Stefano Amato - L'apprendista libraio
Stefano Amato, L'apprendista libraio (novembre 2008)


QIl film cult di tutti i commessi del mondo è senza dubbio Clerks - Commessi di Kevin Smith, empatico già a partire dal sottotitolo presente sul manifesto originale: "Just because they serve you, it doesn’t mean they like you" (“Solo perché vi servono, non vuol dire che gli piacciate"). Il film segue Dante, commesso (frustrato) di un drugstore del New Jersey, per un’intera giornata di lavoro, durante la quale si divide fra i clienti più strani del mondo, le visite della fidanzata ed ex fidanzata e, soprattutto, le chiacchiere con Randall, il commesso del vicino videostore. Dante e Randall sono diversi. Dante è il commesso che ci rappresenta tutti: si lamenta della sua situazione ma non fa niente per migliorarla, va al lavoro anche quando non gli tocca, e si sforza di trattare bene i clienti; il tutto, come dice lui stesso, «per una paga da fame». Randall invece è il commesso che vorremmo essere: apre e chiude il videostore quando gli pare, legge il giornale sdraiato sul bancone, e non esita a sputare in faccia a un cliente. Mi spingo un po’ più in là. Secondo me Randall non esiste nemmeno, ma è un mero frutto della mente di Dante. Una sorta di amico immaginario dotato di tutte le qualità che vorrebbe avere lui: è più bello, più sfrontato, più saggio. Ecco, per esempio, cosa dice a Dante a un certo punto: «Tutti quelli che vengono qui sono dei gran repressi. Questo sarebbe anche un bel lavoro, se non fosse per i clienti di merda. Perché non ti rilassi? Sai quanto staresti meglio se ogni tanto ti concedessi un bel cazziatone a qualche rompipalle?»
E Dante risponde: «Perché? Io non rompo i coglioni a loro e loro non li rompono a me».
«Ah, palle. Vuoi dirmi che non ci sono clienti che ti frantumano i coglioni ogni santissimo giorno?»
«Per niente».
«Ma come puoi spararla così grossa? Cristo, sfogati, sfoga le tue frustrazioni. Su, fuori, chi ti spacca le palle?»
Per rispondere a una domanda del genere, forse si sarà capito, a me servirebbero mesi.

L’altro giorno, per esempio, marito e moglie mi fanno: «Salve, cerchiamo un libro da regalare a mia figlia, una ragazza molto colta. Siamo una famiglia colta, noialtri. Che cosa ci consiglia?»
Gli mostro un paio di libri che mi sono piaciuti, ma la donna scuote la testa e dice: «Non sono abbastanza colti. Mia figlia è molto colta, chiaro? Un po’ come noi».
«Capisco».
«Per esempio, potrebbe andare Coehlo?» Lo dice indicando l’espositore pubblicitario di Brida, il suo ultimo romanzo. «È uno scrittore colto, lui?»
«Non saprei». (Chi l’ha mai letto un libro di Coelho? Una volta per curiosità volevo leggere L’alchimista, ma un’amica mi ha fatto passare la voglia: sosteneva di averlo adorato perché «ogni singola frase è un’illuminazione».) «Secondo me come scrittore è un po’ introspettivo», azzardo.
«Come?» Dice la donna inorridita. «Uno scrittore sportivo
«No...»
«La perdoni», mi dice il marito. E poi, rivolto alla donna: «Può essere che non capisci mai niente? Ha detto che è uno scrittore introsportivo».
«Ah, mi pareva», dice lei. «Be’, comunque non è abbastanza colto per noi».
Alla fine andranno via con un coltissimo romanzo di Alberto Bevilacqua.

E questo è niente. Per alcuni clienti in libreria si è resa necessaria la costruzione della botola, un dispositivo che uso quando perdo veramente le staffe. Per fabbricarla ci sono volute decine di notti di duro lavoro – scavare un ambiente gemello sotto la libreria non è stato certo uno scherzo – ma devo ammettere che ne è valsa la pena. Ecco un esempio del suo utilizzo.
Sono seduto dietro il bancone. Un cliente che sta parlando al cellulare si avvicina e mi dà un libro da pagare. Io lo infilo in un sacchetto, batto il prezzo sul registratore di cassa e dico: «Sono dodici euro e cinquanta».
Lui non smette un attimo di cianciare al telefono.
Dice: «No, non dovrebbero esserci problemi. Tra l’altro ho parlato con Samantha, ieri. Ti saluta. Mi ha detto di dirti che un giorno dovete assolutamente cenare insieme. Aspetta un attimo, resta in linea». Poi, a me: «Scusa, quant’è?»
«Dodici euro e cinquanta».
«Come “chi è Samantha?”. Ma sei pazzo? Quella con le tette grosse che abbiamo conosciuto l’anno scorso al pub, no? Quando ci siamo sbronzati fino a vomitare. Sei completamente matto, ah ah! Scusa, scusa un secondo, arrivo subito. Allora? Quanto ti devo per il libro?»
«Dodici euro e cinquanta» dico io, e intanto comincio a tastare con la mano la superficie inferiore del bancone.
«No, quella è Sara! L’altra, l’amica. Bravo. A proposito di Sara, ieri mi fa, senti io e te ci conosciamo poco, forse dovremmo uscire insieme qualche volta. Ti rendi conto? Mi ha detto proprio così! Aspetta, aspetta un attimo. Insomma, si può sapere quanto pago qui?»
«Dodici euro e cinquanta», e nel dirlo premo il tasto che nel frattempo ho trovato. Con un CLANG, sotto i piedi del cliente si apre la botola e lui precipita nel vuoto. Ma non temete, lì sotto non ci sono né vasche piene di coccodrilli, né le fiamme dell’inferno. Solo una comoda poltrona da cui poter vedere in loop Clerks per i prossimi dieci anni.

Una botola simile si trova nel reparto per bambini. Ecco quando l’ho usata l’ultima volta.
Un signore entra trafelato e dice: «Ciao, senti vado di fretta e ho pure la macchina in seconda fila. Devo fare un regalo a un bambino di otto anni. Qualunque cosa va bene».
«Okay», dico guidandolo nel reparto bambini. «Che ne dice di un libro sugli insetti?»
«Mmh, no, proprio insetti no».
«Uno sui dinosauri, allora».
«No».
«Egizi?»
«No».
«Pirati?»
«No».
«Rane?»
«No».
«Wall-E?»
«No».
«Pinocchio?»
«No».
«Art attack?»
«No».
«Mitologia?»
«No».
«Botola?»
«Eh?»
CLANG.

Adesso sto scavando la terza botola, in corrispondenza dei computer. La libreria dove lavoro è anche un internet point: vuol dire che la gente paga per collegarsi a internet con i nostri computer. A una condizione, però: deve saper usare un computer. Quindi, per quanto sia toccante che un ottantacinquenne voglia scrivere un’e-mail a un figlio che vive a Oslo, io non posso sedermi lì e farmi dettare idiozie quali: “Caro Giuseppe, qui tutto bene e spero lo stesso di te”. Non solo perché mi sembra di trascrivere uno dei pizzini di Provenzano, ma proprio perché non ho il tempo materiale. Ho troppe cose da fare, gente da maltrattare, clienti femminili da circuire eccetera.

Infine, forse non sarà catalogabile come “idiota” né richiederà l’uso della botola, ma sicuramente è una delle domande più odiose che un commesso di libreria possa sentirsi rivolgere. Mi riferisco a quando un cliente ti mostra un libro che non hai mai visto in vita tua, e chiede: «Che cosa sai dirmi di questo?»
(La domanda suona quasi offensiva se il libro in questione è palesemente lontano dai tuoi gusti, come un thrillerone fascio-militaresco à la Tom Clancy, o un libro delle Winks, o un romanzo rosa per donne in carriera.)
Tu non puoi fare altro che avvicinarti e dire: «Bella copertina».
«Sì, questo lo vedo anch’io. Non sai dirmi nient’altro?»
«Vediamo», dici, prendendolo in mano. «A occhio e croce peserà mezzo chilo».
«...»
«Venticinque per quindici per tre invece saranno le dimensioni approssimative. Se vuoi prendo il righello».
«Vuoi dire che non l’hai letto?»
«No».
E lui, stupefatto: «Ma non lavori qui?»
Nel sentire quelle parole gli occhi ti diventano verdi; quindi la tua maglietta comincia a strapparsi lungo la schiena. Il resto potete immaginarvelo.

Molti di voi, soprattutto quelli che non hanno mai fatto i commessi, leggendo di tutta la gente che non sopporto penseranno: “Ma chi ti credi di essere?” Lo so perché me lo sento chiedere spesso nella versione verbale di questa rubrica, per esempio davanti a una birra con gli amici, insieme alla variante: “Guarda che anche tu non sei perfetto”.
Be’, spero di riuscire a rispondere a tutti voi con un’altra citazione da Clerks. A parlare è sempre Randall, durante il finale del film. Faccio mie le sue parole.
«Noi [commessi] ci crediamo chissà chi. Come fossimo meglio di tutti quelli che vengono a comprare giornali e sigarette. Li guardiamo dall’alto in basso manco fossimo di una razza superiore. Be’, se davvero lo siamo, come mai lavoriamo qui?»

© 2008 Stefano Amato