Stefano Amato - L'apprendista libraio
Stefano Amato, L'apprendista libraio (maggio 2009)


L’altro giorno ho fatto un sogno, o meglio un incubo. Ero in libreria, ma non quella dove lavoro. Un’altra. Apparentemente non le mancava niente: aveva un bancone, gli scaffali, le vetrine eccetera. Eppure qualcosa non quadrava. Allora uscivo da dietro il bancone per dare un’occhiata ai libri esposti. Anche lì, niente di strano. A parte il fatto che fra le novità c’era un romanzo di Tondelli e non di Fabio Volo. Lo prendevo in mano (era Altri libertini) per controllarne il prezzo, e così mi accorgevo che costava 1.500 lire. Istintivamente mi voltavo verso il calendario appeso dietro il bancone. Era sì il mese di aprile, ma del 1980. Fuori, le cinquecento e le alfasud mi confermavano che non era uno scherzo. In quel momento entrava un cliente...
«Buongiorno, vorrei l’ultimo di Oriana Fallaci, per favore». Nonostante fossi ancora scosso, andavo verso il bancone e dicevo: «Un attimo che controllo al computer». Solo che... non c’era nessunissimo computer. E per forza: era il 1980. «Allora?», incalzava il cliente diventando sempre più alto ogni secondo che passava, «ce l’avete o no?» In quel momento mi sono svegliato, sudato, nel mio letto del 2009. Che razza di incubo. Credo di averlo fatto perché ultimamente con un cliente ci siamo chiesti come facessero una volta i librai a gestire un negozio senza computer. Voglio dire, noi oggi quando il computer è fuori uso per qualsiasi motivo – un virus, un blackout ecc. – nemmeno la apriamo, la libreria. A quei tempi che cosa si inventavano i librai, per trovare i libri? Come facevano a stare dietro alle richieste assurde dei clienti? Come gestivano in generale tutto il magazzino? Avevano una memoria eccezionale tipo quella dei tassisti di Londra? Si ricordavano il titolo di qualsiasi libro su cui avessero poggiato gli occhi anche solo per un istante?
Non pretendo che fra i lettori di questa rubrica ci sia un libraio che ha fatto in tempo a lavorare negli anni ottanta, primi novanta. Ma se c’è, gli chiedo gentilmente di rilasciare la sua testimonianza nello spazio dei commenti.

Da qualche anno a questa parte si parla sempre più spesso di gas serra. Quasi ogni attività umana viene valutata in termini di tonnellate di anidride carbonica rilasciata direttamente o indirettamente nell’atmosfera. Ora, io non so che impatto abbia da questo punto di vista il mio lavoro, ma ho la netta sensazione che con la stagione turistica sia destinato a peggiorare.
Per esempio, ricapitolando: a Milano stampano un libro che pesa quanto una palla di cannone. Lo imballano, e lo trasportano fin quaggiù – alla stessa latitudine dell’Africa settentrionale – probabilmente causando lo scioglimento di mezzo Polo Nord. Nel frattempo la famiglia Brambilla, sempre di Milano, decide come migliaia di suoi concittadini di venire in vacanza in Sicilia. È il ponte di Pasqua, e l’allegra famigliola viaggia in aeroplano, facendo in modo che una decina di orsi polari vadano alla deriva sulla porzione di ghiacciaio che chiamano casa. Il giorno di Pasqua la famiglia Brambilla entra nella libreria di Siracusa dove lavora l’apprendista libraio. Non sembrano chiedersi che ci faccia, il giorno di Pasqua, una libreria aperta. Così come non se lo chiede l’apprendista, il quale ormai sa benissimo che lavorare nei festivi è il prezzo da pagare per essere l’individuo totalmente privo di ambizioni che è. La famiglia Brambilla gironzola fra gli scaffali, fino a quando il capofamiglia adocchia il libro stampato a Milano che pesa quanto una palla di cannone, e decide che deve averlo. Costa un occhio della testa, ma quel libro da salotto deve essere suo. La moglie cerca di dissuaderlo, adducendo la scusa che in aereo gli faranno sicuramente pagare un sovrapprezzo per il bagaglio in più. Il signor Brambilla però non conosce ragioni. Porteranno la palla di cannone con loro a Milano in aereo, causando finalmente l’estinzione di quei maledetti orsi polari. E così dicendo passa il tomo all’apprendista libraio, cioè a me, che nel frattempo non penso a quanto ci avrebbe guadagnato l’ambiente se la famiglia Brambilla avesse comprato il libro direttamente a Milano. No. Quello che penso, a grandi linee, è: non sarebbe molto meglio se invece degli orsi polari si estinguesse il genere umano?


Qualcuno mi ha fatto notare che nonostante lo avessi più volte promesso non ho mai parlato, al ritorno da Vienna, delle librerie austriache. Quindi ecco qua.
Ricordo di averne visitata una che si chiama Libro, e di esserne uscito di ottimo umore. Perché? Perché anche se pensavo di essere messo male, fra libri da salotto, clienti matti come cavalli, esaurimenti nervosi e via dicendo, ho realizzato che in Austria non durerei un secondo. Tanto per cominciare i libri sono solo una piccola percentuale della merce che vendono le librerie. Lì dentro infatti si trova di tutto: dalla cancelleria per ufficio ai CD musicali; dai pupazzi di peluche ai colori a tempera. In un angolo mi sembra di avere visto anche una panca per fare i pesi in casa, ma spero di sbagliarmi. Fuori dalle librerie austriache ci sono delle ceste gigantesche con dentro i libri in offerta, una cosa questa che a Siracusa verrebbe interpretata come un’istigazione a delinquere, visto che nessuno, perfino un analfabeta, resisterebbe alla tentazione di rubare un libro incustodito. I commessi indossano una divisa tipo McDonald’s, e lavorano in casse che somigliano in tutto e per tutto a quelle del supermercato, con il nastro trasportatore, lo scanner dei codici a barre eccetera. Io guardavo tutto questo, e mi sentivo al settimo cielo. Per la prima volta in vita mia, qualcuno stava peggio di me. Probabilmente si ricordano ancora di quel tizio dai tratti mediterranei che, con un sorrisone stampato in faccia, faceva la fila alla cassa apparentemente godendo nel vederli infilare in un sacchetto un libro, un portafotografie e un paio di candele profumate.
Volete sapere che ci facevo in fila alla cassa, da Libro? Ora ci arrivo. Prima però devo aprire una parentesi.
Una cosa che mi sono sempre chiesto è: di che cosa sono fatte le copertine delle Moleskine? Nel senso, usano qualche sostanza particolare, una sorta di “feromone consumista” che spinge i clienti all’acquisto compulsivo? Me lo chiedo perché ho notato che alcune persone non riescono a uscire dalla libreria senza avere comprato almeno una Moleskine. Già è strano nel caso dei turisti, che appena vedono l’espositore dei famosi quaderni ci si fiondano con la bava alla bocca, come se non ne potessero fare a meno (e come se fosse un prodotto caratteristico della Sicilia. Non le vendono anche nel Regno Unito o negli Stati Uniti, quelle cose?). Ma la faccenda diventa assurda nel caso dei clienti locali (e grafomani?) che sembrano comprare Moleskine al ritmo di due alla settimana. Sono arrivato al punto di chiedermi quanti quaderni possieda certa gente. Immagino case stipate di Moleskine fino al soffitto, armadi pieni come uova di quaderni. Ipotesi avvalorata da certe frasi mormorate davanti all’espositore, con sguardi ipnotici, dai soggetti in questione.
«Ah, quello con i fogli a quadri e la copertina morbida mi manca. Mi sa che lo prendo».
«Ma dài, ora fanno anche il taccuino grande a pagine bianche per schizzi? Devo assolutamente averlo».
«Non sapevo esistesse la Moleskine con il pentagramma. Non suono nessuno strumento, sono praticamente negato per la musica, ma non si sa mai nella vita. Lo compro».
A pensarci bene, forse nella puntata scorsa avrei dovuto inserire anche quello delle Moleskine fra i fenomeni misteriosi che si registrano in libreria.
Comunque, tutto questo per dire che il giorno in cui mi trovavo da Libro, a Vienna, a ridere di quei poveracci dei commessi, a un certo punto ho realizzato di trovarmi in fila alla cassa. Non sapevo come ci fossi finito; non dovevo pagare niente. Poi però mi sono accorto di avere qualcosa in mano.
Era una Moleskine.

© 2009 Stefano Amato