Stefano Amato - L'apprendista libraio
Stefano Amato, L'apprendista libraio (febbraio 2010)


Fra depistaggi e Mary Poppins



Peggio dei clienti che non hanno idea di cosa vogliono, o che ne hanno soltanto una vaga («mi sembra che la copertina sia verde»), ci sono quelli che operano un vero e proprio depistaggio, inventando di sana pianta titoli, autori e case editrici fittizie. Per questa gente l’ultimo romanzo di Margareth Mazzantini, Venuto al mondo, s’intitola in realtà Il ragazzo venuto dall’Est, o Venuto dall’altro mondo, quando va bene.
Principianti, la raccolta di racconti di Carver pubblicata l’anno scorso da Einaudi, è diventata Gli spiantati. Lo ricordo bene perché la signora che me lo ha chiesto, continuando a girare tra gli scaffali si è imbattuta nel libro giusto, ne ha preso una copia, e poi avvicinandosi alla cassa ha detto: «Eccolo qua, giovanotto. Perché mi ha detto che non c'era?»
«Forse perché lei mi ha chiesto se avevamo Gli spiantati
«Va be’», ha detto lei esasperata. «Avrebbe dovuto capirlo che intendevo questo!» La medaglia d’oro per il libro più depistato da quando lavoro in libreria, però, spiace dirlo ma spetta a Ho voglia di te, di Federico Moccia, che appena uscito attirò in libreria una valanga di ragazzi adolescenti ansiosi di regalarlo alle loro belle. Peccato si trattasse di quell’esemplare di giovane italiano a cui la semplice parola "libro" pronunciata a voce troppo alta basta a procurargli un’emicrania. Ragazzi del genere si riconoscono al volo: sono quelli che in libreria si guardano attorno con lo stesso interesse di un vegetariano in una macelleria.
Ecco che cosa è diventato, per questi rampolli Dolce & Gabbana vestiti, Ho voglia di te:
- Mi piaci assai.
- Ti amo da morire.
- Ho voglia di stare con te. (Rispetto agli altri, va riconosciuto, un progresso enorme. Praticamente il titolo esatto.)
- Ti voglio troppo bene.
- Tre metri sopra il cielo 2.
- «L’ultimo libro di Scamarcio».
Non posso fare a meno di chiedermi se Moccia stesso, scoperte le scarse capacità mnemoniche dei suoi lettori, non abbia deciso proprio per questo di intitolare il libro successivo Amore 14, un titolo oggettivamente a prova d’infante.

Nella puntata di giugno 2009 ho descritto i miei tre tipi preferiti di cliente – «Il guru», «L’entusiasta» e «L’arpia» – tralasciandone però uno importante: quello che io chiamo «Mary Poppins».
Generalmente una donna, Mary Poppins si avvicina al bancone senza dire una parola, ci poggia sopra la sua borsa e la apre con uno sguardo di sfida.
«Cercavo un libro», dice a quel punto. Poi, inspiegabilmente, comincia a svuotare il contenuto della borsa sul bancone, che in pochi secondi si riempie di accendini, fazzoletti usati, custodie per occhiali, biglietti del gratta&vinci.
«Scusi», dice quando si accorge del mio sguardo perplesso, «è che ho scritto il titolo su un foglietto di carta che dovrebbe essere qui, da qualche parte». E intanto tira fuori dalla borsetta pacchi di gomme da masticare, telefoni cellulari, tascabili Harmony, agendine.
Quando lo trova – e il bancone comincia ad assomigliare a quello di un ufficio oggetti smarriti – legge sul retro di uno scontrino il titolo di un libro. Se ce l’abbiamo glielo prendo, lo infilo in un sacchetto e batto lo scontrino.
«Sono quattordici euro e cinquanta».
«Posso pagare con carta di credito?» Chiede Mary Poppins.
«Certo», rispondo io, conscio di cosa m’aspetta.
«Devo solo riuscire a trovarla», dice infatti lei prima di tornare a frugare nella borsa. Sul bancone si palesano dal nulla cappellini, mini ombrelli, portagioie, una copia di “Novella 3000”.
«Eccola qua, tenga», dice quando trova la carta.
Non so cosa mi passi per la testa, ma dopo avere strisciato la carta le chiedo: «Ha un documento d’identità?»
«Sicuro», dice lei, e tira fuori dalla borsa una lampada a stelo, una racchetta da tennis, la ruota di scorta di una vespa e...
«Lasci perdere» gemo. «Mi fido, ok?»
«Ma no, la mia patente dovrebbe essere qui, da qualche parte», dice lei estraendo per il manico una chitarra classica.
Con un gesto secco strappo via la ricevuta dalla macchinetta del bancomat e gliela do. «Tranquilla, davvero», dico. «Abbiamo fatto». E finalmente mi posso rilassare, anche perché so che passerà del tempo prima che Mary Popping sgomberi il bancone e lasci posto al prossimo cliente.  

© 2010 Stefano Amato