fiorentino di stanza a Bahia già da qualche anno. Quando quest’ultimo annusò le velleità cristiano-rivoluzionarie del giovane volontario, lo spedì in una favela in cui lui stesso non metteva piede da anni, sdegnato dal sincretismo tra cristianesimo e candomblè che gli abitanti praticavano con allegria ma nondimeno con una certa cognizione di causa.
Il diciannovenne Giancarlo arrivò, trovò uno spiazzo libero nel caos di baracche e costruì la sua, circondato da favelados che lo guardavano allibiti. Visse lì un anno, alla fine del quale era così integrato nella vita della favela da rischiare più volte di morire nel sonno per essersi addormentato con la lampada a kerosene accesa. Provava spesso a convincere il prete fiorentino a tornare a fare la messa per i favelados, finché questi cercò di cavarsela dicendo che ormai, tra estreme unzioni e matrimoni d’alta gente, aveva tempo solo dopo il tramonto. Ma i favelados accettarono con entusiasmo anche questa condizione, e così una sera senza luce elettrica, come tutte le altre, migliaia di candele illuminarono a giorno la favela, riflettendosi sui turbanti bianchi delle santone ansiose di mangiare il corpo di Cristo per poi tornare a farsi possedere da Egùn.
Dopo questa messa da brivido il prete fiorentino smise di guardare Giancarlo con aria di sufficienza e cominciò a detestarlo intensamente. Ne parlò col vescovo, mandò lettere infuocate in Italia e poco dopo arrivò l’ordine che richiamava in patria il giovane laico: troppo fervore rivoluzionario lo animava, rendendo troppo manifesta l’inerzia dei preti ordinati in missione, che per mescolarsi al popolo brasiliano intendevano tutt’al più ingravidare una perpetua.
Giancarlo tornò in Italia con un diavolo per capello. Se la strada per i missionari laici era sbarrata, per tornare in Brasile non restava che farsi ordinare.
Cinque anni dopo, un don Giancarlo intonacato ripartiva per tornare nel paese che aveva scelto come casa.
Prima di approdare nella periferia di San Paolo visse ancora a Bahia e poi nella sperduta amazzonia brasiliana dell'Acre, al confine con la Bolivia. I vescovi locali se lo palleggiarono come una patata bollente per quindici anni finché non arrivò a fare i conti coi mafiosi locali di Jandira.
Fin dalla prima domenica prese l’abitudine di recarsi nella favela e, ogni volta da un pulpito diverso, celebrava la messa.
La gente era entusiasta di avere di nuovo un religioso tra i piedi. Lo erano persino i narcotrafficanti con le loro immagini sacre tatuate sulla schiena, almeno finché non si accorsero di quanto i suoi sermoni remavano contro di loro. Ma anche così esitavano a freddarlo. Gli fecero sapere che non avrebbe potuto più mettere piede a Vila Esperança, almeno finché si ostinava a parlare agli abitanti del diritto a un pezzo di terra in condizioni migliori, e libero dal narcotraffico.
Costretto a continuare la sua opera pastorale fuori dalla favela, Giancarlo era una bomba disinnescata. Così tutto sembrava destinato all’immobilità: le piene del fiume, le pallottole vaganti, la droga, la precarietà. Ed è a questo punto che Rejeanie entra nella storia e cambia il suo ruolo dentro di essa.

È una giornata che promette pioggia. Tutti sperano che piova presto e che il cielo finisca di sfogarsi in tempo per le sfilate di carnevale: la scuola di samba della favela, gli «Unidos da Lona Preta», ha preparato la sua esibizione con costanza, parallelamente alla costruzione delle case dove di lì a poco sarebbero andati a vivere tutti quanti; ha riscaldato il cantiere nei pomeriggi d'inverno facendo risuonare i tamburi fra le pareti fresche d'intonaco; ha alleviato la noia e la fatica dei carpentieri con le piroette dei suoi ballerini. Sarebbe un peccato che la pioggia disturbasse il giorno in cui anche gli abitanti di altre favelas, e persino dei quartieri tutti di mattoni e di numeri civici regolari, avrebbero potuto ammirare le acrobazie e i costumi luccicanti degli Unidos da Luna Preta.
Ma meglio che non piova adesso, non ancora: proprio in questo momento Rejeanie sale sul palco di legno inchiodato e montato in fretta e furia la notte precedente.
«Come sapete tutti, sulle mie spalle, oltre al tremendo tatuaggio che vi fa tanto ridere, ci sono tredici anni da tenente del PCC». Qualcuno ridacchia. Le figlie di Rejeanie, in prima fila, si grattano le caviglie con le unghie attentamente smaltate, compresse tra l'imbarazzo e l'orgoglio che quella lassù sia la loro madre. Un imbarazzo e un orgoglio che conoscono bene, ma coi quali faticheranno sempre a confrontarsi.
«Perché come sapete tutti, io non ero un abitante di Vila Esperança. Frequentavo la favela solo per organizzare il lavoro dei nostri spacciatori. Ci incontravamo per la strada e voi mi guardavate con un po' di odio e un po' di riverenza. E sarebbe potuta andare avanti così per sempre: non avevo pena di voi, avevo vissuto io stessa in una favela e sapevo bene che non avevate affatto bisogno della mia compassione».
Sarebbe potuta sì, andare avanti così per sempre. Ma nelle sue ricognizioni per Vila Esperança, Rejeanie divenne amica di una donna. Quella donna si chiama Jaqueline e c'è anche lei, oggi, seduta tra lo folla. Con lo sguardo perso nel vuoto, come sempre dal pomeriggio in cui le mostrarono suo figlio con gli occhi spalancati e un buco a forma di pallottola in mezzo alla fronte.
Rejeanie aveva preso l'abitudine di fermarsi a bere un caffè da Jaqueline. Era l'unica nei cui occhi non vedeva né odio né timore: Jaqueline era molto al di là, o molto al di qua, di sentimenti così complessi. Per lei Rejeanie era una donna vestita da uomo, coi capelli tenuti male e due bellissime gambe sprecate. L'ennesima donna che cresceva dei figli da sola, perché l'uomo, guarda un po', era sparito. Non la invidiava, non la detestava e non voleva niente da lei, le faceva semplicemente piacere avere qualcuno con cui chiacchierare per un'ora la settimana che non fosse un'altra abitante pettegola.
Insomma, quello che Rejeanie vedeva negli occhi di Jaqueline era quiete. Quiete e tenerezza. «Altro che Angelina Jolie, mi ricordavi mia sorella», le avrebbe spiegato più tardi Jaqueline. Un pomeriggio, sospinta dai ricordi, Jaqueline le aveva anche sistemato i capelli dietro a un orecchio. E Rejeanie, che non si lasciava toccare mai da nessuno – a malapena da Tito, a malapena dalle sue figlie – era rimasta incantata da quel gesto. La settimana dopo, quando era tornata per la sua ricognizione, aveva chiesto a Jaqueline di lavarle e sistemarle i capelli, e sotto al tocco insieme distratto e preciso di quelle mani aveva provato una sensazione di pace antica.
E mentre Jaqueline la massaggiava Rejeanie commise l'ingenuità di chiederle che ne pensava lei, davvero, del narcotraffico a Vila Esperança: e Jaqueline le rispose, disarmata com'era, che il narcotraffico c'era e sempre ci sarebbe stato, che così era la vita quando non si è particolarmente belli né particolarmente ricchi o intelligenti – ma, aveva aggiunto alla fine, felice della propria saggezza, d'altra parte ad aver troppe di queste fortune si incontrano altri guai.
«Il giorno dopo aver parlato con Jaqueline» racconta Rejeanie alla folla, che ascolta attentamente anche se è una storia che conosce già molto bene «convinsi i miei superiori a comprare la favela. Offrimmo una cifra esorbitante all'altra fazione in cambio della garanzia che si levassero dai piedi». Le trattative durarono pochi giorni, nel corso dei quali i galoppini si diedero da fare per spargere più sangue del solito e alzare la posta in gioco per non perdere l'unica forma di reddito che avessero mai avuto.
Fu il giorno prima della liberazione che cadde il figlio minore di Jaqueline, Neto. Nemmeno lei sapeva che lavorasse per il narcotraffico, e quando glielo portarono, morto ammazzato, la prima cosa che pensò, nella lucida freddezza che precedette il baratro, fu che era una ben strana posizione per una pallottola vagante, il centro della fronte.
«Nessuno di voi credeva ai suoi occhi quando ordinai di costruirmi una baracca di fianco a quella di Jaqueline e mi ci trasferii» ricorda Rejeanie. Jaqueline alza lo sguardo nell'udire il proprio nome, e incontra quelli della regina. «Ma io sentivo che non c'era altro posto al mondo dove dovevo stare, se non accanto all'unica amica che abbia mai avuto. Anche se non posso ridarle suo figlio, né la gioia di stare al mondo per veder crescere gli altri».
A quel punto il Comando aveva il controllo assoluto del territorio, e in questo modo garantiva la sicurezza a tutti. La pace, o una tregua che assomigliava a una sorta di pace primordiale, tornò a Vila Esperança. E con essa, desideri che prima sarebbero stati impossibili: la gente, dapprima con timidezza poi in maniera sempre più insistente, chiese a Rejeanie di rendere possibile il ritorno di padre Giancarlo, anche solo una volta la settimana, per dire la messa. A Rejeanie continuò a sembrare una pessima idea finché non ne parlò con Jaqueline, che dal suo letto di dolore rispose recitando un salmo che Rejeanie non conosceva, ma le bastò per capire che da qualche parte, nello sguardo perso della sua amica, c'era spazio per un desiderio.
«Andai a casa di Giancarlo, gli dissi che ero del Comando, e che la gente voleva che tornasse a dire la messa e che noialtri non avevamo niente in contrario. Lui si grattò la barba, cercando di capire se era una trappola, se l'avremmo ammazzato al primo passo falso. Alle fine disse: ‘d'accordo, di’ a tutti che domenica sarò lì’. Non mancò nessuno a quella messa. Nessuno. Persino io sedevo su una panca in fondo allo spiazzo, ad ascoltare questo ciccione barbuto tuonare contro il narcotraffico, tuonare contro di noi».
Quella tra Giancarlo e Rejeanie fu una lotta fra titani. Perché lui naturalmente non si accontentò di tornare a celebrar messa. Bisognava guardare avanti, riprendere la battaglia per una vita libera dal narcotraffico. «La favela è in pace» gli diceva Rejeanie. «Questa falsa pace è peggio di prima, da un momento all'altro ricominceranno i morti» replicava lui. Aveva già capito che, finché non portava Rejeanie dalla sua parte, la favela sarebbe rimasta sull'orlo dell'abisso. Le parlò dell'MST, il Movimento dei Senza Terra che occupavano pezzi di terra incolta per fondare comunità dignitose e libere dal narcotraffico, ma Rejeanie ridicolizzò la sua idea. «Se ne torni in Italia se crede di venire qui a insegnarci come si vive in Brasile». Lui proseguì, convinto che solo i fatti avrebbero potuto convincere lei e altri favelados. Insieme ai più attivi di loro elaborò un progetto per farsi finanziare la costruzione di un piccolo quartiere alla periferia della città, nel quadro di un programma del governo Lula che sosteneva il diritto a una casa purché le comunità che avanzavano la richiesta fossero libere dallo spaccio e dalle armi.
La favela si spaccò a metà. Da una parte chi seguiva il prete e l'MST, dall'altra chi dava a ragione a Rejeanie: «Io dicevo: gente, niente cazzate. Non esistono favelas senza il narcotraffico. È meglio stabilire da subito chi comanderà ed evitare stragi» racconta Rejeanie. «Ma dentro di me le parole di Giancarlo, e il sogno della Comuna Urbana, cominciavano a germogliare».
Poi la vita di Rejeanie iniziò a cambiare. Si accorse che ogni volta che metteva piede fuori dalla favela doveva corrompere la polizia per fare anche solo qualche metro. Che questo succedeva regolarmente davanti agli occhi delle sue bambine, che stavano diventando ragazze. Che forse avrebbe partecipato ai funerali dei loro fidanzatini, ammazzati da una pallottola vagante o dal crack che lei stessa faceva circolare. Infine, anche se lei era sempre riuscita a maneggiare droga senza abusarne, non era sicura che loro avrebbero saputo fare lo stesso.
Si rese conto che forse molte famiglie sarebbero riuscite a entrare nel nuovo progetto di Giancarlo, perché la volontà di quell'uomo aveva davvero un che di sterminato, più ancora della sua; e la favela sarebbe scomparsa, e lei sarebbe finita semplicemente a fare la stessa cosa altrove, pedina di una gerarchia che, in fondo, non le interessava scalare.
«Che bisogna fare per passare dalla sua parte?» Chiese un giorno a Giancarlo, col suo solito modo indifferente, da dura, sorprendendolo alla fine di una riunione. Come se fosse una donna tra le tante, quando sapevano entrambi che un cambiamento di ruoli della Rejeanie avrebbe rotto l'impasse. Giancarlo la invitò a entrare, e i due discussero tutta la notte sul da farsi. «Purché non mi chieda di credere in Dio» stabilì lei come unica condizione per varcare quella soglia.
Il giorno dopo Rejeanie affidò a un corriere il messaggio: fai sapere agli alti gradi del Comando che voglio uscire, costi quel che costi.
In genere dentro al traffico si rimane fino a quando non arriva il momento di pagare con la galera o con la morte la propria appartenenza. Ma siccome Rejeanie era una donna e, a quanto pareva, qualcuno dall'interno la teneva in grande considerazione, non la condannarono a morte, bensì a pagare fino all'ultimo spicciolo che aveva. Rejeanie accettò e, da regina della favela, si ritrovò miserabile tra i poveri.
«Però ho un lavoro, nella cooperativa a cui stiamo dando la luce. Percepisco uno stipendio per costruire la casa in cui da stasera abiterò con le mie figlie, al posto della baracca di plastica e lamiera di ieri». Ha lavorato con ogni tempo e ogni temperatura, tanto che la gente della favela l'ha eletta fra i coordinatori del progetto.
«Cammino ogni giorno su un muro, indecisa sul lato in cui lasciarmi cadere. Non fingo di essere un'eroina del bene, e che nessuno provi a guardarmi nell'anima e nel cervello. A un certo punto sapevo di avere davanti, in un modo o nell'altro, un sacrificio. Ho scelto questo. So anche che non passerò mai inosservata, e che per molti di voi rimarrò sempre una tenente del Comando, perciò forse tanto varrebbe tornare a esserlo. Per ora sono un'orgogliosa panettiera del nostro forno comunitario, e nessuno oserà fregarmi le monete del resto». Con la risata collettiva che accompagna la sua chiusa, Rejeanie torna a sedersi in prima fila fra le sue figlie e Jaqueline, che le sorride con gli occhi, poiché da quel giorno si è promessa di non sorridere mai più con la bocca.
Da quando ha conosciuto Rejeanie sa che il destino di certe persone è di stare davanti, e il destino di altre quello di fare la differenza dalle retrovie e di cambiare la storia quasi senza accorgersene. «Peccato che Neto si sia confuso sul proprio destino» pensa, «e si sia convinto di poter appartenere alla prima specie, quando sarebbe stato un ottimo esemplare della seconda, come la sua mamma».

© settembre 2012 Serena Corsi