Collana Fernandel

Gianluca Morozzi (in collaborazione con Paolo Alberti), Le avventure di zio Savoldi


Le avventure di zio Savoldi
Paolo Alberti (a sinistra) e Gianluca Morozzi con la maglia del Bologna
Pagine: 224
Isbn: 9788887433623
Collana: Fernandel
Data di pubblicazione: gennaio 2006
Leggi come inizia





«Non è un libro sul calcio. O meglio, fondamentalmente è un libro sul Bologna. Anzi, sui tifosi del Bologna...»


Sei tifoso di una squadra che negli anni Trenta faceva tremare il mondo, negli anni Sessanta giocava come si gioca solo in paradiso, negli anni Ottanta si copre di ridicolo nelle categorie minori. A te, per motivi anagrafici, sono toccati in sorte gli anni Ottanta, quelli del Bologna che si copre di ridicolo tra la serie B e la serie C. C’è di buono però che quando cominci a tifare per una squadra nell’anno in cui questa perde tre volte contro la Rondinella, ben poco, dopo, può turbarti. Ti aspettano vent’anni di vittorie a Lisbona e di sconfitte a Leffe, di semifinali europee e di retrocessioni umilianti. Di anni passati ad aspettare i gol del Jardinero Cruz, e la consacrazione dei tuoi idoli Detari o Marocchino. Di maglie rossoblù indossate da Baggio come da bizzarre meteore finlandesi. Di tante domeniche in cui ti trovi a pensare che non è un divertimento, questo, è un lavoro. È un lavoro, e non ci rinunceresti mai.
In copertina: illustrazione di Luca Bendandi (www.coolissimo.it).

Gianluca Morozzi è nato nel 1971 a Bologna, dove vive. Autore prolifico e estremamente generoso, per Fernandel ha pubblicato la sfilza di titoli che trovate più sotto. Di libri ne ha pubblicati quasi altrettanti per l'editore Guanda, a partire da Blackout (2004) e L'era del porco (2005).
Anche se si considera il peggior chitarrista del mondo, suona e ha suonato in diverse cover band locali.
Wikipedia gli dedica una voce piuttosto dettagliata.

Paolo Alberti è nato nel 1971 a Bologna, dove vive. È tra i fondatori del gruppo ultrà Molle Cariche e ha scritto diversi articoli per la rivista «Supertifo». Dopo questo primo libro ha pubblicato con l'editore Rizzoli il romanzo Anche gli orsi faranno la guerra (2011).

La frase che spiega tutto il libro

«C’è il pallone arancione, io lo adoro, il pallone arancione. È bellissimo essere qua oggi pomeriggio, per me è sempre bellissimo essere in curva, pioggia, ghiaccio, sole a picco, stare qua è sempre bellissimo».

Rassegna stampa

Uno scrittore di talento e un vero ultrà del Bologna. Insieme a “limare” le bozze del libro che Fernandel pubblica alla fine di gennaio (Ernesto Milanesi, «il Manifesto», 3 gennaio 2006)

S'intitola Le avventure di zio Savoldi, anche se il mitico bomber compare in realtà soltanto nel titolo. Sono racconti firmati da Gianluca Morozzi (autore di punta della casa editrice di Ravenna, ma che ha pubblicato i romanzi Blackout e L'era del porco con Guanda) e Paolo Alberti, fondatore delle Molle Cariche.
Il calcio diventa quasi un pretesto e la narrazione allarga il campo, ben al di là di una curva da stadio. Un libro molto bolognese, ma con un taglio decisamente originale. Potrebbe davvero rivelarsi come la sorprendente novità del panorama letterario. E inaugurare un filone di scrittura ancora inesplorato.
“Le avventure di zio Savoldi non è un libro sul calcio. O meglio, fondamentalmente è un libro sul Bologna. Anzi, sui tifosi del Bologna. Anzi, su quello che significa nel bene e nel male essere un tifoso del Bologna” anticipa Morozzi con il suo inconfondibile stile. Un libro bizzarro, insomma. E con Alberti rappresentante anche una strana, inedita e sconvolgente coppia di autori...
"Quando dico che ho scritto un libro con un ultrà, noto spesso sguardi sconcertati. Come se i colleghi scrittori mi stessero immaginando curvo sulla tastiera, terrorizzato, mentre un teppista bardato di rossoblù dalla testa ai piedi mi costringe sotto la minaccia del coltello a scrivere intanto che lucida le sue mazze ferrate. Quando faremo le presentazioni insieme, invece, sorprenderò tutti presentandomi con una specie di modello di intimo maschile dotato di fine senso dell'umorismo".
"È un libro di racconti. Alcuni li avevo scritti per riviste e antologie: li ho ripescati e ripuliti per l'occasione. Altri li ha scritti Paolo Alberti e io li ho levigati in nome dell'uniformità stilistica. L'appendice, in cui si narra come il Messico e le febbri tropicali possano far nascere l'idea di fondare un gruppo ultrà, quella è tutta sua. L'embrione di questo libro risale ad alcuni anni fa: il Bologna allenato da Guidolin dalla Champions League all'Intertoto in 90'. Era un romanzo incentrato su un personaggio disperatamente tifoso di Julio Cruz, che all'epoca tutto sembrava tranne che un centravanti, e sulla sua passione non condivisa da nessuno. Di quel romanzo mai pubblicato è rimasto un lunghissimo capitolo intitolato Il giardiniere e alcuni episodi sparsi. È un libro per chi ha visto vincere sette scudetti che dovrebbero essere otto, ma soprattutto per chi ha visto vincere solo una coppa Intertoto, due campionati di serie B e due campionati di serie C. E nonostante tutto questo, sta aspettando con trepidazione il prossimo sabato di campionato. Chi sia l'avversario, poco importa".
Morozzi versione tifoso del Bologna com'è? "Lo sono diventato nel 1983, giusto in tempo per vedere tre sconfitte in un anno con la Rondinella. Sono cose che ti segnano fin dal principio. Squadra in C, il centravanti era Sauro Frutti. Beppe Savoldi io l'ho sentito evocare ma non l'ho mai visto giocare, come non ho mai visto Bulgarelli o Haller per mere questioni anagrafiche. Per due anni, due miseri anni, mi sono anche perso il debutto rossoblù di Roberto Mancini".
Se nei vostri racconti non c'è Savoldi, chi gioca con le parole? "Le avventure di zio Savoldi è un libro in cui Beppe Savoldi non compare mai, se non di striscio. Ci sono però Marronaro, Marco Negri, Domenico Marocchino, Julio Cruz. Spunta anche l'altro Beppe che sfondava i pali e le traverse: Signori. Si parla del Bologna che ho visto e vissuto di persona, dall'83 fino alla partita di coppa Italia del 2005 col Cesena. A parte un capitolo sulla storia del Bologna, che si chiama Novecento (nove) e in pratica è un riassunto delle puntate precedenti".
A Bologna, nel basket ci sono i tifosi Vip della Virtus e quelli orgogliosi della Fortitudo. Allo stadio, invece, qual è la caratteristica del “popolo rossoblu”? "Quello del Bologna è un tifoso solipsista, di quelli per cui le altre squadre non esistono, se non come inevitabile antagonista. Un tifoso per cui la partita vuol dire: undici rossoblù e altri undici con maglie di colore diverso. Che siano il Manchester United o l'Albinoleffe, fondamentalmente fa poca differenza. Un tifoso per cui la canzone dell'acqua Cerelia e l'omino del Billy della curva Andrea Costa sono molto più importanti di tutte le epopee del Grande Torino o dell'Inter di Herrera, del Gre-no-lì, dei pianti su Roma-Liverpool o le coppe Intercontinentali. Per cui non solo il gol di Bresciani contro il Chievo, ma anche il rigore di Bellucci contro la Cremonese ultima in classifica hanno rivestito più significato di qualunque finale di Champions League".
"Calcio e letteratura: di cosa non scrivete?" Per essere un libro sul calcio, non ci sono sanguinosi scontri tra tifoserie, visione del calcio come metafora della vita, esaltazione del calcio giocato a piedi nudi nella giungla boliviana, nostalgia del pallone con le cuciture e delle maglie numerate da uno a undici, nostalgia delle partitelle del doposcuola con gli zaini a fare i pali. Per essere un libro sul Bologna, non si parla - se non nel capitolo già citato - dello spareggio all'Olimpico o delle cinque finali col Genoa o dei sette scudetti che poi sarebbero otto, visto che quello revocato al Torino sarebbe nostro di diritto e sarebbe pure ora che ce lo assegnassero".
Dunque, cosa si leggerà? "Di come si può odiare un'innocua insegna solo perché ha gli stessi colori della maglia di Rebonato, centravanti del Pescara. O di come sfuggire al lutto familiare di una fidanzatina per correre a vedere Fabio Bellotti che fa gol al Cosenza sotto la neve. O di due ragazzi che vivono le tre retrocessioni del Bologna a distanza di anni, incontrando in ogni occasione un curioso vecchio col monocolo. Di una seduta psicanalitica in cui un uomo leggermente ossessionato rievoca meticolosamente e senza nulla tralasciare vent'anni di eliminazioni del Bologna dalla Coppa Italia. Di tre Milan-Bologna del ventunesimo secolo dagli esiti e gli umori differenti. Di come un ragazzo educato e di buona famiglia e un teppista di nome Lama possono trovarsi fianco a fianco in una trasferta contro il Genoa. Di un giovane innamorato del Bologna e di una studentessa bergamasca che decide di abbinare un viaggio romantico e una trasferta a Leffe, con esiti disastrosi. Di giocatori scomparsi nel limbo della memoria come Frara, Zerpelloni, Bonfadini e Casabianca. Dell'unico gol con la maglia del Bologna del finlandese Mika Aaltoneen. Di un tipo di nome Lajos, e del suo idolo Lajos Detari".

Il libro di racconti scritto da due giovani tifosi. “Noi, quelli nati troppo tardi per vedere il Bologna vincere” (Massimo Vitali, «Il Resto del Carlino», 04 gennaio 2006)

Alberti un libro sul Bologna scritto da chi si è perso il meglio. «È stata proprio quella la molla che ci ha convinti a scriverlo. Noi siamo quelli nati dopo, quelli che non hanno visto né l'ultimo scudetto né le due vittorie in Coppa Italia. Possiamo solo prendercela con l'anagrafe, cercando di tenerci stretto l'aspetto positivo della faccenda». E quale sarebbe? «Chi ha visto solo delle serie A scarse più qualche anno in B e C, accoglie ogni novità con il senso della speranza. Non è poco per una tifoseria che è pervasa da tanto scetticismo. Arriva Zauli in un Bologna che occupa la colonna i destra della classifica di serie B e c’è chi storce il naso...per noi che abbiamo visto la partita di Leffe appoggiati a un albero, è tutto grasso che cola».
Quando è nata l'idea di scrivere il libro? «Alla fine della stagione 2001-2002, l’anno dei 52 punti. Inizialmente era stato pensato come un romanzo con protagonista Lajos, un tifoso sessantenne depositario della memoria collettiva rossoblù, romantico sostenitore di Cruz anche quando, nel suo primo anno, l’argentino passava per essere un bidone. Poi abbiamo scelta la formula della raccolta di racconti, per rendere la lettura più agile».
Ce n’è uno che ripercorre i quasi cent’anni di storia del Bologna. «È affidato al racconto di tre generazioni di tifosi. L’abbiamo pensato il 20 luglio di quest’anno, nel giorno del raduno, quando sotto la canicola di Casteldebole aspettavamo il pullman della squadra che partiva per il ritiro. Forse era un modo per esorcizzare un presente di stenti».
Lei passa per essere un ultras... «La prima partita che ho visto è stata un Bologna-Milan 0-1, gol di Maldera: era il ’78. Ma bisogna intendersi sulle etichette. Per me l’ultra è quello che tifa a prescindere. Non siamo quelli che tirano i sanpietrini o che accoltellano la gente. Siamo quelli che se c’è il Bologna, si va. E si tifa: dal primo all’ultimo minuto. Poi finisce la partita e se non sei soddisfatto di come ha giocato la squadra, hai tutto il diritto di contestare. Anche andando il lunedì a Casteldebole per farsi sentire coi giocatori».
Ma la violenza è una componente essenziale o no? «Mi è capitato di trovarmi in mezzo a situazioni pesanti. Come quando nel ’90 a Vienna i tifosi del Rapid ci aspettavano all’uscita, o a Marsiglia, nella semifinale di Coppa Uefa del ’98 ».
Tifare è anche soffrire. Se la passione ce l’hai nel sangue, soffri anche per le cose minime. Bologna-Pescara 0-1, gol di Rebonato. Il giorno dopo io e Gianluca (Morozzi, ndr) vediamo in via Corticella l’insegna di un frutta e verdura a strisce verticali bianche e azzurre con il nome scritto in rosso. Tale e quale la maglia del Pescara. Un supplemento di sofferenza. Ci saranno stati anche dei momenti belli «Veder giocare Detari è stata una gioia. Lajos è il giocatore che incarna meglio il Bologna degli ultimi vent’anni: geniale, ma anche indisponente. È lo specchio di una squadra che potenzialmente è grande, ma che quasi mai l’ha fatto vedere. Almeno a quelli come me che sono nati tardi».
Cruz è il filo conduttore del libro, Detari la musa ispiratrice. Ma quella del Bologna degli ultimi vent’anni, salvo rare eccezioni, è una storia soprattutto di patimenti. «Tra le rare eccezioni metterei Baggio e Signori».
E tra i bidoni? «Non c’è che l’imbarazzo della scelta. Ne scelgo uno, che mi sembra emblematico: Evangelisti, il centrocampista dei primi anni ’90, da noi ragazzi di curva soprannominato “il bidello”. Del calciatore non aveva il fisico: e nemmeno tutto il resto». Ma alle “patacche” avrete fatto il callo. «Sì. Tanto che dopo aver visto come giocavano Verga e Bellotti, dipinti rispettivamente come “il nuovo Baresi” e “l’erede di Ancelotti”, accogliemmo con un certo scetticismo Cardone, presentato come il Maldini del futuro...».
I tifosi di Juve e Milan non li invidia mai? «Ma va' là! Per me esiste solo il Bologna».

Esce "Le avventure di zio Savoldi" vent'anni di calcio secondo Morozzi (Fernando Pellerano, «La Repubblica», 26 gennaio 2006)

Tutto il Bologna degli ultimi vent'anni. Giocatori, allenatori, tifosi, partite vinte e perse, trasferte, coreografie, leggende metropolitane, aneddoti, lacrime, gioie, retrocessioni e coppe si concentrano nel romanzo (calcistico, sì) "Le avventure di zio Savoldi" (222 pagg., 14 euro, ed. Fernandel), che Gianluca Morozzi, prolifico scrittore bolognese e sfegatato supporter rossoblu (all'attivo altri 6 romanzi), ha scritto insieme all'amico tifoso Paolo Alberti, tra i fondatori del gruppo Molle Cariche. Savoldi, quello vero, non c'è (è solo il soprannome dello zio), ma tutto il resto sì, da Marocchino a Verga, da Marronaro a Baggio, fino allo spareggio col Parma. Per chi frequenta il Dall'Ara, un libro che si legge in 90'. Oggi alle 18 presentazione da Feltrinelli.

“Le avventure di zio Savoldi” di Gianluca Morozzi e Paolo Alberti – Ed. Fernandel (Lucio Mazzi, Forum rossoblu, 26 gennaio 2006)

Questo non è un libro sul Bologna. Certo, il Bologna è presente in ogni riga, ma non è un libro sulla squadra che tanto fa penare i suoi tifosi. È piuttosto un libro proprio sui tifosi. Che forse sono tifosi un po’ particolari (a noi piace crederlo) e forse no. I protagonisti di questi racconti dal taglio decisamente cinematografico vivono, come gli autori del libro, con la maglia del Bologna “7 giorni su 7” (direbbe Carboni) ed è una passione poco e male ricambiata dai risultati della squadra. Ma quello che più conta è che il libro è estremamente godibile anche per chi di calcio non si interessa. Esattamente come lo fu il famoso “Febbre a 90” di Nick Hornby di cui questo volume è la degna risposta italiana.

Dentro Bologna con zio Savoldi

Un racconto che è un insieme di storie ed episodi, col calcio che è pretesto e centralità, con Bologna che è scenografia e il Bologna che è fiume per cento diramazioni. Ecco Le Avventure di zio Savoldi, appena uscito. Gianluca Morozzi ne è l’estensore con la collaborazione di Paolo Alberti, fondatore di un gruppo ultrà dei rossoblu. Dentro questo libro che parla di vita vissuta e anche romanzata, in cui Morozzi è prima persona e poi attore e spettatore, ci sono varie tipologie di tifoso davanti a partite (vere) ricordate come fossero attualissime: c’è il tifoso minimalista che si accontenterebbe di veder vincere solo la Coppa Italia, poi quello integralista, il rassegnato, l’autoironico e quello che sa tutto, che fa quiz perché se ricordi gente come Casabianca, Seno, Sanchez, l’unico gol di Aaltonen, Dall’Igna e non solo i grandi come Savoldi (che nel libro compare di striscio), Baggio, Signori, Cruz, Detari, Pagliuca, Kolyvanov, ecco, allora "siete me", dice l’autore.
Il punto più alto della bolognesità viene raggiunta quando la vita vissuta ti porta a un Bologna-Milan, 1-0 rossoblù con sassata lontana di Piacentini al novantesimo. C’è tutto per essere felicemente fuori di testa, ma quando i giocatori vanno sotto la curva a lanciare le maglie, tac, le maglie tornano indietro perché sono disegnate male, perché non hanno i colori con le gradazioni storiche, perché "sembrano quelle del Cagliari". E’ la rivendicazione dei colori, del bolognese che non può sbolognare mai e poi mai il Bologna.

L'importanza di chiamarsi Lajos (Matteo Dalla Vite, Quasirete, il blog della Gazzetta dello Sport, 14 febbraio 2006)

Per capirci: è un po’ il Nick Hornby italiano. O il Beppe Severgini alla bolognese.
"Può darsi – sorride Gianluca Morozzi - il mio Bologna è una “febbre” dai primi Anni 80, adoro Bruce Springsteen come Severgnini, interista quanto io sono rossoblu dentro e addosso".
Classe ’71, bolognesissimo, sette libri scritti con stile accattivante, scorrevole sempre e banale mai, Gianluca Morozzi è talmente tifoso che "per vedere un altro scudetto darei dieci anni di vita, vivere fino a 70 e poi salutare tutti felice e con il tricolore sul petto"; è talmente dentro e dietro al Bologna "che dall’83-84 non ho mai perso una partita che fosse dal vivo, in tivù o in radio per una squadra frustrante e simpatica, comunque unica".
L’ultimo scritto (ma ad aprile uscirà l’ottavo, L’Emilia o la dura legge della musica, un saggio seminarrativo e semiserio sulla musica italiana nata fra i Guccini, i Ligabue e i Vasco Rossi), si intitola Le avventure di zio Savoldi, in cui Savoldi compare solo di striscio ma è il soprannome dello zio e le altre due mani sono state quelle di Paolo Alberti, tra i fondatori del gruppo ultrà Molle Cariche presente al Dall’Ara.
"In questo libro c’è il tifoso solipsista – riprende Morozzi -, uno per il quale esiste il Bologna e solo incidentalmente altre squadre, che poi si chiamino Albinoleffe o Manchester United non frega nulla. Insomma, le altre esistono perché contro qualcuno bisogna pur giocare, ma il mondo, l’universo è il Bologna".
In questo libro, come in L’Era del Porco (Guanda), Morozzi ha un alter ego, che a volte diventa narratore in prima persona, si chiama Lajos come Detari, campione magiaro transitato dal Bologna e tanto bizzarro quanto calcisticamente geniale.
"Lajos non sono io ma sono io, è un alter ego appunto, perché lui ha il padre scrittore e io ingegnere, lui è masochista e io no. Però le sue avventure sono state spesso le mie. E Bologna e il Bologna sono partenza, arrivo e un po’ filo conduttore dei queste situazioni".
In tutti i suoi libri ("Tranne in Blackout, un thriller claustrofobico", fa ) c’è sempre un accenno al Bologna; in Le avventure di zio Savoldi, il Bologna è la squadra e la fede per le quali val la pena vivere.
"Bologna e il Bologna sono inscindibili – prosegue Morozzi –, vivere l’una è avere dentro l’altra cosa. Parlare solo del Bologna è limitativo? Macché, non mi frega nulla di parlare di Milan, Inter o Juve: anche il filo d’erba del tuo giardino può essere universale e può appassionare se lo sai raccontare e se ha una storia. E storia ce n’è".
Storia dicibile anche attraverso il suo Undici Storico, quello che gli ha fatto “saltare” il cuore.
"Pagliuca in porta, a destra Paramatti, centrali il Mitico Villa e De Marchi, a sinistra Macellari perché gli ultimi cross belli li ho visti da lui, poi a destra Fabio Poli, Erando Pecci come regista, l’8 lo diamo a Marocchi di un soffio davanti a Ingesson, il 10 a Baggio tutta la vita, il 9 all’adorato Cruz, l’11 a Beppino Signori. Allenatore? Sarebbe stato Mazzone se non fossimo finiti in B, con lui. E allora spazio a Ulivieri, dico Renzaccio. Ho l’abbonamento dall’88, ho visto solo vincere un Intertoto ma l’ho detto: se vedo l’ottavo scudetto, sicuro, dieci anni li regalo".

Tifosi del Bologna, tifosi di una qualsiasi squadra di calcio, semplici lettori (Federica Angelini, «Il Resto del Carlino», Ravenna, 17 febbraio 2006)

A loro si rivolge Le avventure di zio Savoldi, ultima fatica di Gianluca Morozzi, bolognese, figlio di un fiorentino tifoso viola, di professione scrittore, amico dell'ultrà del Bologna Paolo Alberti, coautore del libro. L'autore presenterà il volume stasera alle 20.30 alla Libreria Feltrinelli. Dopo sette titoli già pubblicati, in parte dall'editore ravennate Fernandel (come quest'ultimo), in parte da Guanda (come il bellissimo Blackout, da cui sarà a breve tratto un film della Universal ambientato a Miami), Morozzi porta a termine un progetto che, dice, aveva in testa da tempo. «L'idea - racconta - era quella di scrivere un racconto a quattro mani che raccontassero l'epica quotidiana di un tifoso di calcio, che ha una vita normale, fatta di interessi, amori, studi, ma che corre parallela a un'irresistibile passione per il campionato». E se la squadra di calcio per cui si tifa si chiama Bologna e gli anni sono quelli in cui la gloria è da tempo passata e ormai si bazzica dalle parti della serie B, se non della C, l'epica non può che diventare tragicomica. O, per meglio dire, irresistibilmente comica. Perché il ritmo, il tono e la freschezza di questa raccolta di racconti incentrati sul tema del calcio fanno innanzitutto ridere. E restituiscono, senza moralismi, un po' di leggerezza a quel mondo del pallone che sempre più spesso scivola dalle pagine sportive a quelle di cronaca (e finanza e politica). «Non volevamo scrivere un libro nostalgico, ma è vero che tutto quello che oggi gira attorno al calcio non ci piace. Dai diritti tv a certi presidenti. Però, è anche vero che i novanta minuti sul campo sono sempre i novanta minuti. Lì non è cambiato nulla». Già, nel libro non c'è nostalgia ma molta auto-ironia, un po' sul modello di un Nick Hornby all'emiliana. «Diciamo che tra tutti i libri sul calcio in circolazione, Hornby è sicuramente quello a cui il nostro può somigliare di più. Anche se lui è un tifoso dell'Arsenal, una squadra blasonata e vincente. Le sue sofferenze non sono paragonabili a quelle di un tifoso del Bologna nato negli anni Settanta». Non a caso, da queste parti, oltre il confine della Romagna, sono rari i tifosi rossoblu coetanei di Morozzi. I trentenni di oggi in genere prediligono club come la Juve o il Milan. «Non se sei di Bologna. Se sei un vero bolognese, la squadra non la scegli, ti tocca. Non puoi sfuggire». Un destino, insomma, quello di tifoso impegnato in trasferte assurde senza treni speciali, costretto al funerale dell'odiosa nonna della fidanzata proprio quando al Dall'Ara arriva il Cosenza e via discorrendo. Una cosa forse lo accomuna ai fan di altri club più "fortunati": l'obbligata convivenza con qualche "mostro" fascista come il Lama. «Per fortuna nella curva del Bologna non entra la politica - racconta Morozzi - e speriamo che le cose restino così. Ma c'è da temere il peggio. Il nostro libro vuole essere antitetico a questo modo di vivere lo stadio». E così, proprio per questo approccio divertito e divertente, oltre agli appassionati di calcio e di lettura, il libro può essere consigliato anche a un'altra "categoria sociale" che potrebbe trarne preziosi insegnamenti: quella delle fidanzate dei tifosi di calcio.

“Un libro che parla di calcio. Ma non come metafora della vita” (Roberto Artioli, «Il Corriere di Ravenna», 19 febbraio 2006).

Gianluca Morozzi sgombra il campo dai possibili equivoci, e ancora prima di entrare nei dettagli della sua ultima opera, chiarisce che “Le avventure di zio Savoldi” è un libro sul calcio, o meglio sul Bologna Football Club e sulla smodata passione di alcuni pittoreschi tifosi rossoblù. Scritto a quattro mani con l’amico Paolo Alberti, capo ultras del gruppo Molle Cariche, il libro ripercorre le vicissitudini di una squadra che “negli anni Trenta faceva tremare il mondo, negli anni Sessanta giocava come si gioca in paradiso, negli anni Ottanta si copre di ridicolo nelle categorie minori”. Per congiunzioni anagrafiche, gli autori del libro hanno vissuto gli anni bui della Serie C, la rinascita in serie B, l’apoteosi in serie A con le magie di Roberto Baggio, e infine la drammatica retrocessione in serie B. Eventi entusiasmanti o drammatici che hanno segnato la vita dei giovani protagonisti di un libro che non può non essere amato da tutti coloro che tifano e soffrono per la squadra del cuore.
Edito dalla casa editrice ravennate Fernandel, “Le avventure di zio Savoldi” è stato presentato venerdì sera alla libreria Feltrinelli di Ravenna. I due autori non hanno nascosto l’origine strettamente biografica dell’opera, ricordando gli episodi che hanno fornito gli spunti per un libro divertente e che può restituire un po’ di quella poesia che il calcio moderno ha evidentemente perso. Lontano dai fasti di Milan, Juventus e Inter, il tifoso rossoblu è atteso da tante domeniche il cui “ti trovi a pensare che andare allo stadio non è un divertimento, ma un lavoro. Un lavoro a cui non rinunceresti mai”. Ma i risultati di tante fatiche rimangono dentro al cuore dei tifosi: ecco allora che i due autori, amici e “compagni di curva”, dedicano un capitolo a Roby Baggio ne “Il divino e il codino”, oppure alla meteora argentina Julio Cruz, “Il Giardiniere – Una storia di amore”, o all’incredibile trasferta e sconfitta di Leffe in “Toccare il fondo, poi scavare”. Episodi reali vissuti a pochi metri dal terreno di gioco, giurano Morozzi e Alberti, che di fronte alle divagazioni sullo sport nazionalpopolare per eccellenza, almeno in Italia, mostrano una passione vera e sincera, ricordandosi anche delle trasferte a Ravenna. “Uno zero a zero senza particolari emozioni in campionato – ricordano -, ma anche un cinque a zero per il Bologna in coppa Italia quando avevamo Baggio. Comunque Ravenna è una squadra amica, l’unica con cui siamo ancora gemellati”.
In chiusura Morozzi individua tre livelli di lettura con cui si può affrontare il libro: “Come tifosi del Bologna, raggiungendo una piena identificazione. Come tifosi in generale, quindi condividendo una passione. Oppure come non tifosi, e quindi sorridendo di una passione che tanto spesso assomiglia a una malattia”.

Si colloca nel filone della letteratura calcistica (sempre che un “filone” si possa già annunciare) questa raccolta di racconti

e in questo caso la definizione “raccolta”, invece, ben si addice all’operazione: chi ha letto “L’era del Porco” e i precedenti lavori di Morozzi, ritroverà qui molti personaggi che hanno animato suoi lavori più ampi. Generalmente la lettura di un simile testo delude, quando assume a tratti l’aria di un ripescaggio: alcuni racconti sembrano decisamente degli “scarti” riveduti e corretti. Ma sarà la verve di Morozzi, sarà un mondo letterario ottimamente delineato quale quello del calcio si presta a essere, ecco che la lettura scorre benissimo e coinvolge, diverte – in qualche caso fa riflettere. I tifosi del Bologna che Morozzi e Alberti raccontano hanno un solo scopo nella vita: l’amore incondizionato e non necessariamente ripagato per la loro squadra del cuore. Il Bologna, of course. C’è chi si fa chiamare col nome di un giocatore storico, chi pronuncia uno Statuto del perfetto tifoso (del Bologna), chi si dilegua dalla propria famiglia con ogni alibi pur di precipitarsi a urlare in curva, sperando fino all’ultimo in una vittoria, quasi sempre disperata o rimandata alla prossima partita. Ma questo è cronaca. Se non si è seguaci di una qualche squadra di calcio, può risultare complicato appassionarsi alle “eroiche gesta” dei tifosi descritte in questo libro. Ci si diverte però a vedere con quanta animosità seguire una palla che rotola su un campo unisca persone di volta in volta profondamente diverse fra loro, tratteggiate con onestà estrema. Niente caricature. Niente prese in giro. “Le avventure di Zio Savoldi”, se diverte, diverte perché i suoi personaggi sono davvero tutto ciò che un “non tifoso” immagina essere il mondo del calcio, ma che, naturalmente, non ha mai osato chiedere. Né soprattutto approfondire (Gianluca Mercadante, «Pulp», marzo-aprile 2006).

L’autore di questo libro è quasi un “ospite fisso” della nostra rivista (Pedroso, Coolclub.it, 3 marzo 2006)

Gianluca Morozzi, trentacinquenne scrittore bolognese, da qualche anno a questa parte è uno degli autori più prolifici della letteratura italiana. Dal 2004 pubblica con due case editrici: la ravennate Fernandel, che lo ha lanciato nel 2001 con Despero, e la Guanda con la quale ha pubblicato Blackout e L’era del porco. Dopo il racconto del mondo dei fan di Bruce Spingesteen in Accecati dalla luce in questo ultimo Le avventure di Zio Savoldi Morozzi narra tra episodi incredibili e sensazioni da libro cuore il frastagliato mondo dei tifosi di calcio. Anzi, per essere ancora più precisi, la realtà non molto facile dei tifosi del Bologna. Una squadra nata nel 1908, che dopo sette scudetti e una gloriosa storia alle spalle, negli ultimi vent’anni ha dovuto sopportare retrocessioni in serie C, l’onta del fallimento, il ritorno in A e la nuova caduta in B nella passata stagione dopo lo spareggio con i cugini del Parma. Un amante del calcio, soprattutto un famelico consumatore di almanacchi e album panini degli anni ’80 e dei primi ’90, non può che apprezzare la ricostruzione di quegli anni bolognesi: il Mitico Villa, ad esempio, è un personaggio appunto mitico giunto nella squadra rossoblu nel 1987 con “credenziali non propriamente sfavillanti” che aveva giocato in squadre impresentabili e che diventerà invece una bandiera e un pilastro della squadra allenata da Gigi Maifredi. Morozzi attraverso racconti personali, risultati, storie d’amore, calciatori che sbagliano rigori e gol a due passi dalla porta, la curva Andrea Costa e i piccoli stadi di provincia, narra un po’ della sua vita e ricostruisce quello che l’Italia ci ha regalato in questi anni. Ma soprattutto tira fuori una carrellata di personaggi improponibili a partire proprio dallo Zio Savoldi e passando per Rain Man, la Betty, l’Orrido, Lobo, il Lama, Carlotta la biologica, l’editore Ubermensch Belasco, l’Oriella, e i calciatori e gli allenatori Lajos Detari, Domenico Marocchino, Gianluca Luppi, Eraldo Pecci, Loris Pradella, Beppe Signori, Roberto Baggio, Carlo Mazzone, Renzo Ulivieri e molti altri. L’amore per il calcio è qualcosa che va oltre le classe sociali, oltre le letture fatte e le musiche ascoltate. La bellezza e la bruttezza di uno sport bistrattato e considerato troppo ricco, anche dagli atleti delle altre discipline, ma che conserva intatta tutto il suo fascino. “Mi è bastato andare la prima volta in curva col papà, Bologna-Milan zero a uno, gol di Maldera, nel ’78, per innamorarmi di quelle casacche rosso e blu. Il resto quando t’innamori dei colori, poco importa. Serie B, serie C, dirigenze da galera, trasferte agghiaccianti, giocatori scivdi, insipidi, non contano niente. Nulla e nessuno ti tengono in casa, la domenica pomeriggi”. In questo periodo complicato per il “giuoco del calcio” tra diritti televisivi, assenza di pubblico, polemiche arbitrali e doping amministrativo, è bello leggere e divertirsi con il buon vecchio football.

Una manciata di racconti sul calcio per raccontare con piglio appassionato, ma senza la prosopopea delle trasmissioni calcistiche, cosa vuol dire amare una squadra sino in fondo (e poi scavare) (Sergio Rotino, «Stilos», 14-27 marzo 2006).

Come sempre Morozzi, qui coadiuvato dalla penna del suo amico e tifoso Paolo Alberti, sostiene la narrazione – ora più dilatata ora costretta in pochissime pagine – con una vena ironico-grottesca sempre più affinata. Al centro di questa passione per il calcio raccontata con brio e autoironia, vi sono soprattutto i personaggi già conosciuti nei romanzi Luglio, agosto, settembre nero e L’era del porco. Una generazione di eterni adolescenti in cui la miscela di sesso, musica, birra e avventure calcistiche non si ricompone mai in un equilibrio stabile, capace di far loro affrontare le difficoltà e le responsabilità dell’età adulta. E il ritratto di una generazione che non vuole muovere molti passi verso un giusto mezzo fra passioni adolescenziali e responsabilità dell’età che avanza risalta, al solito, in modo perfetto. Come perfetta è la dedizione per una squadra di calcio che da oltre vent’anni fa soprattutto soffrire e poco godere, non gioca più come in paradiso, non è più “grande” come una volta e si barcamena fra retrocessioni invereconde e sconfitte impossibili.
Gianluca Morozzi è a tutti gli effetti una inarrestabile macchina narrativa. Macina storie con una costanza encomiabile, accontentando un pubblico che, di volta in volta, diventa sempre più vasto. Inoltre, come ha scritto Marcello D’Alessandra proprio su Stilos, Morozzi ha dalla sua una “disinvoltura divertita e coinvolgente con cui sa raccontare un paesaggio umano”, che lo rende immediatamente prossimo al lettore, senza alcuna mediazione o artificio.
Ora siamo a Le avventure di zio Savoldi, raccolta di racconti scritta in collaborazione con Paolo Alberti. Qui il calcio la fa da padrone. Ma il mondo del pallone non è visto dalla parte dei giocatori, bensì da quella dei tifosi, di quei tifosi che vanno allo stadio per fare festa, per arrabbiarsi e esultare. La coppia Morozzi-Alberti tratteggia una inusitata epica in minore collegandola strettamente alla loro squadra del cuore: il Bologna. Squadra di molte rabbie e, poche, soddisfazioni. Il tema del calcio potrebbe apparire come ampiamente sfruttato, invece resta una miniera inesauribile di storie per le mille angolazioni da cui è possibile raccontarlo, proprio come ci viene ampiamente dimostrato dai due autori. I racconti del libro (più appendice dedicata alla nascita del gruppo ultrà delle Molle Cariche) sfiorano più volte l’aneddoto, in alcuni casi si fanno quasi aforistici, però funzionano perfettamente, come fossero i giocatori di una squadra che lavorano all’unisono per mettere il pallone nella rete avversaria. Quel che fanno Morozzi e Alberti è proprio questo: giocano con onestà, e portano a casa il risultato.
Stilos ha intervistato Morozzi.
I personaggi che si incontrano nei suoi libri sembrano vivere sempre una situazione di instabilità, con quel loro schivare il lavoro e la famiglia. Fanno parte di una tua personale visione del mondo?
È una mia cifra stilistica. Ho scelto di liberarli da determinati vincoli che potrebbero limitarne i movimenti. Poi, me li vedo proprio così. Mi servono personaggi un po’ irrequieti e un po’ in movimento. Certo, non è che chi ha una famiglia non possa esserlo, ma a me servono non troppo cristallizzati nelle situazioni, li voglio abbastanza fluidi. Quindi meglio che non abbiano un lavoro e una famiglia. Lo stesso zio Savoldi che dà il titolo al libro, fa parte di questa caratterizzazione. Ho pensato a un personaggio di una certa età, con una bella pancia da birra, una fidanzata storica che non sposa mai, che gioca a biliardo con gli amici e millanta amicizie con glorie passate del calcio bolognese.
Perché chiamarlo proprio Savoldi?
Quel nome gli calzava a pennello, ma non ha riferimenti diretti a Beppe Savoldi. Aggiungo che il racconto dove appare lo “zio” l’ho scritto per «il Domani», quotidiano di area bolognese. Ora dà il titolo al libro perché quando l’ho ripreso e l’ho ampliato mi è sembrato spiegasse bene il progetto e fosse bello di per sé.
Avete raccolto nel libro anche altri racconti già pubblicati altrove?
Sì, alcuni sono usciti su riviste e quotidiani. Per Le avventure di zio Savoldi ho ripescato dei racconti e ne ho scritti di nuovi. Così come ha fatto Alberti. Nel frattempo portavo avanti L’era del porco.
Anche per questo i personaggi di quel romanzo compaiono ne Le avventure di zio Savoldi?
Sai, il filone narrativo spesso era coincidente. Per esempio, alla fine del racconto Il giardiniere si fa un piccolo riferimento all’Era del porco. Cronologicamente si capisce che il racconto segue il romanzo. Comunque buona parte dei racconti è stato pensato e scritto ancora prima, a ridosso di Luglio agosto settembre nero.
Come è nata a lei e Alberti l’idea di scrivere un libro di fiction che parlasse di calcio ma dalla parte dei tifosi?
C’è sempre stata questa tensione a scrivere in coppia. Già dieci anni fa abbiamo scritto a quattro mani alcuni racconti, e quattro anni fa un bruttissimo romanzo sul calcio, fortunatamente rimasto incompiuto, che vedeva come protagonisti i personaggi dell’Era del porco e al suo centro la passione di Lajos per Cruz… che all’epoca tutto sembrava, fuorché un centravanti. Il romanzo è rimasto nel cassetto insieme all’idea di fare qualcosa insieme fino a un anno fa… Come sia nata l’idea del romanzo e poi dei racconti di ambientazione calcistica, non ricordo. Probabilmente durante una sessione di fantacalcio, dovendo scrivere qualcosa su Cruz. È da questo giocatore che credo sia sempre partito tutto. Abbiamo così deciso di trasformare il vecchio romanzo in una raccolta di racconti. Del vecchio tentativo sono rimasti alcuni frammenti e il racconto lungo Il giardiniere.
Ma non era più lineare riragionare il romanzo?
No, proprio non funzionava. Invece, la struttura a racconti era molto più agile, soprattutto ci liberava dal vincolo di una scrittura a quattro mani troppo stretta.
In che senso?
Nel romanzo ci alternavamo sulla pagina, qui siamo stati più liberi. Ognuno scriveva i racconti e solo successivamente ce li si scambiava, ci si ragionava sopra, li si correggeva e ritoccava quando era necessario, e si cercava di inserirli nella strutture del libro. In realtà nello scriverli abbiamo usato metodi molto vari. Direi che ci sono tre tipi di racconti: quelli scritti solo da me; altri racconti in cui il soggetto è mio e la sceneggiatura di Alberti; altri ancora sono di Alberti, ma lo sviluppo è mio. In Novecento(nove) l’incipit è mio, il resto è tutta farina di Alberti, mentre Toccare il fondo è scritto da Alberti ma basandosi su una storia che è accaduta a me. Quando abbiamo terminato di selezionare il materiale per il libro, ho uniformato lo stile. L’appendice è tutta di Alberti, perché racconta come è stato fondato il gruppo di Ultrà del Bologna.
Come avete lavorato dopo aver scritto i racconti e prima che lei li uniformasse?
Come ho detto prima ce li passavamo, e ci scambiavamo pareri… Abbiamo lavorato in questo modo per un anno. Ci siamo corretti, compendiati a vicenda, abbiamo riempito vicendevolmente dei vuoti, soprattutto sul versante calcistico, com’era giusto che fosse. Anche se l’ultima parola, per quella piccola dose di esperienza acquisita sul campo, l’ho sempre avuta io.
Il racconto introduttivo con Rain man, personaggio che conosce a menadito nomi e formazioni calcistiche, parla di voi due?
No, Rain man è solo un personaggio. Alberti ha una cultura molto più vasta e articolata del semplice conoscere vita, morte e miracoli del calcio. Siamo amici da sempre e condividiamo alcune passioni, fra cui quella per la squadra di calcio del Bologna. Cambia poco fra noi che Alberti sia un ultrà e io un tifoso che va negli anelli più alti della curva.
Perché invece di centrare i vostri racconti sui momenti più felici della vostra squadra di calcio avete deciso di narrarne i passaggi più depressivi?
Abbiamo pensato che qualsiasi tifoso avrebbe amato e si sarebbe divertito di più a leggere le sfortune di una squadra che non fosse la sua – o anche della sua – piuttosto che conoscere le magnifiche sorti e progressive di una signora del calcio come, per esempio, la Juventus. Io leggerei volentieri un libro scritto da due tifosi del Genoa sulle disavventure della loro squadra, per dire. È quindi più bello raccontare del Bologna che perde a Leffe per 2 a 0. Inoltre ti diverti di più e un po’ esorcizzi. Alla fine, al tifoso avversario non importa nulla che tu abbia vinto col Milan a San Siro, è più interessato a leggere di quando hai sofferto.
Come mai avete deciso di accostare i racconti in una sequenza non cronologica?
È stata una mia idea. Ho preferito mettere in evidenza gli aspetti diciamo “contenutistici” dei racconti, il perché così accostati funzionassero fra loro ed entrassero in risonanza, piuttosto che dare forza alla cronologia degli avvenimenti. Poi alcuni di essi abbracciano un cospicuo numero di anni se non di decenni, e non avremmo potuto inserirli con esattezza da nessuna parte se avessimo deciso per la sequenza cronologica.
Nel libro gli ultras sono tutti o quasi persone che cercano nella partita il momento catartico del gol, tutta un’altra cosa dai personaggi violenti che oggi assediano dall’interno gli stadi. Una immagine romantica, forse, totalmente distonica da quella proposta da John King in Fedeli alla tribù, uscito qualche anno addietro.
Il nostro è un libro che non parla del calcio come metafora della vita, non parla di nostalgia del pallone con le cuciture laterali ecc., parla dell’epica in minore che vede al suo centro il vero tifoso. Il libro narra di questo, di quello che accade a un tifoso che esce di casa per andare allo stadio, vede giocare la sua squadra, si esalta o se ne addolora, e torna a casa. Non ci interessava descrivere il lato peggiore del tifo, assolutamente.

Mancava, alla recente eppure già nutritissima produzione narrativa di Gianluca Morozzi (classe 1971, bolognese), un'opera tutta dedicata al mondo del calcio e ai suoi tifosi (Marcello D'Alessandra, «L'indice dei libri del mese», marzo 2006).

Dopo aver visto i suoi deragliati personaggi muoversi nel mondo dei gruppi musicali e dei concerti rock, è ora un piacere ritrovarli a soffrire per il Bologna, in curva, in questa piccola grande epopea del tifoso rossoblu: con il caldo e con il freddo, in casa e fuori, in tutte le categorie cui le alterne vicende destinano la squadra emiliana, un tempo gloriosa. Si tratta di un libro di racconti, scritto in collaborazione con Paolo Alberti, uscito per Fernandel, l'editore di Ravenna di cui Morozzi è diventato, con le sue storie giovaniliste e il suo stile di scrittura, l'autore portabandiera: un ritorno, dopo le recenti pubblicazioni con Guanda (l'editore della consacrazione).
Il libro è tutt'altro che un'indagine sociologica sui tifosi, almeno non lo è nelle intenzioni (e nelle sue precedenti storie giovaniliste, del resto, Morozzi ben si guardava dal voler cogliere lo spirito di una generazione; come troppo spesso si vorrebbe in questi casi): più di ogni altra cosa a Morozzi interessa, e al meglio riesce, raccontare; con il suo stile disinvolto, godibile, irresistibilmente ironico, colorato come un fumetto.
Strano destino, certo non agevole, quello del tifoso di una squadra che negli anni trenta - così si diceva - "tremare il mondo fa", sei scudetti vinti; che negli anni sessanta giocava come si gioca "solo in paradiso" e negli anni ottanta si copre di ridicolo nelle serie minori. È "sfiga anagrafica" - come sostiene il narratore - trovarsi a essere tifoso di quest'ultima, fino a giungere all'ultima stazione di questo tormentato percorso nell'umiliazione: quella domenica a Leffe, in serie C, per assistere alla partita da una curva che era un terrapieno con graziosi alberelli, e perdere vergognosamente. Dura la vita del tifoso (in modo proverbiale, poi, per i tifosi di certe squadre: Torino e Inter, per dirne due che senza dubbio meritano una menzione in questa speciale classifica), ma così è: "Non è un divertimento, è un lavoro, una tortura. Non ci rinuncerei per niente al mondo".
Il libro è un atto d'amore per il Bologna (o Bologna Football Club 1909, come è costretto a ribattezzarsi dopo il fallimento societario nella nerissima estate del 1993), fazioso come ogni atto d'amore spudoratamente sa e vuole essere, ma è anche una grande testimonianza di attaccamento, di strenua passione per il calcio, nonostante tutto: "Appena mi affaccio sul secondo anello, le cose che amo ancora del calcio mi investono tutte insieme. Il campo verde. Gli spalti. I canti. I novanta minuti. Soprattutto i novanta minuti. Mica il marcio, i personaggi orrendi, le trasmissioni dei subumani. I novanta minuti, sì, per i novanta minuti vale sempre la pena di fare dei chilometri, di spendere soldi, di prendere neve pioggia e nebbia e caldo africano. Per la partita, per il Bologna, vale sempre la pena".

Dopo due romanzi per Guanda, Gianluca Morozzi torna a pubblicare per la ravennate Fernandel (Manuel Graziani, «Rumore», aprile 2006).

E quando lo scrittore osannato persino nel salottone della De Filippi gioca in casa, sul risultato ci si possono mettere non una, ma tutte e due le mani sul fuoco: 1 fisso. È risaputa la sua passione per il glorioso Bologna Football Club, ma da qui a scriverci un libro pareva un’enormità. Non per chi ha seguito, da Despero in poi, la parabola dell’autore nato all’ombra delle 2 torri. Morozzi ha una sana bulimia nello scrivere, un approccio così disincantato e felice, che potrebbe costruire un romanzo anche sui manualetti dei cellulari. Gli riesce però senz’altro meglio mettere in campo la sua oliata galleria di personaggi: l’Orrido, Lobo, la Betty, Lajos, ovvero un mostro metallaro di 120 chili, il sosia depresso e porta sfiga di Kurt Cobain, la lasciva studelinquentessa punk e l’alter ego dello scrittore che prende il nome dal fantasista ungherese Detari. Nelle vene di Morozzi/Lajos scorre soltanto sangue rossoblu, sui gradoni dell’Andrea Costa, nel campetto di Leffe, sullo sgabello del pub di Ciccio, nel bel mezzo della firma del primo contratto editoriale o stravaccati su un divano mentre imperversa la gara di rutto libero. Attenzione però che in questi 21 racconti non c’è soltanto l’ossessione per Marocchino, Detari e il Jardinero Cruz, altrimenti lo avrebbe potuto scrivere pure Maurizio Mosca. Per esempio c’è la memoria di Novecento(nove) che commuove con quel suo sapore antico di fatica e pedalate, di pane, amore e fantasia e di una fede che viene tramandata da generazioni. Morozzi pare un Nick Hornby annegato nel brodo dei tortellini e ciucco di pessimo lambrusco, col vizietto del puttan tour sui viali di Bologna al volante di una Panda sconquassata: non lo dico tanto per dire. A breve licenzierà un libro sulla musica emiliana un po’ sul genere di Alta Fedeltà.

end faq


I libri di Gianluca Morozzi pubblicati da Fernandel:

I fumetti di Gianluca Morozzi pubblicati da Fernandel: