Stefano Amato - L'apprendista libraio
Stefano Amato, L'apprendista libraio (giugno 2008)


Dopo avere letto la prima puntata, qualcuno mi ha scritto per chiedermi se avevo intenzione, con questa rubrica, di lamentarmi tutto il tempo. Se quel "frustrato" nel sottotitolo mi autorizzava a mettere su il muso lungo e raccontare cosa non mi piace del mio lavoro.
Gli ho risposto che no, non era assolutamente mia intenzione fare qualcosa del genere. E chi si lamenta? Anzi, dopo avere letto queste righe la gente farà a botte per essere assunta in una libreria, gli ho scritto sapendo di mentire. Già, perché intanto sfogliavo mentalmente le idee che avevo raccolto per le prossime puntate, e mi accorgevo che effettivamente ruotavano tutte attorno a un unico sentimento: l'insofferenza pura.
Allora ho capito che dovevo cambiare metodo. Per questo ho deciso che dividerò questa puntata in due parti: nella prima darò libero sfogo al mio pessimismo innato, e parlerò di qualcosa che non va; poi farò un piccolo sforzo, e proverò a descrivere un aspetto positivo del lavorare in una libreria. Perché ci sono, gli aspetti positivi. Devono esserci, e che diamine.
Cominciamo dal lato oscuro dell'essere un apprendista librario, quindi. Uno dei problemi può essere riassunto nella seguente frase: una libreria e un canile sono la stessa cosa.
Sì, avete letto bene. Un canile. Avete presente quei posti dove raccolgono i cani randagi, e uno se vuole può adottarli? Ecco, quelli. Una libreria non è tanto diversa. Tranne che invece dei cani ci si trovano - indovinate un po'? - i libri.
Sì, lo so, il paragone sembra affrettato e fuori luogo, ma seguitemi e vi ricrederete. Prima però lasciatemi fare un breve inciso.
Non starò qui, né in questa puntata né mai, a sproloquiare sul mondo editoriale. Tutti quei discorsi del tipo "oggi si stampano troppi libri", "ci sono un sacco di scrittori e pochissimi lettori" eccetera non mi interessano. Cioè, un po' sì. Come scrittore, per esempio, ogni tanto mi balena in testa il pensiero che con tutti i libri che si pubblicano, sia più semplice trovare un editore per il mio romanzo. Ma come apprendista libraio il problema è un altro.
Dirò solo che ogni giorno feriale di ogni settimana - a parte forse a cavallo di ferragosto e di Natale - in libreria arrivano scatoloni pieni di novità. Quando vedo parcheggiare davanti all'entrata il furgone del corriere, è facile che mi scappi un'imprecazione. E non solo perché tutti quei libri andranno caricati - un'operazione questa abbastanza delicata, e se la libreria è affollata si rischia di combinare qualche pasticcio con il computer - ma anche per altri motivi. C'è per esempio la questione ecologica. Quando il ragazzo delle spedizioni poggia con un tonfo gli scatoloni per terra, riesco quasi a sentire il rumore di tutti quegli alberi siberiani che cadono all'unisono. Poi c'è il lato umano della faccenda. Dietro ognuno di quei libri ci sono centinaia di ore di lavoro. Il lavoro di chi il libro l'ha scritto, chi l'ha tradotto, chi ne ha disegnata la copertina e chi si è impegnato per convincere il distributore a prenderlo con sé. Decine di vite dedicate parzialmente alla cura di quegli oggetti. E siccome non tutti quei libri troveranno un acquirente, ma verranno esposti per qualche mese per poi fare posto ai nuovi arrivati, capite che è dura rendersi conto che una parte di quel lavoro sarà stato vano.
Okay, detto questo torniamo alla metafora del canile.
In un canile si trovano diversi tipi di cani. Quelli di razza, e i meticci. I cuccioli e i vecchi. Alcuni belli a vedersi, e altri un po' meno belli. Ma soprattutto, cani che la gente decide di portarsi a casa praticamente al primo sguardo, e cani destinati per motivi diversi a crescere e a morire nel canile. Non so bene come funzioni al giorno d'oggi, ma penso che siano pochi i cani che muoiono di vecchiaia in un canile. Il più delle volte credo che vengano soppressi a causa di qualche malattia incurabile o qualcosa del genere.
Una libreria è la stessa cosa. I libri "di razza" (generalizzando: quelli scritti da autori affermati e pubblicati da celebri case editrici; quelli recensiti dai giornali, con una copertina curata e che spesso mandano perfino un buon odore), tranne rare eccezioni, c'è sempre qualcuno disposto a portarseli a casa e a prendersene cura.
Poi c'è l'altro tipo di libro. Per questi è più difficile trovare un padrone che li adotti, almeno nella libreria dove lavoro io. Se poi sono pubblicati da piccole case editrici, giusto qualche eroe che vuole supportarle, e che crede che il contenuto abbia ancora importanza, decide di dargli una possibilità. Anche perché, come nel caso dei bastardini, questi libri spesso sono più intelligenti di quelli di razza.
Di fronte a uno scenario del genere, l'apprendista librario farà di tutto perché anche i libri più sfortunati trovino un padrone amorevole e premuroso. Li metterà in mostra. Ruberà centimetri preziosi sugli scaffali più esposti. Li leggerà, in modo da poterli consigliare ai clienti. Ma il più delle volte questi sforzi si riveleranno vani. Quei volumi resteranno dove sono, intonsi, fino a quando non verrà il momento di "sopprimerli".
La soppressione, in una libreria, ha un nome ben preciso. Un nome che, neanche a farlo apposta, ha un duplice, evocativo significato. Sto parlando della "resa". Che avviene così: un bel giorno mi daranno un foglio su cui sono scritti i libri invenduti da restituire alle case editrici, che a loro volta li manderanno al macero (altra parola orrenda). Io girerò fra gli scaffali con quella lista in una mano, mentre nell'altra reggerò lo scatolone che dovrà contenerli, e cioè il cimitero dei libri non letti.
Quello delle rese è un momento terribile, almeno dal mio punto di vista. Se il paragone con un canile vi sembrava esagerato, allora non avete mai fatto una resa in vita vostra. Probabilmente un giorno ci farò il callo, proprio come quei tizi del mattatoio (altro luogo paragonabile con un piccolo sforzo a una libreria) che dopo un po' sparano in testa agli animali o li sgozzano senza battere ciglio. Io però ancora non mi sono abituato. Anche per questo ci metto una vita, ogni volta, a riempire quegli scatoloni. Perché mi sento in dovere di rendere omaggio a ognuno di quei libri: sfogliandoli un po', leggendone qualche paragrafo random, annusandone le pagine. E questo sia che si tratti di una manuale di saldatura che del romanzo di un esordiente; di un libro di cucina azteca, come un classico fuori catalogo.
Il mio incubo peggiore, per concludere, è che facendo questo lavoro prima o poi finirò col trattare i libri alla stregua di una merce qualsiasi.

Bene, ora passiamo a un aspetto positivo. Ammetto che quando ho iniziato a scrivere il pezzo non sapevo ancora di che cosa avrei parlato, arrivato a questo punto. E invece mi è bastato pensarci su per qualche secondo, non più di due righe fa, perché subito mi venisse in mente qualcosa.
Ecco a che cosa ho pensato: io adoro i bambini.
No, aspettate a chiamare la polizia. È tutto legale. A costo di sembrare retorico, volevo solo dire che lavorando in libreria ci si accorge di quanto sia in buone mani il futuro. Davvero. Non che anche loro non mi facciano passare dei brutti quarti d'ora (e ci torneremo, su questo; oh, sì), ma è incredibile quanto sia alta la percentuale dei bambini che, passando davanti all'ingresso della libreria, chiede ai genitori di entrare. Forse sfiora il cento per cento. Fateci caso. Una volta o l'altra piazzatevi davanti a una libreria e contate il numero di marmocchi che tira i genitori per la manica.
Io questa la trovo una cosa eccezionale. E non tanto perché così il fatturato aumenta (e proporzionalmente diminuiscono le possibilità che la libreria possa fare a meno del sottoscritto); quanto perché in questo modo viene a cadere l'immagine stereotipata che gli adulti hanno dei bambini di oggi: quella di una mandria di sadici stronzetti teledipendenti e drogati di videogame. Cioè, magari lo sono, tutte queste cose, però si vede che nel mezzo riescono a infilarci anche alcune ore di lettura.
Non so, è che sempre più spesso mi sembra che i bambini siano i soli rimasti a sentire il richiamo irresistibile delle migliaia di mondi sconosciuti che affollano gli scaffali di una libreria. Lo si vede dai loro occhi, e dalla veemenza con cui trascinano dentro i genitori. Anche gli adulti sentono una specie di richiamo, non lo nego. Ma secondo me la loro è più una risposta di tipo utilitaristico. Nel senso che io un adulto me lo immagino fare un ragionamento del tipo: "ah, ecco una libreria. Vediamo se trovo un bel libro che mi aiuti a dimenticare questa vita di merda, o possa migliorarmi come persona in modo da risultare più attraente e di successo di quanto in realtà potrò mai essere". Un bambino ignora questo modo di pensare. Non gliene frega niente di sembrare più colto. Vuole solo poter sognare anche di giorno, e sa che con i libri questo è possibile.
Purtroppo non tutti i bambini vengono accontentati nella loro smania di entrare in libreria. Molti vengono trascinati via a forza, fra urla e lacrime, rabboniti da promesse mai mantenute come quella di "tornare dopo" o cose del genere. Alcuni di questi genitori li capisco: è una semplice questione di budget familiare. Ma temo che per gli altri il problema sia diverso. Credo sia gente che vede con sospetto quel luogo fatto di parole, idee, libertà. Gente totalmente priva di immaginazione e della capacità di sognare. Gente che preferisce spendere una fortuna nell'abbigliamento firmato del figlio, piuttosto che comprargli il libro che sogna da settimane. Gente che in casa ha tre o quattro televisori sempre accesi. Gente che, nella versione domenicale, tira via il bambino perché rischia di fare tardi a messa. In una parola: gente che non legge mai un libro. Mi chiedo quanto impieghi, un genitore siffatto, a instillare nel figlio il suo medesimo disinteresse per la lettura.
Ma, ehi!, senza accorgermene sono tornato a lamentarmi. Non è giusto, per un'altra dose di insofferenza dovrete aspettare fino alla prossima puntata...

© 2008 Stefano Amato